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L’anima e le sue parole in due libri

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Photo by Steinar Engeland on Unsplash

Che cos’è l’anima non è certo l’interrogativo, ineludibile, a cui vuole rispondere Adin Steinsaltz nel suo libro edito da Giuntina ed intitolato semplicemente L’anima. Il libro del rabbino tra i maggiori conoscitori e studiosi del Talmud, che ha tradotto in ebraico moderno, si propone comunque un compito importante, quello di tentare di smuovere nel lettore riflessioni su uno dei più grandi misteri dell’essere umano e altresì di provare a consegnare alcuni strumenti che possano essere utili nella sua percezione durante il cammino dell’esistenza. Perché seppur almeno dall’avvento della psicologia o della psicoanalisi si è portato a parlare di Io o di Soggetto, la questione dell’anima, forse meno nominata che un tempo, resta centrale nella vita dell’uomo, almeno dall’antica filosofia greca che la riteneva un’essenza separata dal corpo e immortale.

La grandezza di questo libro, limpidissimo nella scrittura e nei ragionamenti, sta nel modo in cui Steinsaltz decide di trattare l’argomento, rifuggendo qualsiasi dogmatismo e interrogandosi invece su quei momenti esperienziali che possono aprire uno spiraglio nella comprensione di questo grande enigma. Ovviamente non c’è alcun tentativo di dimostrare l’indimostrabile, ovvero la sua esistenza o meno, ma fa capolino pagina dopo pagina, con un piglio della scrittura che in alcuni tratti si avvicina anche allo stile narrativo, il nocciolo più profondo di questo libro essenziale: la parola.

Man mano che si procede nella lettura e che ci si riesce ad immergere nelle pagine di Steinsaltz, nei suoi riferimenti all’ebraismo rabbinico o alla mistica, sembra infatti che la voce dell’anziano rabbino parli direttamente a noi, suggerendo percorsi, indagini complesse o ponendo interrogativi personali tutt’altro che semplicemente eludibili.

Uno dei paragrafi più lunghi, e anche forse tra i più complessi, è quello che Steinsaltz dedica alla morte e al destino dell’anima: «la morte è, se si vuole essere precisi, la morte del corpo, la sua separazione dall’anima, dopo la quale esso smette di vivere». Anche se forte di questo pensiero, il rabbino Steinsaltz tenta di investigare «ciò che rende la morte così spaventosa» e descrive le fasi successive alla morte che si trova ad attraversare l’anima, dal kaf ha-kelà, che conduce la persona alla piena consapevolezza di sé ripercorrendo al vita terrena, fino al Gan Eden, un luogo dove l’anima gode «in uno stato di delizia». Quello che però queste pagine lasciano è una sorta di perturbamento perché la speculazione di Steinsaltz si fa qui particolarmente complessa non tanto nei suoi riferimenti quanto nella capacità del lettore di poter pensare con la sua stessa sicurezza tali questioni.

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È d’altronde quella dell’anima e della vita dopo la morte una delle paure ancestrali che segnano la vita dell’uomo per gran parte della sua storia. Infatti molte pagine di La paura in Occidente. Storia della paura nell’età moderna di Jean Delumeau sono dedicate a tale questione. Ristampato da Il Saggiatore proprio in questo periodo, con la traduzione di Paolo Traniello, il libro di Delumeau è un vero gioiello di metodologia storica su uno dei temi decisivi dell’esistenza umana. Scrive lo storico francese che «si può morire di paura, o almeno esserne paralizzati» e ricorrendo a Maupassant e ai suoi Racconti della beccaccia assimila paura, anima e morte, scrivendo che quando si parla di paura si tratta di una «sensazione atroce, una decomposizione dell’anima, uno spasmo terribile del pensiero e del cuore il cui solo ricordo produce brividi d’angoscia».

Nel capitolo dedicato ai fantasmi fa riferimento proprio alla concezione della Chiesa di un distacco totale fra anima e corpo al momento della morte per la creazione nell’immaginario di creature sovrannaturali o ancora quando insiste sul legame tra paura e apparati religiosi, riflette sulle paure instillate dalla Chiesa nei suoi fedeli sul destino dell’anima, strettamente dipendente dalle scelte e dalle azioni fatte in vita. Il punto però forse più importante di questo libro, ed è anche ciò che lo rende non solo una dotta e filologicamente accurata monografia di un accademico del College de France, sta nella trama che si muove sotto traccia in ognuna delle numerose pagine che compongono questo volume e che danno ad esso tutta la sua urgenza oggi.

Questo libro indaga infatti non solo le occorrenze della paura, nelle loro varie forme, ma si domanda anche quale sia il loro luogo di nascita, individuandolo nel rapporto tra le ristrette classi dirigenti, o comunque di coloro che esercitano il potere, e la massa di individui. Siano esse infatti le corporazioni legate al mondo della Chiesa o quelle che invece fanno capo all’esercizio del potere temporale, queste rigide strutture danno all’uomo qualcuno o qualcosa da temere e poi da punire, con la paura che, così come la intende Delumeau, finisce per rappresentare uno dei mezzi più forte e penetranti del governo in tutta la storia umana.

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Due libri certo differenti quello di Steinsaltz e quello di Delumeau ma che nel campo della paura trovano un terreno molto interessante in cui incontrarsi. L’itinerario importante e profondo tratteggiato in L’anima finisce dunque in alcune sue parti per ribaltare i sentimenti del lettore, scatenando inquietudini e paure verso ciò che non si conosce e non si può conoscere. Sulla natura di questo legame tra paura, anche dell’anima, ed esercizio del potere è possibile ripercorre storia e genesi generale nel libro di Delumeau, che ci ricorda anche come sia proprio lo sconosciuto, ciò che non ci è vicino, a generare questo sentimento.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
Un commento a “L’anima e le sue parole in due libri”
  1. gino rago scrive:

    Versi per i poeti delle parole senza suono

    Gino Rago
    La sella vuota

    “Cari poeti delle parole morte,
    il vostro viaggio è finito.
    La corsa senza freni sui prati
    è terminata.
    A che vi serve il cavallo?

    Restituite al mondo la sella ormai vuota.
    Non vi serve più l’aria.
    Restituite l’ossigeno a chi saprà ingoiarlo.

    Scrivere per sé stessi
    carezzando l’io, il mio, il soltanto io
    spinge le parole nell’abisso di ghiaccio.
    Regalate il cavallo. Restituite l’aria.
    Lasciate la sella vuota a chi saprà usarla.

    Cari poeti delle foglie appassite,
    se dite ‘futuro’ il presente vi divora.
    Se dite ‘vita’ la morte vi frantuma.

    Giorgio ha ragione, non c’è destino
    per le parole morte. Trascinate versi,
    amori, parenti, amici nella valigia,
    congedatevi dal mondo senza cerimonie.
    Siete già nel gelo universale, senza rimpianti
    restituite l’aria che respirate,
    il cavallo e la sella vuota.”

    gr

    [grazie per l’ospitalità]

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