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“L’animale notturno” di Andrea Piva

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Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo.

“Ricordo con precisione il momento in cui ho deciso di diventare ricco”.

Comincia così, con un incipit inusuale per la scena letteraria italiana “L’animale notturno”, ultimo romanzo di Andrea Piva. Ad atmosfere notturne Piva ci aveva del resto abituati sin dal suo esordio come sceneggiatore con “Lacapagira”, film ambientato nella sala giochi di una Bari non distante dalla Palermo di Ciprì e Maresco, o dalle nere metropoli disegnate da grandi sudamericani come José Muñoz o Alberto Breccia. Segue un primo romanzo, “Apocalisse da camera”, in cui viene messa alla berlina quella macchina celibe gonfia di boria e sgonfia di risorse che spesso è l’università italiana. Ma è ora, con questo libro, che Piva segna il primo importante momento di maturità come scrittore, spingendo la sua prosa di precisione, caustica e beffarda, nel ventre molle di un paese allo sbando, ossessionato dall’ansia di “svoltare” quanto meno ci sono occasioni per farlo.

Piva trasferisce la scena a Roma, e ci mette sulle tracce di Vittorio Ferragamo, sceneggiatore calabrese trasferitosi nella capitale per fare fortuna nel cinema. A causa di un mix letale (eccesso di intelligenza e “carattere di merda”, vizi che il nostro coltiva in un ambiente sempre più squallido senza avere il potere per permettersi entrambi) Vittorio finisce presto tra le file degli indesiderati, alieno alle simpatie di registi e produttori.

Ci sarebbe da tornarsene in Calabria se non fosse che Vittorio non è propriamente un eroe fenogliano ma uno strano animale, orgoglioso e rapace, in grado di riconoscere cinismo e suprema fatuità di certe situazioni, ma consapevole che sono queste le acque morte in cui immergersi per sfuggire al disavanzo sociale. Così Vittorio decide di “diventare ricco”, e lo fa, calcolatamente, da vero irresponsabile. Innanzitutto prende in affitto una casa in centro che non può permettersi.

Le descrizioni di Roma attraverso i suoi occhi – una città così perduta e splendida, passando al mattino da Doria Pamphilj a Sant’Ignazio – sono tra le migliori del romanzo. Ovviamente Vittorio si ritrova presto a raschiare il fondo delle sue finanze. È allora che gioca davvero d’azzardo, e accetta la proposta del “senatore”, vecchio avvocato con trascorsi politici nella Prima Repubblica e frequentazioni in tutti i casinò del mondo, il quale gli passa un mensile perché Vittorio lo affianchi nell’ultima attività libidinosa che la salute gli concede: il poker on line.

Nella riuscita coppia Ferragamo-Testini c’è molta Italia degli ultimi anni. Una generazione con troppo passato alle spalle, e una senza futuro. Un “giovane” la cui unica prospettiva è occuparsi dei desideri di un vecchio, e un vecchio poco preoccupato per chi viene dopo. Non passa però – ed è un merito – nessun conflitto generazionale tra i due. Al massimo la consapevolezza di aver mancato entrambi l’occasione, condita dal sospetto che non è la fine del mondo.

A un certo punto Vittorio troverà la sua strada, ma non è detto sia un bene. La cosa importante è che l’immersione nella lunga notte della città che più ci rappresenta sia fatta da Piva a occhi aperti: la sua Roma è popolata da mediocri illusi di valere qualcosa, da servi furbi e padroni spietati, da ragazze sedute sulla riva di un fiume di cocaina in attesa di veder passare il cadavere della propria giovinezza, un mondo senza speranza che non diventa mai davvero tragico, perché (come racconta bene Giorgio Agamben nel suo saggio su Pulcinella) basta ricordare il titolo che Dante diede al suo libro più importante per capire che in Italia è la commedia il miglior strumento di scavo. Se pensate che i romanzi non debbano svolgere funzioni consolatorie e volete farvi un giro nel paese reale per come solo la letteratura può descriverlo, passate pure di qua.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
10 Commenti a ““L’animale notturno” di Andrea Piva”
  1. Eva scrive:

    E finalmente! È dai tempi di “Apocalisse da camera” che aspetto un altro romanzo di Piva!

  2. Osservatore Romano scrive:

    Insomma è bello o no ‘sto cazzo di romanzo?
    Vale la pena di leggerlo a sbafo alla feltrinelli o proseguo con Frank Miller?

  3. Mauro scrive:

    L’incipit citato da Nicola La Gioia ė di quelli che bastano e basteranno a tenermi lontano, ora e sempre, da questo romanzo. Per fortuna dell’autore (immagino e spero molto giovane) il mio parere non conta nulla, e comunque potrei sbagliarmi. Ma quel ” con precisione” è terrificante quasi quanto l’intenzione manifesta di catturare il lettore fin dalla prima riga (solo gli scrittori modesti hanno questa intenzione, quelli dotati hanno già risolto il problema prima di cominciare a scrivere, e i loro libri solitamente iniziano da soli, così, senza una ragione apparente, come di solito cominciano le cose della vita), Quindi da lettore quasi anziano resto con Manzoni, che per arrivare a un matrimonio promesso parte all’antica con una pagina sul ramo del lago di Como e il Resegone, una pagina che dubito passerebbe il vaglio di un editor dei giorni nostri.

