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L’Apocalisse non profetica di Calasso: “L’innominabile attuale”

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di Daniele Capuano

Non poche pagine de L’innominabile attuale possono dare al lettore un’impressione insieme corretta e parziale: sembreranno lampeggiamenti aforistici appartenenti al migliore lignaggio del “pensare breve” novecentesco, alcuni definitivi, fino alla perentorietà apodittica. Si tratta senz’altro di passi in cui il percorso argomentativo e la fatica meditativa rimangono velati o nascosti, ma proprio in quanto sono il precipitato di una riflessione iniziata almeno ai tempi de La rovina di Kasch, indubbiamente l’opera fondamentale di Roberto Calasso, che oltre a intrecciare i fili di un’indagine religiosa, storica e filosofica immensa, si presentava come un semenzaio ancora in attesa di tempo, acqua e luce per fiorire pienamente. In quel libro Calasso partiva dal massimo dei racconti africani raccolti da Frobenius, “La rovina di Kasch” appunto – una sorta di prototipo completo della storia-cornice delle Mille e una notte (e dunque di tutte le storie e le meta-storie possibili) – per meditare sul sacrificio come archè posta tra l’atemporale e il tempo cosmico e umano, in particolare il sacrificio periodico dell’essere più prezioso e fragile, il sovrano, quale actus tragicus che garantisce l’accordo sempre imperfetto tra cielo e terra; e sul decisivo cambiamento di regime rappresentato dalla parola ammaliante del narratore (il Far-li-mas del racconto africano) quale sostituzione e spostamento, metafora, del versamento di sangue – sostituzione – spostamento che apre un tempo breve di ricchezza e di alleggerimento rispetto ai lunghi cicli senza storia del sacrificio primordiale, un felice tempo intermedio prima del ritorno al disordine.

Calasso, non senza il piglio provocatorio del dandy, aveva scelto il principe di Talleyrand, bestia nera di tutti i benpensanti, mostro di trasformismo sia per i democratici che per i legittimisti, come simbolo del transito fra due epoche, l’epoca del rito e del cerimoniale e quella contemporanea degli “esperimenti”, in cui la Società diventa l’unico soggetto e l’unico oggetto, idolo di un culto che tace le proprie premesse e i propri fini, e che non può non continuare a “sacrificare” (soprattutto, come all’inizio, l’uomo), ma non più per coltivare il commercium religioso tra visibile e invisibile, bensì per sottomettere ogni impulso, immagine e potenza alla propria auto-divinizzazione. In questo transito Talleyrand, figura mercuriale e insieme ministro-re taoista d’Occidente, medica la lacerazione, appone a mo’ di bende delicate e fragili (il fuoco ctonio le divorerà presto) gli ultimi tocchi del rito-cerimoniale, fa risuonare gli ultimi rintocchi di un equilibrio ormai dileggiato, vilipeso, frainteso.

L’innominabile attuale, lungo appena un terzo della Rovina, riprende molti di quei fili, non tutti, e medita sull’epoca, la nostra, che anni fa Calasso chiamava “post-storica” e che ora, con maggiore cautela e sottigliezza, non osa nominare, perché la sua ebbrezza “sperimentale” rimescola continuamente gli arcani, nonostante gli arcani rimangano gli stessi di sempre. In fondo Calasso medita sull’apocalisse: sull’emergere di ciò che è maturato occultamente nel corso dei secoli dominati dal verbo abramitico, soprattutto cristiano ed islamico. L’apocalisse è classicamente il disvelamento del mysterium iniquitatis: ma Calasso, sebbene sfiori il tono profetico, non lo corteggia né adotta, essendogli profondamente alieno. Il laboratorio permanente della Società, la leninista “ingegneria dell’anima”, ha finito per produrre una diade antropologica inaudita: il Turista e il Terrorista; una coppia di gemelli avvinghiati in una lotta cieca che non riesce a nascondere la loro affinità profonda. Entrambi sono accampati in un mondo privo di qualità, un mondo disanimato dal secolarismo della scienza e dalla letteralizzazione (direbbe James Hillman) della Parola rivelata. Entrambi portano il tormentato nichilismo dei russi e di Nietzsche oltre i confini estremi del dolore, in una extraterritorialità inesplorata, eppure consueta e quotidiana, fatta di inconsistenza e insignificanza; una dimensione cosmopolita, vuota, dove il caso detta la scelta della vittima del terrorismo, ma infallibilmente nei luoghi stessi del turismo, e dove l’inquietudine consuma le certezze infondate degli uni e le paranoiche e minacciate sicurezze degli altri. Di Nietzsche viene citato un passo in cui riprende la “leggenda nera” sugli ismailiti di Alamūt dall’orientalista von Hammer-Purgstall, secondo cui il Vecchio della Montagna formava all’obbedienza assoluta i suoi giovani terroristi antiselgiuchidi con la promessa di “paradisi artificiali” (già fatti sperimentare tramite l’assunzione di droga e la concessione di estenuate voluttà), mentre i capi dell’organizzazione vivevano consapevoli dell’inesistenza di ogni norma e verità (dunque dei nichilisti ante litteram).

