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L’animale della nostalgia

Questo pezzo è uscito negli ultimi giorni di agosto su Repubblica Palermo e commenta una vicenda estiva sostanzialmente grottesca, i periodici avvistamenti da parte di diversi palermitani di una presunta pantera; alla fine, dopo avere ipotizzato che le pantere fossero due, prima che si arrivasse alle battute di caccia, si è deciso che la pantera è un gatto un po’ grosso. Al di là della cronaca, sembra evidente il bisogno di percepire, in un ambiente antropizzato e domestico, qualcosa di selvatico.

La pantera, all’inizio degli anni Novanta, fu l’emblema della protesta studentesca. Avvistata a Roma il 27 dicembre 1989, a quanto pare nel bel mezzo di via Nomentana, venne immediatamente assimilata come nome di un movimento – si manifestava contro la riforma Ruberti – nato proprio a Palermo venti giorni prima. In breve pantera – probabilmente introiettando anche lo spirito delle Black Panthers americane – si impose come matrice di qualcosa che voleva essere opposizione e dissenso critico.

Vent’anni dopo, gli studenti scesi in piazza contro la riforma Gelmini hanno scelto di battezzarsi con il nome di Onda. Sia nella pantera sia nell’onda risalta il carattere energicamente morbido, sinusoidale, a tutti gli effetti felino del “movimento” (tanto nell’accezione di moto nello spazio quanto in quella di gruppo che compie azioni sociali e politiche). La specifica morfologia della pantera, così come la sua natura – il carattere predatorio, l’agilità, l’attitudine mimetica, la sua capacità di esistere sul crinale tra presenza e assenza, tra percezione oggettiva e miraggio, sempre comunicando un senso di indecifrabilità e di mancanza – sono dunque la sintesi di qualcosa di intensamente selvatico.
Dallo scorso 22 giugno a Palermo si è tornato a parlare di pantera. Nessuna protesta in atto ma una serie di avvistamenti – lo stesso termine che viene usato dagli ufologi – di un felino maculato che è penetrato dentro l’estate palermitana (qualche riverbero si è registrato anche nei telegiornali nazionali) con evidenti effetti perturbanti. La pantera, raccontano i giornali, se ne va in giro attraverso la topografia locale – immondizie e sterpaglie, dicono gli ultimi articoli – e attraverso la locale toponomastica, nelle zone in cui è più evidente l’identità cittadina: via Bronte, via Marinai Alliata, Bellolampo, Mondello.

