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L’arte di raccontare di Alberto Garlini

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(fonte immagine)

di Pierfrancesco Matarazzo

In una Pordenone giallo-nera come nelle migliori tradizioni di pordenonelegge, festa del libro con gli autori giunta alla sedicesima edizione, attraverso corso Vittorio Emanuele con i suoi palazzetti gotici e rinascimentali, gli archi dei suoi portici con le colonne tutte diverse e i chioschetti in legno del festival. Intorno a me odore di pietra bagnata e angeli sorridenti (i volontari del festival che con la loro maglietta gialla con le ali bianche stampate sulla schiena, aiutano la macchina di pordenonelegge). Di fronte a me il trecentesco palazzo comunale di Pordenone, con il suo orologio con sopra i due paggi in pietra che battono le ore, colpendo una campana di bronzo. È qui che ho appuntamento con Alberto Garlini, curatore di pordenonelegge, scrittore e da anni insegnante di scrittura.

Ci sediamo a un tavolino di un bar storico, sotto un ombrellone quadrato che sembra spingere con forza l’umidità dell’aria sopra le nostre teste. Cerchiamo con gli occhi qualcuno a cui chiedere un ventilatore gigante o almeno qualcosa da bere, poi ci guardiamo per un attimo, in silenzio, entrambi sappiamo che nello spirito di pordenonelegge nulla fermerà il programma. E il programma di questo incontro è conoscere meglio Alberto e il suo lavoro, a partire dal festival.

Come è andato il festival quest’anno?

Molto bene, abbiamo avuto quaranta incontri in più rispetto all’anno scorso e questo poteva essere un rischio in termini di affluenza; però tutti gli eventi sono pieni e spesso dobbiamo lasciare le persone in piedi, quindi bene.

Da quando lavora a questo festival?

Le prime due edizioni furono gestiste da un altro gruppo di persone, io sono subentrato a partire dalle terza edizione, quindi questo per me è il quattordicesimo pordenonelegge.

Il simbolo della rassegna del 2015 è una rotella di liquirizia su fondo giallo. Colori a parte (gli stessi del festival) perché questa scelta?

Da una parte è una cosa dolce e buona, legata ai bambini e all’infanzia, è gioiosa e penso oggi ci sia bisogno di questo sentimento, ma è anche l’immagine di una spirale. Un labirinto, un gorgo letterario in cui le persone che vengono a trovarci saranno risucchiate.

So che preferite non scegliere un tema per ogni edizione, a differenza di altri festival letterari: come mai?

Spesso si appiccica un tema a una manifestazione, ma poi si organizzano tutti gli incontri che si possono organizzare per richiamare pubblico, senza badare molto a quel tema. Noi crediamo sia importante dare un’immagine del mondo contemporaneo, portandola qui in forma narrativa. Quindi non siamo riducibili a un tema che non riuscirebbe mai a esaurire la ricchezza dei temi e dei pensieri che stanno circolando in questi giorni nella città.

Come decidete chi coinvolgere e invitare a pordenonelegge?

Vogliamo autori e pensatori rappresentativi del nostro tempo, indipendentemente dai nostri gusti personali, quest’anno abbiamo coinvolto molti autori che raccontano i movimenti migratori e cosa comporta fuggire dal proprio Paese, pur amandolo.

Nella raccolta di interviste L’arte di raccontare, lei e Caterina Bonvicini tentate di forare la coltre magica che avvolge gli scrittori. Come e perché scrivono, ma soprattutto cose pratiche: come costruiscono un personaggio, come scelgono fra prima e terza persona per la narrazione, quanto tempo ci vuole per costruire un incipit che tenga incollato il lettore fine alla fine della storia. Come è nata l’idea del libro e come avete scelto le interviste da utilizzare nella raccolta fra le tante realizzate?

L’idea della raccolta è nata da Caterina Bonvincini che poi mi ha coinvolto. L’obiettivo era disegnare una sorta di lezioni di scrittura in cui gli insegnanti erano grandi maestri della letteratura contemporanea. Abbiamo identificato dei temi classici di ‘narratologia’: dal personaggio al punto di vista, dal genere all’idea sottostante. Temi su cui si incentrano tutti i percorsi di scrittura, come quelli che tengo da anni. Su ognuno di essi abbiamo chiesto a un grande autore il proprio punto di vista. Prima di incontrarli abbiamo letto, in molti casi riletto, le opere dei singoli autori, per arrivare, come dicevi anche tu, al nocciolo della tematica, fornendo consigli concreti a chi volesse seguire le loro orme.

Alla fine di ogni intervista avete chiesto all’autore tre cose da non fare mentre si scrive. Quali sono quelle dello scrittore Alberto Garlini?

È difficile.

Accontentarsi è una cosa da non fare mai. Mai dire “buona la prima”. Cercare sempre di migliorarsi, avere la necessità di scrivere qualcosa di bello, questo è un requisito fondamentale.

Abbattersi. Un’altra cosa da evitare. La tenacia, assieme alla meticolosità, sono due doti imprenscindibili per un autore.

Non pensare che la scrittura è un talento che scende dal cielo. La scrittura deriva dalla lettura, bisogna leggere tanto, in modo critico.

Lei tiene e ha tenuto corsi di scrittura sia in scuole sia in contesti particolari, come in carcere, quali sono gli obiettivi delle persone che si siedono di fronte a lei e quali i suoi nei loro confronti?

