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L’arte che mantiene la vita. Proust a Grjazovec

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di Matteo Moca

Joseph Czapski, pittore, scrittore, saggista e critico d’arte, combatté la seconda guerra mondiale come ufficiale nell’esercito polacco, ma fu catturato dai russi e internato dapprima a Starobel’sk e poi a Grjazovec. Proust a Grjazovec, come suggerisce molto chiaramente il titolo, è un saggio che si muove all’interno della cornice del gulag a 400 chilometri da Mosca, ed è un libro denso e a tratti commovente.

Si tratta di una conferenza su Proust che l’artista polacco tenne nel refettorio del gulag, all’interno di alcune conferenze che i prigionieri, per la maggior parte ufficiali e quindi istruiti, e che erano l’élite intellettuale della società, medici, ingegneri, insegnanti, scrittori e pittori, organizzarono per tentare di mantenere viva la memoria e l’intelligenza critica, lottando contro la disumanizzazione perpetrata dalla vita di lavori forzati a cui erano condannati.

Durante queste conferenze – che continuiamo a definire tali per comodità, ma che evidentemente vanno calate nella situazione per capirne il significato più vero – ognuno parlava di ciò che ricordava meglio, perché ovviamente la disponibilità dei testi era quasi nulla: e così si alternarono conferenze sulla storia dell’Inghilterra, sulla storia del libro, sulle migrazioni dei popoli e sulle spedizioni polacche nelle Ande. Il saggio di Czapski riporta proprio una di queste, ed ha come oggetto la Recherche; ma per capire veramente il significato di questo saggio, è importante chiarire il contesto specifico e le necessità di alcuni prigionieri, stremati dal freddo e dalla fatica, di organizzare questo tipo di attività.

«Dettato durante l’inverno 1940-1941 nel freddo del refettorio di un convento sconsacrato in cui era stata ricavata la mensa del nostro campo di prigionia», le pagine pubblicate da Adelphi sono la rielaborazione di Czapski degli appunti che riuscì a salvare dal campo di prigionia, «una raccolta di ricordi» come le definisce l’autore, corredate dalle evocative immagini a colori che riproducono gli schemi e i disegni utilizzati per parlare ai compagni di prigionia. La necessità di riprendere un qualche lavoro intellettuale, il bisogno di un aiuto che potesse sostenere l’angoscia e tentare di superare lo sconforto, ma soprattutto l’urgenza di preservare la mente dalla ruggine della barbarie: questo è il significato delle conferenze nel gulag, e questo saggio incarna, metaforicamente ma in maniera fondamentale, lo sforzo di resistere alla violenza dell’ideologia.

Scrive Czapski in un altro suo libro, Ricordi di Starobielsk (responsabilmente ignorato ai tempi della sua uscita perché illuminava le vere fattanze dei gulag), che questo sforzo intellettuale, «compiuto senza l’ausilio di libri, di appunti, dà sensazioni del tutto diverse da quelle che dà un lavoro compiuto in condizioni normali. Allora opera con maggior forza la memoria involontaria, quella di cui parla Proust, considerandola come unica fonte della creazione letteraria, perché risalgono alla superficie della nostra coscienza dei fatti, dei particolari che non sapevamo nemmeno di aver conservato».

Altrettanto impressionante è la descrizione della situazione e dell’ambiente in cui queste conferenze furono organizzate: Czapski, dispensato dal lavoro fisico perché convalescente da una grave malattia, e dedito solo a pelare patate, pulire il refettorio e dare la caccia alle cimici, parlò dell’opera e della vita di Marcel Proust in un monastero distrutto e trasformato in campo di lavoro, con la neve alta fuori dalla finestra, nel refettorio sotto i ritratti di Marx, Engels e Lenin, a dei compagni stremati dal lavoro eseguito con temperature che raggiungevano anche i 40 gradi sotto zero, che, nonostante l’estrema stanchezza, ascoltavano attentamente la storia di questo asmatico scrittore parigino, della sua stanza affumicata e caldissima, dei salotti aristocratici e dei numerosi personaggi che affollano la Recherche, come rapiti da un mondo bramato ma in quel momento impossibile per loro.

La domanda che affiora a più riprese durante la lettura, è una domanda epistemologica sullo statuto dell’arte, ovvero se è possibile salvarsi attraverso di essa, o quantomeno trovare un appiglio per rimanere in vita. Recuperando la grande lezione della critica italiana, ma non solo, della prima metà del Novecento, viene appunto da chiedersi se la letteratura può dare la forza di vivere, ma se nel caso dei critici si tratta più di riflessioni teoriche, nella situazione in cui nasce la conferenza di Czapski invece ci si trova in una situazione pragmatica.

E la risposta, pur rispettando tutta la delicatezza del caso estremo, sorge proprio dove il contesto si fa più drammatico. Forse non si tratta di salvare la vita fisica, ma la necessità di queste conferenze e la strenua resistenza al freddo e alla stanchezza per ascoltarla, fanno pendere l’ago della bilancia verso una concezione della letteratura, ma anche dell’arte più in generale visti gli argomenti delle altre conferenze, che vede in essa uno strumento per trovare la forza di resistere: l’arte si fa resistenza alle ideologie e alle violenze.

