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L’arte del racconto secondo Philip Ó Ceallaigh

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Philip Ó Ceallaigh sostiene di essersi trasferito a Bucarest perché voleva scrivere racconti. Nel 2000 all’età di trentadue anni si è sistemato dove è scomodo stare. Era primavera e viveva in periferia in un monolocale al decimo piano di una palazzina d’epoca comunista: «Non era esattamente un ghetto, ma nemmeno un quartiere alla moda». Costava poco e poté comprarlo, ma non aveva i soldi per riparare il soffitto. La pioggia penetrava nell’appartamento, a causa dell’umidità crescevano funghi sulla parete («erano multicolori, li avrei dovuti fotografare», dice).

Bucarest era in stato di decomposizione, dal comunismo al salto nel vuoto del libero mercato degli anni Novanta. E quel soffitto ne restituiva l’immagine: tutto crollava e nessuno sapeva come rattoppare. Dentro a quell’appartamento Ó Ceallaigh forse si è salvato la vita. Come i vicini di casa, prostitute che profumavano l’ascensore, giovani che più dei pensionati assomigliavano a relitti alla deriva, cercava la via di fuga all’assenza di senso: «Mi sembrava che perlomeno metà degli inquilini stesse impazzendo, confinati dalla povertà nelle loro stanze mentre il mondo di fuori collassava – ha scritto – . Ero il migliore scrittore irlandese non ancora pubblicato e delle volte, da ubriaco, mi gloriavo di questa follia sbracato nel buio da qualche parte».

Appunti da un bordello turco (Racconti, 343 pagine, 16 euro) – Notes from a Turkish Whorehouse, Penguin – è stato l’esordio di Ó Ceallaigh e ha celebrato il decimo compleanno con la traduzione in italiano a cura di Stefano Friani. Quando si decanta la scomparsa del lavoro, tacendo l’incapacità di raccontarlo, lo scrittore riesce a illuminare il sommerso, i pessimi lavori del working class hero contemporaneo. Nella penna asciutta di Ó Ceallaigh c’è amore per la periferia, per i diseredati che sanno a loro modo affrontare l’isolamento e lo sradicamento. I narratori, spesso uno scrittore vagabondo, sanno quel che pretendono di rappresentare.

Ó Ceallaigh, irlandese classe 1968, usa in modo fluente sei lingue. Ha vissuto in Spagna, Russia, Kosovo, Stati Uniti, Georgia ed Egitto reinventandosi in mille mestieri per mantenersi. Nel 2006 con Appunti da un bordello turco ha vinto il Rooney Prize. Ora ha appena finito un libro, che è un saggio, di prossima uscita per Penguin, sulla persecuzione degli ebrei nell’est europeo, l’olocausto e il comunismo esaminando i temi attraverso le vite e gli scritti di diversi scrittori ebrei dell’area – Isaac Babel, Vasily Grossman e Mihail Sebastian.

Il titolo della raccolta non tragga in inganno: la maggior parte delle storie contenute nei diciannove racconti è ambientata in Romania: «Scrivevo della vita nel mio palazzo da dieci piani, che era la stessa vita degli altri palazzi da dieci piani, la stessa vita di gran parte della città. Scrivevo della esilarante assenza di speranza di tutte queste vite, ammassate assieme, ognuna di loro alla ricerca di un senso».

Ó Ceallaigh, le succede di riguardare Appunti da un bordello turco?

«Non l’ho riletto recentemente. Negli ultimi cinque anni non ho scritto molta fiction, è come se fossi uscito da quella zona. Quel che più ricordo è la stagione della vita nella quale l’ho scritto, le giornate, le nottate e le persone. Rammento la stanza dove ero seduto e il vissuto da cui provengono le storie. La mia memoria riguarda soprattutto il sentimento durante la scrittura, col mio stato d’animo d’oggi non saprei cosa ne sarebbe di queste storie. Le traduzioni consentono di incontrare nuovi lettori. Discutiamo e comincio a ricordare, mi riavvicino alle storie come l’ultimo estraneo. Dovrei rileggerle e potrebbe sembrarmi strano, potrei sentirmi come Donald Trump, sfidato su quello che disse o combinò. Potrei difendermi assicurando che in dieci anni sono cambiato, che in fondo il libro è uno scherzo da stanzetta. Perdonatemi».