Qui, tra l’altro, riemerge lo stile a volte brusco e ultimativo dell’aforisma calassiano, inteso a illuminare ora un tratto, ora l’altro del volto del reale, con insolita ricchezza di sfumature ma non di rado anche con violenti chiaroscuri: gli ismailiti di Alamūt, conosciuti attraverso le pagine gnostiche e sapienti di un Henry Corbin, perdono l’aura favolosa-diabolica dei racconti di Marco Polo e quella gothic e decadente di von Hammer-Purgstall, per assumere l’aspetto di un movimento esoterico e apocalittico impegnato in una disperata resistenza anche “politica”. Ma Calasso è magistrale sia quando segue il pensiero nei labirinti della complessità, sia quando ne abbrevia le peripezie con l’ostensione di immagini potenti.

Particolarmente interessante è un lato che emerge nel cuore del saggio iniziale, e che definirei da liberale pessimista, un po’ british e non poco affine a quello del grande studioso di tradizioni ed esoterismo Elémire Zolla: memorabile l’elogio della “democrazia formale”, con il suo argine di procedure che difende, sempre provvisoriamente e tragicamente, tra compromessi e mediazioni, dalla tentazione della “democrazia reale” (o diretta), con il suo culto (si direbbe oggi, e da parti politiche persino opposte) della disintermediazione che apre la strada alla tirannia, come già sapevano i filosofi antichi. Calasso arriva a guardare con simpatia la vituperata “atomizzazione” dell’uomo-massa (così lo si sarebbe chiamato qualche tempo fa), protesta silenziosa e a volte efficace contro gli esperimenti sognati o compiuti di “società organica”: la Società, il Grosso Animale di Platone, oggi è quasi irresistibile quando fa leva sul bisogno di rigalvanizzare forme di vita e istituzioni ormai perdute o eviscerate, che vivevano soprattutto di consuetudini, noncuranza e tradizione in epoche ancora parzialmente intatte dall’ideologia.

Le pagine sull’elettronica e il transumanesimo, poi, prendono il giusto sapore quando le si ricollega alla riflessione, avviata nella Rovina di Kasch, sulla dialettica permanente tra continuo e discreto, tra analogico e digitale, che oggi tende a risolversi disastrosamente nell’ebbrezza unilaterale di un polo a danno dell’altro (l’informatica è infatti, o pretende di essere, il trionfo assoluto del discreto-digitale). Anche uno dei passi più belli della seconda parte, quello in cui Goebbels individua l’essenza dell’ebraismo nella sua immensa capacità di mimesi, a danno dell’identità ariana (da accostare alle idee di Otto Weininger, il più tragico degli ebrei antisemiti), perde molto della sua geniale complessità se non lo si legge insieme al penultimo testo calassiano, Il cacciatore celeste, uscito appena un anno fa.

La seconda sezione de L’innominabile attuale è una sconvolgente raccolta di brani di lettere, diari, giornali, discorsi, parole trascritte, scene schizzate in Europa tra il 1933 e il 1945, quando, secondo Calasso, il nazionalsocialismo hitleriano, preceduto dal “socialismo reale” sovietico e dal fascismo italiano (davvero notevoli le lucide e pacate osservazioni di Élie Halévy e Marcel Mauss negli anni delle fatali ebbrezze apparentemente contrapposte), preparò – in modo orribilmente unico e forse irripetibile – la fase matura dell’idolatria della Società, che poi, dagli anni ‘50 del Novecento (nell’America eisenhoweriana), è diventata la “normalità”. L’atrocità di quegli anni, colta in modo sovrano attraverso i presagi dei sensibili e l’ottusità di funzionari, intellettuali e gente comune, culmina nel Ragnarök della Berlino devastata dagli Alleati, ma il silenzio, il fumo e la cenere sembrano aprirsi su un capitolo ancora non del tutto scritto, ovvero scritto solo in parte: da Calasso, o anche da Jacques Ellul (il grande critico anarchico-cristiano del sistema tecnologico, che pochi giorni dopo la resa di Berlino si chiedeva se Hitler non avesse in realtà vinto la guerra), da Günther Anders (che negli U. S. A. del dopoguerra trovava l’Uomo ormai antiquato), da Horkheimer e Adorno… Senza dubbio: eppure l’oracolo conclusivo, un appunto di Baudelaire riemerso pochi anni fa, in cui narrava il sogno di un torre (simbolica, onnicomprensiva) sul punto di rovinare, se viene da Calasso opportunamente accostato all’assalto qaedista alle Twin Towers, lascia nel lettore il desiderio, l’urgenza (che probabilmente l’autore stesso sente e conosce bene) di una nuova meditazione sulla normalità impossibile e sull’attuale innominabile e forse apocalitticamente inconoscibile.

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