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L’anima vegetale del nostro giardino

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», su «Breve storia del giardino» di Gilles Clément (Quodlibet).

C’è una scena di L’enigma di Kaspar Hauser, il film di Herzog del 1974, che può servire da sintesi di Breve storia del giardino, l’ultimo libro di Gilles Clément (appena pubblicato da Quodlibet), nonché, forse, dell’intera opera di un intellettuale – scrittore, agronomo, paesaggista, giardiniere, docente presso l’École Nationale Supérieure du Paysage a Versailles – tra i più lucidi e consapevoli a livello europeo (e non solo).

Mentre la voce fuori campo di Kaspar racconta di avere piantato dei semi di crescione in modo tale che germogliando formino il suo nome, vediamo le immagini di una piccola aiuola circondata da un’ulteriore vegetazione; dalla terra bruna e densa emergono i fili d’erba che compongono la parola kaspar. Qualcuno però, continua la voce fuori campo, è penetrato nel giardino e ha calpestato la parola. Ugualmente, dopo un lungo pianto, Kaspar afferma il desiderio di seminare ancora il suo nome.

Di tutto ciò che al mondo è spazio – e che cosa non lo è, verrebbe da domandarsi – Clément ha scelto di concentrarsi su una specifica molteplice declinazione: quella medesima area fatta di terra e verde di cui Kaspar si è preso cura coltivandola. In altri termini, i giardini. Qualcosa, cioè, che vale per Clément da prospettiva tramite cui osservare l’esistente, censirlo e recensirlo, ricostruirne la storia, indagarne l’origine e la funzione. Perché il giardino – a partire da quello minimo costruito dai pigmei del fiume Dja, in Africa – è “dove accade il futuro”. E ancora, con Kaspar Hauser, il giardino è il luogo nel quale l’atto del fabbricare e del nominare vengono a coincidere. Ogni azione compiuta in un giardino è di fatto una firma.

Ragionare sui giardini vuol dire per Clément ragionare anche su ciò che li rende fisicamente percepibili. Sulle forme della luce, per esempio, e sulle sue composite espressioni, così come sulla gradualità del buio – nelle grotte sulle cui pareti si scrive l’emergenza connettendo la notte alla parola (perché ogni grotta è l’interno di un cranio) – e sulle “pertinenze dell’ombra”.

Via via che la sua storia del giardino si sviluppa Clément si rivela un grande descrittore. Di ogni fenomeno la sua frase restituisce con acuminata precisione linguistica la complessità e la ricchezza muovendosi plastica attraverso lo spettro delle sfumature (e di questo va reso merito anche alla nitidissima traduzione di Maurizia Balmelli). È quindi attraverso descrizioni limpide e minute che scopriamo come all’origine del giardino stia il passaggio dal nomadismo alla sedentarizzazione, scopriamo che l’orto è il padre del giardino e che quindi la delimitazione di uno spazio coltivato (“giardino” deriva dal tedesco Garten che vuol dire “recinto”) non nasce da un impulso ornamentale bensì da un’esigenza strettamente alimentare. Scopriamo anche che “gli alberi adulti delle foreste primarie dispongono le fronde in modo da garantire uno spazio di rispetto tra loro. Gli scienziati lo chiamano ‘distanza di timidezza’” e che anche per questa ragione il giardino riassume in sé i principi di una piccola struttura logica e sociale: “Eppure tutto è cominciato lì. È lì che sono nati l’allineamento, l’ordinamento, la cadenza, la distanza tra i piani, la prospettiva”; il giardino è dunque uno spazio intelligente, un luogo del tutto reale, e al contempo uno spazio metaforico: “Virtualmente non manca nulla: l’utile e il futile, la produzione e il gioco, l’economia e l’arte”.

E poi c’è l’esperienza del tempo.

Un giardino impone che alle piante si dia modo di insediarsi (proprio per questa ragione il parco André Citroën, realizzato dallo stesso Clément, pur essendo stato completato nel 1990 è stato aperto al pubblico nel 1992). Questa sua condizione agisce come una critica tanto silenziosa quanto radicale alla percezione e alla gestione del tempo nelle società-flash. In sostanza il tempo vegetale dei giardini allude di continuo a una possibilità di esistenza che si va progressivamente dissolvendo, un’esistenza in cui il tempo non viene sottoposto a una pressione continua, non viene valutato economicamente (il tempo non è sempre denaro) ma è lasciato agire. Splendida in tal senso la descrizione delle lumachelle che varcano il confine che separa l’orto dal pollaio dirette verso le piantine di scarola: tempo e recinto, il recinto del tempo, sono convenzioni.

Così come Manifesto del Terzo paesaggio (sempre edito da Quodlibet nel 2005), anche Breve storia del giardino è in concreto un breviario etico e politico, un compendio di metodi e modelli che se hanno un valore specifico nell’ambito del giardinaggio – solo dilatando l’accezione del termine “ecologico”, o finalmente rivelandolo nella sua natura più profonda come “discorso sull’ambiente” (fisico, sociale, persino morale) – si dimostrano attendibili e percorribili anche fuori dal recinto del verde. Da un lato perché “il giardino riassume una cosmogonia e insieme un modello di società”, dall’altro perché contiene in sé un annuncio inequivocabile: prendersi cura – di qualcosa, di qualcuno: continuare ancora a seminare il proprio nome – è ciò su cui si fonda il nostro essere umani.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “L’anima vegetale del nostro giardino”
  1. Fernando scrive:

    La lettura di questo articolo mi ha fatto ricordare il monologo sul giardino nel Sacrificio di Tarkovskij.

  2. Alba scrive:

    Parlo splendide e blog fantastico.
    Complimenti
    Alba

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