Che cosa è cambiato dopo la pubblicazione?

«Sono diventato uno scrittore, nel senso che tutti potevano chiamarmi così. Non ha fatto la differenza sul modo di scrivere, ma sul livello di confidenza nel dire alle persone che cosa fossi. Fino a quel momento assomigliava a un segreto sporco. Ho speso tutto il mio tempo portando avanti questa attività, che è invisibile al resto del mondo e quasi pretende il porgere le scuse per il fatto di riversare tutto il tempo e le energie in qualcosa da cui le persone non possono trarre nessun guadagno immediato. Col trascorrere degli anni è una condizione psicologica scomoda. Devi sempre confrontarti con i giudizi delle persone. Si vive in un mondo per individui, che pratica l’arte del giudizio sul successo. Lo devi ignorare. Un giorno velocemente e inaspettatamente sei trasformato in qualcosa che la gente vede come un successo. Scrivono che ti ammirano, chiedono come si fa. Tutto ciò ti rende sufficientemente cinico sul fatto che la gente si accontenta della superficie di quello che si definisce successo».

Lei come reagisce?

«Riconosco la situazione. Non arrivi a scrivere qualcosa che ti impegna per cinque o sei anni senza acquisire un certo grado di indifferenza ai giudizi. Lo scrivere mi è sempre sembrato l’unica compensazione per tutta la merda che ho affrontato».

Un irlandese giramondo come lei, in che modo è finito al decimo piano di un appartamento diroccato alla periferia di Bucarest?

«La mia vita è stata cambiare lavoro e città ogni sei mesi, non avendo alcuna stabilità e confrontandomi costantemente con nuove situazioni di insicurezza materiale. Mi sentivo un disadattato come tutte le persone della mia età che non possono accettare di trovare alcun senso in una carriera o in quella che è considerata una vita normale. E la scrittura rispondeva a ciò. Era un tentativo di trovare un centro, un sentiero, in fondo un’attività che avesse un valore per me. Le parole sono state la mia gravità perché null’altro funzionava. Disperdevo molta energia vivendo in quella maniera, spostandomi in modo incessante. Per scrivere ho avvertito il bisogno di stabilirmi, e l’ho fatto. Ero un fallimento che viveva in quartiere e in un paese a loro volta fallimentari. Intenso, a suo modo. Tutto ciò che potevo fare era scrivere».

L’operazione è riuscita, ma soprattutto ha trovato una definizione di periferia.

«Sì, credo di aver risposto nel libro: “Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città, pensò, devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto”».

Quante ore al giorno dedica alla scrittura?

«Il minor tempo possibile, ma non è una questione temporale. Si tratta dell’esperienza di essere assorbiti. Il tempo che mi serve per entrare dentro alla scrittura è variabile. Trascorro anche quattro ore davanti al computer senza fare nulla prima di cominciare. Una volta entrato proseguo fino a quando c’è il battito. Quando lo sento il resto della giornata è spensierato, felice».

E la lettura?

«Negli ultimi cinque anni ho letto soprattutto non fiction con una matita in mano per le ricerche destinate al libro appena consegnato al mio editore, Penguin. In questi periodi viene meno il gusto puro della lettura, il piacere di perdersi. Vorrei mettere un punto a questa fase e riprendere a leggere come ero abituato, una forma di esplorazione».

È stato difficile trovare una casa editrice che pubblicasse i racconti?