  4. Andrea scrive:

    Non vorrei far polemica con chi mi ha preceduto ma dire che un incipit accattivante sia indice di poco talento mi sembra un affermazione quanto mai discutibile. Non credo sia necessario ricordare l’incipit di Anna Karenina o di Moby Dick tanto per citarne un paio…. esempi di una precisa strattegia seduttIva che corteggia il lettore con una folgorante richiesta di attenzione

  5. Angela scrive:

    Che polemica inutile. Il libro di Piva è uno dei più belli usciti quest’anno.

  6. mauro scrive:

    La polemica non mi pare inutile perché non è una polemica, si può anche discutere tranquillamente a questo mondo. Il problema di un incipit come quello citato di Andrea Piva non sta nel suo voler essere accattivante, ma nel fatto che un inizio del genere già mi dice tutto su quello che ne può seguire: al massimo un romanzo che vuole essere accattivante, e che magari ci riesce pure. Invece da ” Chiamatemi Ismaele” , non meno accattivante, può seguire di tutto, anche un capolavoro come ” Moby Dick” (mi adeguo a un paragone non proposto da me). Io sono un lettore ambizioso e pretenzioso e resto fedele a una immagine alta, tradizionale della letteratura e dell’arte in genere, e non riesco ad amare opere concepite per essere ” accattivanti”. Le trovo, al contrario, respingenti.

  7. Angela scrive:

    Gentile Mauro,
    ma come si fa a giudicare, anzi, a condannare un libro dall’incipit? E soprattutto come si fa a dire che un incipit dice già tutto su quello che può seguire? Che ragionamento è il suo? Su quali logiche si basa? Fa un torto alla letteratura dicendo questo cose che d’incipit accattivanti, sornioni e rivelatori ne ha piena la pancia.
    Sono una lettrice famelica, quasi rapace, ho gusti sottili e a volte sono anche presuntuosa nelle mie condanne, ma non sopporto chi, come lei, si accanisce su questioni di lana caprina, avesse fatto un ragionamento sul romanzo, avrei capito, ma così la sua presa di posizione mi sembra proprio senza senso. A maggior ragione in questo caso in cui stiamo parlando di uno dei pochi scrittori contemporanei dotati di un vero talento, nonchè di una visione precisa del mondo. Le sue visioni cattedratiche, oltre che risultare obsolete e afone, sono totalmente fuori luogo e respingenti.

  8. mauro scrive:

    Gentile Angela, premettevo che il mio parere non conta nulla e lei mi dà del cattedratico, mi sono dato da solo del quasi anziano e lei mi dà dell’obsoleto (io ho esposto il mio gusto, non ho criticato quello degli altri: preferirei dicesse che il mio è anacronistico). Quanto alle logiche del mio ragionamento, provo a esporle. Certo non basta una frase qualsiasi per giudicare un libro e uno scrittore, ma l’incipit, mi creda, basta e avanza. Forse non un incipit felice, che può essere anche fortunato, ma sicuramente un incipit infelicissimo come quello di cui stiamo discutendo: perché è nell’incipit che lo scrittore rivela il timbro della sua voce, cioè il suo stile, che in letteratura è la sola cosa che conta. Dopo aver letto (o ascoltato, che è lo stesso) questo inizio io so già con quale voce Andrea Piva mi racconterà tutto il resto, e già so che la sua voce non mi piace, e che non si troverà mai il modo di farmi cambiare idea. Tra chi trova vera (o bella, è lo stesso) una frase decisiva come l’incipit di un romanzo, e chi la trova brutta e falsa, non ci può essere una autentica esperienza letteraria comune quale invece deve crearsi tra uno scrittore e un lettore, questa è la verità. Per cui accetto serenamente la differenza tra il suo e il mio gusto, non pretendo che il mio sia migliore del suo, ma contesto la sua affermazione che il mio sia un giudizio fuori luogo e senza senso.

  9. Angela scrive:

    In tutta onestà, rimango della mia idea che giudicare (perché lei sta dando proprio un giudizio) un romanzo di una persona talentuosa e capace, sulla base di un incipit, sia pressappoco una cosa sbagliata. E non è una questione di gusto, ma di metodo.
    Detto questo, non mi sembra il caso di continuare a riempire questo spazio di commenti che non apportano modifiche né alla mia né alla sua visione della letteratura.
    La pregherei soltanto di essere più clemente e dare alla voce di certi libri lo spazio e il tempo che meritano per esplicarsi al meglio.

    Saluti

    A. P.

  10. Mauro scrive:

    Apprezzo molto la sua gentilezza e anche il suo consiglio, fossi un critico letterario la mia sarebbe suonata come una stroncatura insolente e liquidatoria di un lavoro altrui comunque rispettabile, e mai mi sarei permesso di esprimermi come ho fatto. Ma sono un lettore comunissimo e senza nessun sarcasmo ho dato voce a una mia personale idiosincrasia., il nostro autore talentuoso e capace ha certamente molti ammiratori e può benissimo fare a meno del mio insignificante consenso. Saluti cordiali, grazie
    M.P.

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