Anche in Proust, e non a casa Czapski ci si sofferma, l’arte assume un simile valore, quella chiave di volta che costituisce il punto di partenza dell’ultimo volume Il tempo ritrovato: il Narratore, che nei volumi precedenti non ha talento, non è uno scrittore e sconta la sofferenza che la fine della giovinezza gli provoca, improvvisamente, mentre si avvicina al palazzo dei Guermantes per partecipare ad un grande ricevimento, proprio in quell’istante, camminando sul selciato e ricordando nitidamente Venezia, si accorge che l’opera è dentro di sé e che lì è sempre stata ed attende solo di essere realizzata.

Come nota Czapski, e davvero non sembra casuale, in quel momento, il momento in cui l’arte si manifesta e si rende disponibile per essere afferrata, il Narratore vedendo i compagni di salotto di una vita improvvisamente invecchiati, si accorge che sta proprio a lui farli rivivere: «Lui, lui soltanto, in mezzo a tutta quella folla, potrà farli rivivere: ora lo sa, e con una certezza così salda che la morte gli diventa indifferente» (p. 43). Il corsivo delle ultime parole sta appunto ad evidenziare questa concezione della scrittura, ed è toccante immaginare come a quel corsivo sia corrisposto, nella lettura di Czapski ai prigionieri del gulag, un irrobustimento della voce, incapace comunque di nascondere la commozione per una lontananza dal mondo incolmabile.

Oltre la conferenza su Proust, Joseph Czapski scrisse anche sul suo logoro taccuino in una calligrafia minuscola vista la difficoltà di procurarsi della carta, una storia dell’arte che iniziava con David per arrivare fino alla contemporaneità (il progetto si fermò però a Courbet): i taccuini andarono però perduti, ma resta la suggestione di David e della sua opera pittorica che resta politica nel senso più nobile del termine e che, come scrive Proust, «ritrova la verità suprema della vita nell’arte».

Oltre che interessante per il suo contesto, lo scritto di Czapski è anche una lucida e raffinata investigazione dell’opera e della vita di Proust, ancor più mirabile se si pensa, come si è detto, che fu preparata senza poter consultare neanche una pagina del romanzo di Proust. Ovviamente proprio per questa ragione soffre di mancanze ed imprecisioni che, come osserva il curatore Giuseppe Girimonti Greco, lo portano a reinventare intere scene della Recherche, ma costruisce comunque un documento ricco di brillanti intuizioni.

In queste pagine Czapski racconta anche del suo rapporto con l’opera, di come inizialmente rifiutò dopo poche pagine l’opera poustiana per poi rimanerne fulminato all’uscita del penultimo volume e di come proprio una lunga malattia (e ancora torna a far capolino il malessere e la morte) gli dette la possibilità di leggere e rileggere Alla ricerca del tempo perduto. Anche questo suo racconto conferma, chissà quanto ingenuamente, una visione della grande opera d’arte (un fiume la definisce Czapski che ne sottolinea la potenza «fluviale») assai simile a quella che Proust sottolinea più volte nel suo romanzo, come quando in Dalla parte di Swann scrive che «non solo non ci si impadronisce subito delle opere davvero rare, ma all’interno di ciascuna di esse, le parti che si colgono per prime sono proprio le meno pregiate».

In primo luogo Czapski colloca Proust al confine tra naturalismo e simbolismo, indaga poi i riferimenti artistici di Proust (in particolare Degas), ed analizza l’assoluto rigore della sua prosa, mezzo indispensabile per appropriarsi del mondo e descriverlo. Infine, seguendo una linea interpretativo molto frequentata, ritrova nella Recherche lo specchio dell’educazione letteraria di Proust che, sconvolto dalla morte della madre, deciderà di dedicarsi definitivamente, e in una sorta di isolamento assoluto, alla stesura dell’opera, vivendo per scrivere ed uscendo e frequentando gli ambienti mondani solo per avere conferme e impressioni per il suo grandissimo quadro, arrivando a sostituire alla sua stessa vita questo indomabile mostro. Ed è proprio alla morte della nonna, che Czapski intende come specchio autobiografico e quindi racconto dello scrittore della morte della madre, che l’artista polacco dedica una meravigliosa descrizione, mettendo in relazione questo avvenimento con le modalità di conoscenza del mondo fenomenico di Proust: «Mi sembra di vederlo, Proust, al capezzale della madre morente, distrutto dal dolore e al tempo stesso impegnato ad osservare ogni dettaglio, ogni lacrima delle persone che lo circondano, tutti i loro difetti e tutte le loro miserie» (p. 63).

Scrive Proust: «Quando dobbiamo ragionare sulla morte, siamo nell’impossibilità di rappresentarci qualcosa di diverso dalla vita»: e questo sembra davvero fare Czapski e più in generali i pochi superstiti del gulag, di resistere alla violenza e alla morte con lo spirito vitale della letteratura e dell’arte.

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