La pantera non si nutre, se non occasionalmente e senza lasciare tracce; le gabbie contenenti un maialino o cibo per gatti restano perlopiù vuote, ignorate; un capretto sbranato qua e là, ma come si fa a dire chi è stato. Volanti della polizia accorrono sui luoghi degli avvistamenti per intercettare a loro volta l’animale, per prenderne atto, censirlo, per quanto possibile arrestarlo. Si consultano naturalisti, veterinari, si suppone che responsabilità precise abbiano i collezionisti di esemplari esotici. Voci, ipotesi, chiacchiericci e prove documentate (gli scatti fotografici nei quali un guizzo scuro è pietrificato in pixel) danno forma a una retorica discorsiva all’interno della quale la pantera compare e scompare, più simile a un presentimento – un timore?, una speranza? – che a una bestia da identificare.
Al netto della cronaca, senza volere né potere accertare che cosa stia davvero accadendo, ciò che mi interessa maggiormente è misurare uno scarto:quello che intercorre tra quanto viene percepito e quanto si ha il bisogno, anche e soprattutto inconsapevole, di percepire.
Perché in una città che si è acriticamente consegnata a una domesticazione coatta, che ha standardizzato i propri parametri sociali verso il basso riuscendo nella sbalorditiva impresa di abituarsi a tutto – a un contesto politico intimamente osceno e alla prevalente rinuncia a un contraccolpo che non sia solo e sempre d’ordine simbolico – l’epifania incerta di un monstrum sembra voler segnalare il desiderio di intercettare ancora il selvatico sfuggente, una vitalità residuale e tempestosa. Una vitalità di fatto perduta – o mai davvero sperimentata – anteriore alla trasformazione dello squallore in folklore. La pantera, dunque, come incarnazione di una nostalgia sociale e politica, come fantasma di un coraggio – muto e inappetente – cercato dappertutto e in nessun luogo individuato.
E così, lontano da Palermo per buona parte dell’estate, ritorno e mi accorgo di osservare le montagne dell’Addaura nell’attesa di scorgere anch’io un frammento ferino, quello stesso movimento vivo e feroce che nell’orografia del mio cervello sembra essere scomparso. Trascorro minuti interi a osservare rocce e dirupi, radure e cespugli, a domandare allo spazio una visione. Non vedo niente, non merito il fantasma. E so anche che se pure riuscissi a intercettare una coda, un muso, una zampa che si rivela e si sottrae, tutto questo non basterebbe. Perché il vero shock non è dato dall’avvistamento della presenza animale; chiunque abbia fatto esperienza di un safari fotografico – un’escursione per i fiordi islandesi nell’attesa di veder affiorare il dorso di una balena, o un percorso sul ciglio di una scogliera scozzese per intravedere il becco colorato di una pulcinella di mare seminascosta in una nicchia – sa che il trauma del quale siamo in cerca non è quello del nostro sguardo che intercetta una forma selvaggia e ancestrale: il trauma nucleare, quello che davvero potrebbe riformare drasticamente la nostra coscienza delle cose (che potrebbe persuaderci che siamo ancora – politicamente parlando – in vita), si dà quando, guardando, veniamo guardati: quando la pantera che solca bassa la sterpaglia si ferma, si gira e conficca il giallo dei suoi occhi esattamente nel centro del nostro sguardo smarrito.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “L’animale della nostalgia”
  1. Enrico Macioci scrive:

    “Una vitalità di fatto perduta – o mai davvero sperimentata – anteriore alla trasformazione dello squallore in folklore. La pantera, dunque, come incarnazione di una nostalgia sociale e politica, come fantasma di un coraggio – muto e inappetente – cercato dappertutto e in nessun luogo individuato.”
    Parole che esprimono in modo magnifico la nostalgia ineffabile che, più o meno consciamente, tutti noi “cittadini” ci portiamo appresso. Articolo acuto, profondo.

  2. silvio cutrera scrive:

    “…l’epifania incerta di un monstrum sembra voler segnalare il desiderio di intercettare ancora il selvatico sfuggente, una vitalità residuale e tempestosa”. prendo spunto da questa affermazione per fare un paio di riflessioni: la nozione di monstrum è essenzialmente una nozione giuridica, è una violazione delle leggi della società e nello stesso tempo appare come un fenomeno estremo e rarissimo: il monstrum è ciò che combina l’impossibile e il proibito. il monstrum contraddice la legge, è la forma spontanea o primitiva, naturale, della contronatura. possiamo affermare che è un principio di intellegibilità, un modello ingantito dai giochi della natura, delle minime irregolarità possibili. questi però sono equivoci diffusi alla fine del XVIII e all’inizio del XIX secolo che si ritroveranno in tutte le tecniche giudiziarie, fino ai giorni nostri. il monstrum diventa così un pallido mostro, sfumato e diafano. ora, il monstrum-pantera rimanda proprio a questi equivoci e non me la sento di vederla come incarnazione di una nostalgia sociale e politica. mi spiego: il monstrum rimanda a un mostro politico, al criminale politico poiché il criminale rompe il patto, preferisce il proprio interesse alle leggi che reggono la società di cui è membro; torna allo stato di natura poiché ha rotto il contratto primitivo: il mostro che ritorna alla natura selvaggia, il brigante, l’uomo delle foreste, il bruto con il suo istinto illimitato. questi mostri sono stati il punto di organizzazione delle tecniche medico-legali, della psichiatria come difesa sociale. al posto di una “nostalgia sociale e politica” tipica di questo discorso giuridico, preferisco, invece, tentare di riprendere un discorso storico-politico, dove si afferma veramente una contro-storia politica…

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