Io non mi aspetto nulla dalle persone. Loro si aspettano tante cose. C’è chi viene per raccontare di sé e vede nella scrittura una terapia, c’è chi viene perché vuole pubblicare, c’è chi viene per provarci, c’è chi viene per divertimento o non è riuscito ad iscriversi al corso di tango. Ci sono diverse aspettative e spesso non sono fra loro compatibili. Io preferisco interagire con persone che sono molto motivate, che scelgono, vengono e vogliono pubblicare, fare qualcosa di concreto. Non mi aspetto nulla, cerco di essere un libro bianco. Non chiedo e non pretendo nulla, l’unica cosa che mi aspetto è che lavorino. La scrittura per me è uno spazio di libertà e non riesco a coprire con le mie attese lo spazio di libertà altrui. Cerco di rimanere sul tecnico, le mie lezioni di scrittura non sono centri di autoanalisi, alcuni però desiderano rimanere sul lato esclusivamente emozionale e epidermico della scrittura e questo li relega a fare cose di un certo tipo, per me poco interessanti, ma se le vogliono fare quello è giusto che continuino.

Quando si sente soddisfatto di una lezione?

Quando percepisco un interesse reale. Mi piace spiazzare. togliere alcuni infingimenti, maschere all’idea romantica della scrittura, mostrandola per quello che è, con tutte le sue fasi e tecnicismi. Il suo respiro, le sue forme, non esistono le idee arrivate in una notte tempestosa che si trasformano per magia in un romanzo. Le strutture narrative dell’Iliade e dell’Odissea sono le stesse alla base di un film holliwoodiano di oggi. Cerco di mostrare che alcune cose che ti prendono e ti trasportano emotivamente sono costruite e pensate a tavolino.

In una sua intervista di qualche anno fa per l’uscita de La legge dell’odio (romanzo in cui guida il lettore dove non vorrebbe essere portato, a osservare il punto di vista del “cattivo” e l’uso che fa della rabbia e della violenza) ha detto che la rabbia è intorno a noi ed è forte, ma non ha prospettiva, non è incanalata da un pensiero politico, proprio come accadeva al protagonista de La legge dell’odio. Cosa è cambiato dal 2012?

La situazione sta peggiorando. L’imbarbarimento del confronto politico, che oggi transita attraverso i social network, è arrivato a livelli mai visti in passato. L’argomento politico non esiste più, esiste solo l’insulto personale. Questo è un sintomo di una sensibilità rabbiosa che sta prendendo piede a tanti livelli. Le crisi economiche e politiche, come quella cui stiamo assistendo, hanno portato in passato a far scegliere alle persone idee radicali e violente, come è avvenuto per esempio con il fascismo. Speriamo quindi che l’economia si rimetta in sesto per evitare che questo sistema esploda. Ci sono dei piccoli segnali di ripresa, ma la situazione resta turbolenta, con una rabbia di base che è pronta a esplodere. Se si lasciano per strada senza lavoro persone di 45 anni con una famiglia e dei figli, come si può pensare che queste persone non siano facili prede di teorie politiche massimalistiche.

Secondo lei la classe politica non sa come gestire questa rabbia, perciò spesso è latitante?

I mutamenti sociali avvengono per rabbia e sentimenti di ingiustizia. Il punto che è sempre esistito nella teoria politica è che la rabbia debba essere canalizzata. È avvenuto con il regime comunista che ti offriva un’eguaglianza prospettica, con le forze politiche di impostazione cristiana che puntavano alla beatitudine ultraterrena, lo stesso capitalismo classico ti dice che tutti avranno un’opportunità per diventare ricchi. Tutte queste chiavi di lettura offrivano un futuro migliore cui aggrapparsi. Oggi questo futuro sembra sparito. Le persone sono senza speranza e il progetto politico di lungo termine non esiste più. Nessuno ci parla della prospettiva futura dell’Europa e dell’Italia da qui a cinque o dieci anni, ci si limita a tamponare i problemi immediati. La politica si è trasformata in governance. Si gestisce l’esistente senza una visione.

Questa mancanza di visione la vede anche nell’editoria?

Di libri di letteratura se ne vendono pochissimi. I best seller sono spesso libri scritti da non scrittori. Personaggi pubblici, televisivi, sportivi, politici hanno sostituito lo scrittore perché offrono una storia molto più fruibile e rapida da assorbire. Ma rapidità di assorbimento e approfondimento non vanno molto d’accordo e questo penalizza i libri che puntano a far pensare il lettore, che hanno bisogno di un ritmo di lettura più lento, a volta anche di una rilettura. Senza contare che oggi l’aspetto mediatico ha una rilevanza primaria nel successo di un libro, la performance di uno scrittore su un palco sta diventando fondamentale per le vendite del suo libro.

A cosa sta lavorando adesso?

Sto scrivendo un giallo. Ho finito un romanzo e adesso sto lavorando a un’idea che mi è venuta guidando. Quasi tutte le idee mi vengono mentre guido. Noi siamo vittime delle forme narrative. Ognuno di noi cerca di raccontare a se stesso la propria idea di un evento che non è detto combaci con quella altrui. Ho quindi creato un detective (che è anche un mio alter ego) che guarda ai suoi sospetti come personaggi di un romanzo, chiedendosi cosa li avrebbe mossi ad agire come lui pensa abbiano agito.

 

Pierfrancesco Matarazzo è scrittore, lettore e osservatore curioso delle ossessioni dell’uomo contemporaneo. Si ferma spesso ad ascoltare persone sconosciute che parlano fra loro. Avete presente lo strano personaggio con il taccuino seduto al tavolo vicino al vostro?

Cura diverse rubriche, interviste e articoli per lit-blog e riviste letterarie come Sul Romanzo, Flanerì, minima&moralia e Orlandoesplorazioni.
Ha creato imago2.0, blog per generatori di immaginazione, inventori di storie e lettori onnivori.
È autore di opere di poesia e narrativa: la raccolta di racconti Il Corpo, da cui è stato realizzato un adattamento teatrale, e il romanzo La certezza del dubbio.

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