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L’apertura al cambiamento e la violazione dell’intimità nella Sposa liberata di Abraham B. Yehoshua

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Nel quarto capitolo della Sposa liberata, al centro esatto del romanzo più bello e più compiuto di Abraham B. Yehoshua, l’autore israeliano pone una lunga lettera d’amore. È la lettera che Ofer, il figlio maggiore del professor Rivlin – ovvero il protagonista del libro –, scrive a Galia, la sua ex-moglie. In realtà, la lettera è lunga non più di mezza paginetta, e il resto del capitolo consiste in un interminabile post-scriptum che contiene una vera e propria teoria dell’amore. La cosa particolare è che – stando a quanto rivela lo stesso Ofer – la lettera non sarà mai spedita. Anzi, mentre la sta scrivendo, il suo autore ci rivela che – alla fine della sua stesura – essa sarà cancellata tramite la pressione di un semplice tasto del computer.

Il lettore, dunque, dispone di un punto di osservazione privilegiato, perché legge qualcosa che non esiste, e lo fa nell’unico momento in cui è possibile farlo, ovvero durante la sua fase redazionale. Subito prima – o subito dopo – la lettera non esiste ancora – o non esisterà più. È vero, nel libro che il lettore tiene in mano, la lettera esiste, stampata sulle pagine del volume, e dunque dispone – aporeticamente – di una sua permanenza, una sua durevolezza. Ma – ci avverte l’autore – non dobbiamo farci ingannare dall’apparenza: la lettera è – nelle sue intenzioni – totalmente effimera, premeditatamente transeunte, destinata a far parte dell’ineffabile e sterminato mondo del non-essere. Afferma ciò che deve affermare quasi senza lasciare traccia, in sordina, e poi scompare nel nulla, si autodistrugge, come un messaggio Telegram in una chat segreta.

Yehoshua – si diceva – colloca questa lettera in una sorta di remoto nascondiglio narrativo, nella voluta più interna del suo lungo romanzo, ovvero nel capitolo centrale. E La sposa liberata è un libro in cui i nascondigli giocano un ruolo cruciale. In tutto il romanzo la verità sembra celarsi continuamente agli occhi dei protagonisti, che tentano con tutti i mezzi a loro disposizione di disvelare un senso che gli sfugge ostinatamente. Il significato delle cose si occulta nei recessi della Storia, deciso a non lasciarsi cogliere dai personaggi del romanzo, nonostante la loro profondissima caparbietà.

È proprio un nascondiglio – situato in una pensione nel centro di Gerusalemme – che custodisce il segreto intorno al quale si svolge la vicenda più importante del libro. Un nascondiglio nel quale è avvenuta una scena terribile, che nel romanzo viene rivelata a poco a poco, per approssimazioni successive, come in un percorso a spirale che procede dalla periferia verso il nucleo più interno della storia.

E in realtà, tutto il libro si tiene in equilibrio sulla dialettica tra segreto e rivelazione, tra ciò che rimane nascosto e ciò che viene rivelato, laddove il disvelamento implica un accostamento e una violazione.

La violazione è uno dei temi centrali della Sposa liberata. Tramite la violazione, infatti, i personaggi del libro pongono in atto dei cortocircuiti capaci di abbattere barriere, mettere in comunicazione culture diverse, avvicinare popoli, creare relazioni tra gli individui. La violazione viene declinata in molte immagini diverse, che costellano tutto il romanzo dalla scena iniziale fino a quella finale.

Proprio all’inizio del libro – come in una sorta di paradigma –, c’è la festa di nozze di Samaher, in cui i professori del dipartimento di Storia mediorientale dell’Università di Haifa vengono invitati da una studentessa araba a prendere parte al suo matrimonio. L’evento diviene molto presto un’occasione di confronto tra gli abitanti del villaggio arabo e il gruppo dei docenti ebrei, i quali hanno l’occasione di fare esperienza concreta della diversità in un contesto inconsueto rispetto all’aridità astratta degli articoli accademici e dei convegni specialistici.