«L’ho cercata per alcuni anni. Spesso mi dicevano di non essere interessati alla short story. Poi vivevo in un paese non mio ed era difficile che qualcuno leggesse. Questo ebbe un aspetto positivo: mi emancipai dalle attese fino a quando non mi ha trovato un’agente. Lesse alcune storie che avevo scritto e mi chiese se ne avessi altre. Ho risposto offrendo direttamente il libro già pronto. E tutto poi è proceduto in modo spedito».

Perché il racconto?

«È accaduto, non è stata una scelta. Non ho alcuna motivazione personale per scrivere quel che i lettori vogliono di più, i romanzi. Probabilmente perché non mi riescono. Troppo spesso il romanzo è una convenzione editoriale che deforma le storie. Se fosse data più attenzione alla forma, alla struttura si pubblicherebbero meno romanzi e storie migliori».

Come ha celebrato la prima pubblicazione?

«Un giornale pubblicò per la prima volta una mia storia, poi per due anni niente e allora ho fermato quel momento. Successivamente ho vinto un premio per giovani scrittori. Lo ricordo bene, perché era sponsorizzato dal Brandy».

Le chiedo qualcosa sul testo che dà il titolo alla raccolta. Scrivere vuol dire lottare?

«Be’ sì, quel racconto si avvicina allo sforzo, alla lotta per scrivere in circostanze difficili. C’è un cameriere che lavora nel bordello, la sua figura si ispira a un ragazzo conosciuto realmente in Turchia proprio in quell’ambiente. Lui mi si avvicina, iniziamo a parlare, mi dice che è uno scrittore, osservava l’ambiente in cui lavorava, le ragazze e ne scriveva. Non ho mai letto quello che ha scritto, il suo inglese era limitato, ma ricordo di avergli detto: “Questa è la maniera di scrivere, proprio il cosa e come puoi farlo”. La mia situazione tutt’altro che confortevole era simile, lottavo sempre materialmente. Sono andato a vivere in un paese molto povero, quando appariva disintegrato, e l’ho scelto come terra della scrittura. So che è quasi una prospettiva anti letteraria. Molta letteratura si scrive in comfort zone ed è una cosa differente. Non quello che vivevo all’epoca e il libro lo riflette».

In che modo è riuscito a raccontare così bene la storia di un amore che finisce?

«Qualcuno pensa che sia abbastanza realistico. Come percepiamo i segnali che descrivono quel che sembra accadere quando un amore sparisce? Retrospettivamente cerchi di analizzare le esperienze, di rintracciare le ragioni per le quali le cose avvengono e alla fine trovi una giustificazione. Per le creature che siamo cerchiamo sempre di spiegare, ma veramente per le esperienze fondamentali non c’è spiegazione. Davvero non possediamo spiegazioni. Forse è la cosa più difficile con la quale fare i conti. Il fatto di non comprendere poiché il dolore per le cose successe è spesso un’apparenza. L’odore, la puzza è il segnale divertente che ho intercettato per la fine di un amore. Sembra avere contemporaneamente una componente fisica e una emozionale. Non possiamo mantenere alcun controllo nella reazione di piacere o meno all’odore dell’altro. È il segno peculiare».

I suoi personaggi, anti eroi per eccellenza, quali tracce pensa lascino nel lettore?

«Non sono modelli e non voglio prendermi responsabilità per loro – sorride –. Alcuni mi assomigliano, dovremmo ignorarci».

È corretto dire che il libro suggerisca una riflessione sulla figura e sul ruolo dell’intellettuale? «Questi sono gli intellettuali: non ti dicono mai le cose come stanno», sostiene.

