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L’appartamento

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Pubblichiamo un estratto da L’appartamento di Mario Capello (Tunué) e vi segnaliamo l’incontro di giovedì 4 giugno alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma: l’autore presenta il romanzo con Christian Raimo. (L’immagine è di Emiliano Ponzi)

di Mario Capello

Era un sabato mattina qualsiasi, quando arrivai a casa di Marzia. La via era deserta. Solo qualche cane abbaiava, dai cortili accanto. I platani che ombreggiavano parte della strada fremevano nella brezza appena percettibile come grandi sonagli. C’era pace, ecco. Una pace diffusa, che faceva pensare a lunghe colazioni in vestaglia e a prati da falciare. In effetti, potevo sentire in lontananza il ronzio di una falciatrice e l’odore dell’erba tagliata – poco più forte di un ricordo. La giornata perfetta per portare mio figlio di otto anni a pescare.

Suonai al citofono. Fu Marco a rispondere dopo pochi istanti, quasi fosse stato lì ad aspettare per tutta la notte. Mi rispose con la certezza che fossi io e questa certezza così priva di malizia mi strinse il cuore, come la sua voce ancora un po’ fessa, palatale. Mi sforzai di non immaginarmelo in pigiama, i capelli arruffati come tracce di sogni agitati, gli occhi semichiusi davanti a una tazza di latte. C’erano immagini, di lui, che mi facevano ancora male. Scese dopo qualche secondo, chiudendosi la porta alle spalle con un gesto compito.

Adesso che lo vedevo sembrava meno eccitato, aveva indossato la patina dimessa che sfoggiava troppo spesso con me. Lo zainetto di un eroe dei cartoni animati sulle spalle, i pantaloni corti e il cappello da pescatore, a tese larghe, che gli avevo regalato io. Gettò lì un «ciao» svogliato, schivando il mio tentativo d’abbraccio per entrare in macchina, dove si sedette dopo aver deposto lo zaino ai propri piedi. Seduto, si voltò a dare un’occhiata alle canne. Un’occhiata deludente, per me. Erano le canne che erano state di mio padre, prima, e che speravo sarebbero state sue, un giorno. Ci sono eredità peggiori, pensavo. Da una finestra del primo piano vidi un bagliore di Marzia. Forse mi sbagliavo ma mi sembrava che mi avesse rivolto un saluto – il braccio piegato, il palmo nella mia direzione. Così salutai a mia volta una finestra vuota, fermando a metà quel mio gesto inutile.

Decisi di non forzarlo. Non aveva voglia di parlare? Bene. Io non avrei detto nulla. In fondo mi piaceva l’atmosfera ovattata che aveva invaso il nostro abitacolo. Così come mi piaceva il sole pallido che si riversava attraverso il parabrezza, macchiando la plastica di energia.

Passammo per il centro di Cortemaggiore. Anche qui, nessuno. E, per le vie costeggiate da portici scuri, sentivi solo l’eco delle nostre gomme che scivolavano sugli autobloccanti. Sapete l’impressione che si può provare in certe giornate d’agosto, in città, quando sembra di essere rimasti soli? Ecco. Un senso di smarrimento che sconfinava nella gioia. Sorrisi, tra me. Capii di essere di buon umore, che nulla l’avrebbe scalfito, il mio buonumore. Così, quando passammo accanto a un palazzo di appartamenti in cui avevo realizzato una compravendita, lo indicai a Marco. «Lì ho venduto una casa» dissi, facendo segno con il dito, sporgendomi sopra di lui.

Marco gli diede un’occhiata distratta e tornò a guardare quel nulla a cui aveva deciso di dedicare la sua mattina, come se dalla zona residenziale che stavamo attraversando ai trenta all’ora potesse avere una risposta a una domanda mai posta. Una palazzina degli anni cinquanta cresciuta addosso a un palazzo nobiliare come un arto artificiale. L’erba incolta del giardino comunale con un cane smarrito alla ricerca di un padrone di cui non c’era traccia. I manifesti di svendite di biancheria appiccicati ai cartelli arrugginiti, lungo il viale bordato di alberi mal potati. Sapevo anche allora che, dietro tutto ciò, dietro a tutta quella normalità, giaceva altro. Solo, mi sforzavo di non crederci. Come un bambino, come Marco, che gioca a «facciamo che».

Sperai che non sarebbe andata così per il resto della giornata. Confidavo nelle canne e nelle esche per scuoterlo un po’. Certo, non si poteva negare che, quel palazzo, per me così importante, visto da fuori fosse piuttosto anonimo. Una parete di mattoni e tasselli di mosaico monocromo, lucidi. Una facciata anni Sessanta. Quattro piani. Balconi piuttosto piccoli – come le finestre, adesso rese preziose dal sole che cominciava a salire e farsi più forte. Ma da quella compravendita avevo ricevuto una commissione che mi aveva fatto arrossire d’orgoglio. Con quella soltanto mi ero messo in tasca l’equivalente di due mesi del mio vecchio lavoro. Questo, a Marco, non lo dissi. Doveva, però, aver capito che stavo pensando al lavoro, perché, all’improvviso, mi chiese: «A scuola, la maestra chiede che lavoro fai».

Aggrottai la fronte. «Lo sai, che lavoro faccio».

Marco annuì lentamente, guardando fisso davanti a sé. «Le ho detto che lavori con i libri. Che cerchi storie, come mi hai detto tu».

Sorrisi. A disagio. «Sai che non è più così, vero? Adesso vendo case». Lui mi fece cenno di aver capito, ma da come evitava il mio sguardo era palese che, in qualche modo, la cosa non gli interessasse. «Non è poi molto diverso, sai, mi sono accorto che…»

Lui si voltò verso il finestrino e ci appoggiò la mano per toglierla subito e guardare la sua impronta svanire piano.

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