Il professor Rivlin ha la necessità di usare il bagno, e Samaher, per evitare che il docente debba adoperare il servizio pubblico appositamente allestito nell’area del banchetto nuziale (servizio che la studentessa reputa poco adatto al ruolo e alla dignità del professore), lo invita a seguirla nella sua casa che si trova poco distante. Così Rivlin ha la possibilità di incontrare Afifa, la madre di Samaher, e di osservare dall’interno l’intimità domestica araba, verificando i meccanismi più nascosti di tale intimità, così diversi e insieme così simili a quelli esistenti nella propria cultura:

Afifa […] lo conduce in una stanza da bagno pulita e immacolata dove posa due asciugamani grandi e puliti e una saponetta nuova, quasi che il professore non voglia fare solo pipì, ma un bagno completo.

Malgrado sia pungolato dalla curiosità di gettare un’occhiata all’intimità araba – e nulla come una stanza da bagno può rivelarne i particolari –, Rivlin non intende trattenersi perché la porta è sprovvista di chiave e di catenella, e teme inoltre che la moglie non capisca dove sia sparito. Si limita quindi a orinare senza far rumore, si lava le mani e il viso, prende dalla mensola un grande pettine verde, lo lava minuziosamente e se lo passa tra i riccioli argentati.

La scelta dei termini adoperati dall’autore per descrivere il bagno arabo è senza dubbio significativa. Innanzitutto, descrive la stanza come «pulita e immacolata», come se si fosse aspettato di trovarla altrimenti, disordinata e sporca. Perché? Poi nomina gli oggetti che gli fornisce la madre di Samaher accompagnandolo in bagno, «due asciugamani grandi e puliti e una saponetta nuova», preoccupandosi nuovamente di usare degli aggettivi che evocano ordine e pulizia, e che sembrano provocargli nuovamente un moto di sorpresa. Da dove viene questa diffidenza verso la pulizia degli arabi, in un uomo che ha dedicato la propria vita a studiarli, che ne ha imparato la lingua, e dalle vedute ampie come Rivlin?

Ma lo spunto più interessante lo fornisce l’affermazione del professore secondo la quale nulla come una stanza da bagno può rivelare i particolari dell’intimità araba, i meccanismi segreti secondo i quali gli arabi si costituiscono come esseri umani prima che come antagonisti in uno scontro – o per lo meno un confronto – di civiltà e di culture. In una stanza da bagno, più che in ogni altro luogo, è possibile osservare l’umanità degli arabi, la loro quotidianità, immaginarne i gesti ordinari legati all’igiene, alla cura, alla vanità; le azioni che li caratterizzano come individui di carne, con le loro debolezze, le loro necessità, tutte quelle caratteristiche che ogni essere vivente percepisce come inscindibili dalla propria peculiarità.

L’attenzione di Yehoshua verso questi aspetti, la sua curiosità nei confronti dell’intimità araba, è presente anche in altri tra gli episodi più riusciti del romanzo. Come quando, per esempio, Rivlin torna nella casa di Samaher per consentire alla sua studentessa – vagamente depressa e forse incinta – di consegnargli una parte della tesina necessaria per conseguire il master al quale era iscritta. In quest’occasione, Rivlin ha l’opportunità di visitare la ragazza nella sua camera da letto, nel cuore pulsante della sua privatezza e della sua intimità:

Lo conducono in un’ampia camera da letto arredata con un comodino nero lucido, un armadio, una scrivania grande, e altri tavolini e poltrone. La studentessa giace appoggiata a grossi cuscini in un letto spazioso, benché non proprio matrimoniale, ed è pallida, smunta, con i capelli raccolti in un grande foulard e le unghie delle mani e dei piedi, che spuntano dalla coperta, ancora dipinte dei resti dello smalto rosso che aveva sorpreso Rivlin al matrimonio. Il professore la osserva con sospetto, ma anche con compassione. «Non c’è nessuna gravidanza, – dice a se stesso, come se ultimamente fosse divenuto un esperto in materia. – Non si tratta di gravidanza, ma di depressione».