«Ho il sentore crescente che la scrittura provenga dall’aria accademica rarefatta, da questo modo di vedere e sentire. I libri che ammiro veramente hanno una lingua diretta, semplice e viscerale. Forse per l’esperienza di aver fatto lavori noiosi, cose dimenticabili, giornate di ordinaria deriva che affrontano la maggior parte delle persone. È la ripetitività priva di senso a provocare gran parte del dolore attorno a noi: nessuna gioia o senso dalla vita. In quel momento leggevo Charles Bukowski. Una delle ragioni della mia ammirazione per lui scaturisce dall’aver scritto del lavoro. Il suo primo romanzo Post office, dieci anni trascorsi ad andare in un ufficio postale che lui ha reso in maniera davvero divertente. Ci sono almeno un paio di storie nel mio libro che non avrei scritto senza questo esempio».

Lei è andato anche negli Stati Uniti.

«Il racconto La mia vita da artista descrive quel che ho vissuto in America. Lì c’è la risposta alla sua domanda precedente. Come raccontare quel mondo? Oggi la letteratura d’abitudine fallisce nell’esprimere quel tipo di vita. C’è chi crede che la letteratura debba occuparsi di questioni più elevate. Sono andato a vivere in un paese, la Romania, brutalizzato da un’esperienza storica con l’economia in rovina e lì ho scritto il primo libro, che appunto descrive quelle esistenze in termini semplici. La raccolta, sorprendendomi, ebbe subito un ottimo riscontro in Romania. Non credevo neanche che la pubblicassero e pensavo mi chiedessero di abbandonare il paese. Non l’hanno fatto».

Confessi il suo amore per Like a Rolling Stone e Bob Dylan.

«Due anni fa sono stato a un suo concerto. Come in un sogno avevo trovato per terra una banconota da cinquecento euro e andai a comprare il biglietto per risolvere il dubbio che non fosse falsificata. Avevo 17 anni quando comprai il disco che conteneva Like a Rolling Stone. Per me era una poesia densa di immagini vivide, collegata a numerose tradizioni musicali e al contempo cambiava la tradizione portando la poetica nel rock and roll. Ritengo, nonostante qualcuno storca il naso, significativa la scelta di espandere il modo di guardare alle diverse forme di arte non irreggimentate. È la prima volta che un Premio Nobel mi dà una gioia davvero personale. Per trent’anni più di ogni altro scrittore possa menzionare è stato compagno della mia vita».

La distruzione e la ricostruzione intenzionale di interi quartieri di Bucarest messa in opera dal dittatore Ceaușescu, lei ne ha scritto anche per Granta. Ho trovato molto interessante l’indagine sull’idea di amnesia collettiva e la costruzione del tempo dal passato al presente.

«Questo corrisponde anche a un capitolo del libro. Ed è forse il tema principale di quello che ho scritto. La storia è viva nel suo rapporto con il presente. Le società dell’est europeo hanno patito una forma diffusa di amnesia collegata in parte all’esperienza comunista: cancellare il passato con l’intento di creare discontinuità culturale e un fossato tra generazioni. La storia è sovente riadattata dalla facile narrativa delle dittature, di conseguenza poi, quando un dramma storico diventa pura fiction, discutere e misurarsi con la storia equivale al tentativo di ricostruire la verità. Tutti i regimi totalitari non tollerano chi non è nazionalista».

Lei ha tradotto in inglese lo scrittore Mihail Sebastian, ebreo romeno travolto dai fascismi del Novecento, la cui fine, schiacciato il 29 maggio 1945 da un camion militare sovietico mentre si recava all’università per una lettura di Balzac, fu tragicamente simbolica. For Two Thousand Years (Penguin, 2016) – De două mii de ani –  del 1934 è la testimonianza straordinaria, come d’altra parte Journal 1935-1944: The Fascist Years, di uno studente ebreo resiliente, solo che affronta un mondo che non gli appartiene nel precipizio dei totalitarismi novecenteschi.