Anche in questo caso, è importante l’attenzione ai particolari. Rivlin può osservare i dettagli più intimi della sua studentessa, l’ambiente chiuso e vagamente opprimente nel quale trascorre le sue giornate (la camera è ampia ma affollata di mobili, il letto è spazioso ma non proprio matrimoniale). Ma, soprattutto, può spiare la trascuratezza di Samaher, il suo pallore, il suo deperimento, il dettaglio tenerissimo dello smalto rovinato sulle unghie. Samaher acquista spessore come personaggio proprio grazie alla rivelazione di queste imperfezioni. Notando i dettagli, Rivlin la scopre come essere umano oltre che come studentessa brillante e astuta, e arriva addirittura a leggere nella sua più profonda riservatezza fisica e psichica, intuendo che la ragazza non è incinta ma semplicemente depressa.

In quell’occasione, la famiglia di Samaher invita Rivlin a riposarsi in una delle camere esistenti nella vasta casa, la stanza di Rashed. Rashed è il cugino della ragazza che – segretamente innamorato di lei – offre a Rivlin i propri servigi nella speranza di ingraziarselo, in modo che l’anziano docente possa favorirla nel suo percorso universitario, che negli ultimi anni si è fatto un po’ complicato. Rivlin è dunque condotto nella stanza di Rashed, dove gli viene preparato il letto in modo che possa riposare nella maniera più confortevole possibile. In quel letto il professore sperimenta un sonno lungo e articolato, che si compone addirittura di tre movimenti, e che il narratore definisce (in modo suggestivo e magniloquente) «sinfonia del grande sonno».

Nel lunghissimo pomeriggio trascorso in quella stanza, Rivlin ha modo di dormire tra le lenzuola fresche di bucato, dopo essersi spogliato completamente nudo ed essersi infilato nel letto di Rashed; può ispezionare la stanza del giovane arabo, usare il suo comodo bagno, masturbarsi nel suo giaciglio confortevole; in altre parole appropriarsi della sua intimità completamente, sovrapponendosi interamente a lui.

Dopo aver passato una lunga notte assolutamente insonne a casa sua, e dunque nella propria comfort zone, nel proprio ambiente naturale, ora – penetrato in un territorio straniero, in una casa araba, potenzialmente ostile, e comunque diversa per cultura, tradizioni e mentalità, e per di più in un orario insolito per dormire –, Rivlin sembra ritrovare un’armonia perfetta con il proprio corpo, con le proprie necessità più intime, con istinti talmente profondi che non ha nemmeno la necessità di nominarli. Dorme per molte ore un sonno senza sogni, un sonno che non ha lo scopo di ricercare una realtà alternativa – appunto, onirica – nella quale rifugiarsi, ma che serve solamente a ristabilire un’armonia fisiologica, a ripristinare un equilibrio incrinato.

Ancora una volta, l’attenzione è tutta per la fisicità. Nella stanza da letto di Rashed è bandita ogni ideologia: non c’è sionismo, non c’è alcuna questione palestinese, non ci sono identità rigide e contrapposte. Ogni cosa è fluida, aperta al contagio, alla compenetrazione. C’è solo l’uomo, con la sua corporeità, i suoi bisogni primari. L’uomo che si confronta con altri uomini e trova strade percorribili, occasioni di incontro che in un contesto diverso non avrebbe la possibilità di sperimentare. E lo fa abitando uno spazio alieno, prendendo in prestito la vita di un altro, usando il suo bagno, dormendo nel suo letto, rubandogli il sonno.

Il sonno è una tematica molto cara all’autore israeliano, che lo affronta in molte occasioni nella propria produzione, facendolo divenire in più di un’opera un vero e proprio meccanismo narrativo.

Nel sonno vengono meno i meccanismi di difesa degli individui, che quindi – dormendo – si espongono alla trasformazione, smettendo di opporre resistenza al cambiamento. Durante la veglia, viceversa, essi non smettono mai di esercitare un controllo continuo sulle cose, tentano di impedirgli di cambiare, non accettando il cambiamento anche quando questo è già avvenuto. Per questo, in molti casi, i personaggi di Yehoshua sembrano fare resistenza al sonno – seppure involontariamente. Opponendosi al sonno, essi erigono barricate contro la trasformazione, ostacolano il fluidificarsi della Storia e manifestano un’insofferenza (forse involontaria) nei confronti del divenire.

Sempre nella Sposa liberata, il professor Rivlin – che si ribella costantemente ai cambiamenti – sembra esercitare contro il sonno una continua opposizione, che spesso lo obbliga a fare uso di sonniferi per vincere la propria resistenza involontaria e trovare un po’ di riposo. Viceversa Haghit – sua moglie, forse di indole più arrendevole – è capace di addormentarsi profondamente senza sforzo, distendendosi semplicemente nel letto, anche completamente vestita.

Sotto questo aspetto, una delle cause della diversità tra i due coniugi è probabilmente da ricondurre alle loro rispettive professioni. Rivlin ne parla con il figlio Ofer in maniera abbastanza chiara:

La mamma è giudice, e il suo compito è quello di liquidare il passato con una sentenza definitiva, mentre io sono uno storico e il passato per me rappresenta una miniera profonda, inesauribile, piena di sorprese e di possibilità.

Haghit, in quanto giudice, è abituata ad accettare il passato stigmatizzandolo in una sentenza definitiva. Per lei ciò che è già avvenuto deve avere necessariamente un’interpretazione univoca, e per questo motivo va accettato incondizionatamente. Rivlin, viceversa, in quanto storico, ha la consuetudine di problematizzare il passato, interpretarlo, metterlo in discussione. Non lo interpreta come una sequenza chiara e immutabile di avvenimenti, ma come una complessa concatenazione di cause che lo sfilacciano, lo smagliano, ne impediscono una comprensione profonda, se non in via provvisoria e approssimativa.

Se vogliamo, è tutta una questione di prospettiva. Haghit guarda gli accadimenti da un punto di vista presente, che è l’unico che le interessa. Più che capire il motivo per cui i fatti sono accaduti, le importa inquadrarli in una formula conclusiva che ne determini una volta per tutte la fine e l’appartenenza al passato. Accetta il cambiamento perché lo considera già concluso, svigorito, oramai inoffensivo.

Rivlin, viceversa, non è interessato a emettere sentenze immutabili. È sempre pronto a sperimentare nuove strade per giungere a un’interpretazione della Storia che si avvicini alla realtà – pur senza mai ambire ad afferrarla completamente. Si rivolge al passato da una prospettiva passata, tenta di ricostruire le dinamiche trascorse da un punto di vista contemporaneo agli eventi analizzati. Vive il passato come un eterno presente, continuamente magmatico, tuttora in trasformazione. Fa fatica a tollerare il cambiamento perché non ne conosce la fine, non si abitua mai a esso. E dunque è perennemente inquieto, insoddisfatto.

Non accetta il divorzio del figlio avvenuto cinque anni prima perché Ofer non glie ne ha mai spiegato la ragione, e per tutto il romanzo va alla ricerca costante delle sue motivazioni. E, durante questa ricerca, non ha paura di esporsi al contagio, di mettere in discussione la propria identità, di profanarla continuamente.

Egli ha bisogno di confrontarsi con la diversità per non abituarsi a usare categorie troppo rigide, che non circoscrivono mai la verità, ma la sviliscono, la banalizzano, ne impediscono una comprensione profonda. La ricerca non vuole costruire certezze, quanto piuttosto scardinarle. Per questo gli arabi hanno un ruolo così importante nel romanzo. Per questo Rivlin si ritrova a penetrare così di frequente nella loro intimità. Attraverso questa continua contaminazione, l’uomo si esercita nell’arte di accostarsi alla differenza, comprendere la forza che la abita, e in tal modo decifrare il cambiamento, accettarlo per quello che è, ovvero l’enzima capace di catalizzare le dinamiche più proficue ed efficaci del divenire.

Il professor Rivlin – che nella sua disperata ricerca della verità si sposta continuamente da Haifa a Gerusalemme, in un continuo andirivieni attraverso i confini indecisi e mutevoli della Palestina – è la riuscitissima rappresentazione dell’inquietudine dell’uomo nei confronti dell’imprevedibilità della Storia. Il suo irrefrenabile trasporto nei confronti degli arabi – verso i quali dimostra una tenera predilezione e al tempo stesso un’insopprimibile diffidenza –, il suo desiderio di partecipare della loro intimità, nelle sue manifestazioni più minuscole e quotidiane, attesta la curiosità e l’apertura di Yehoshua nei confronti di ciò che è diverso; e la consapevolezza che è proprio in questa apertura che si concentra la speranza di un futuro migliore, di un’esistenza più piena e pacifica tra i popoli e tra gli individui.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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