«Ho scritto della persecuzione degli ebrei nell’est europeo, dell’olocausto, del comunismo esaminando i temi attraverso le vite e gli scritti di diversi scrittori ebrei dell’area – Isaac Babel, Vasily Grossman, Mihail Sebastian. Anche Saul Bellow, la cui famiglia era russa e crebbe parlando Yiddish. È un soggetto di ricerca enorme perché occorre tenere insieme, comprendere due periodi storici e il loro lavoro. Ma hanno registrato un’esperienza storica molto personale, scrivendo di loro stessi e del proprio tempo. Riesaminandoli è possibile immaginare, provare a capire, qualcosa che è quasi impossibile afferrare. La completa disintegrazione della civilizzazione nel secolo scorso, il genocidio. E come la follia generalizzata si sia estesa al mondo delle idee e delle lettere. Quanto poi facilmente e rapidamente questa esperienza sia stata negata e falsificata nell’Europa dell’Est, come se non fosse mai accaduto. Il lavoro generale di recupero della memoria storica non concerne solo il periodo comunista ma l’intero Novecento. Ed è un compito arduo per paesi ancora in piena transizione verso la democrazia».

Che cosa accade a Est?

«Nell’ultimo decennio abbiamo perso l’ottimismo proprio dell’idea naif che tutto quel di cui c’era bisogno fosse rimuovere le strutture preesistenti. E il capitalismo neoliberista le avrebbe soppiantate. Abbiamo imparato che non succede, non funziona così senza basi istituzionali per una democrazia, producendo altresì un irrigidimento del regime come in Egitto. Abbiamo perso la nostra innocenza su quel che si verifica quando crolla una dittatura. Ma abbiamo imparato la lezione? Nonostante la preoccupazione per ciò che avviene in Ungheria e Polonia, se poniamo una visuale a lunga gittata sull’allargamento a est dell’Europa non dovremmo formulare giudizi sommari e del tutto negativi. Dalle situazioni disastrose di partenza dovremmo pensare a cosa sarebbe successo senza quel sostegno. So quello che la Romania sarebbe ancora senza questa influenza. Chi mi aveva venduto a cinquemila dollari il monolocale a Bucarest aveva appena ottenuto un visto per gli Stati Uniti. Stavano tutti cercando di andare via. Fuori dalle ambasciate c’erano le code per i visti. Oppure riuscivano a uscire dal paese e a centinaia, a migliaia si presentavano dovunque si potesse lavorare senza permessi. Brexit è il trionfo del nostro cinismo».

A proposito di Premio Nobel, lo sognavano i coniugi Ceaușescu. Parlando con Granta, lei ha detto che la ferita più profonda inferta e lasciata dal regime è l’assenza di fiducia: nessuno si fida di nessun altro. Come si ricostruisce il legame sociale reduce dal totalitarismo?

«Devono passare diverse generazioni. La Romania è stata un caso estremo, nel quale si è avuto un regime stalinista decadi dopo la morte di Stalin. In confronto anche l’Unione Sovietica era uno Stato relativamente liberale. Qui la polizia segreta era infiltrata a qualsiasi livello della società e anche tra vicini di casa non sapevi chi potesse fare una delazione. Era un’atmosfera di completa paranoia. Ora i giovani sembrano esserne parzialmente fuori, ma molta gente è ancora traumatizzata. Ciò ha diffuso una sorta di schizofrenia. Si arriva a dividere la società, il mondo delle tue relazioni sociali in due parti, la tua famiglia, i tuoi amici di cui ti fidi e fai tutto per loro, con un grande senso di solidarietà. E invece chiunque è fuori dalla cerchia è un nemico. Ogni interazione sociale sembra risentire della ferita della realtà. Te ne accorgi dal rispetto per lo spazio pubblico, dal modo in cui entrano in macchina e l’aggressività con cui si guida, si parcheggia sulle strisce pedonali: questo è il mondo fuori. Qualcosa sta cambiando gradualmente. Le persone prendono il rischio di essere educate accoglienti con lo straniero, prima non succedeva. Il capitalismo è meraviglioso: ti fa dire buona giornata, stringere la mano, addirittura sembra invitare a trattare l’altro come un essere umano».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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