Alessandro Bulgini Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo (Taranto Opera Viva 2015)

L’arte e la città: nuove pratiche ed esperimenti di futuro

Alessandro Bulgini Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo (Taranto Opera Viva 2015)

Questo pezzo è uscito su “Scenari”, settimanale di approfondimento culturale di Mimesis. (Immagine: Alessandro Bulgini, Decoro urbano su relitto in Mar Piccolo – Taranto Opera Viva 2015)

I.

Quella che è una precondizione sostanziale di ogni discorso incentrato sulla cultura e sulla creatività viene in generale sorvolata, e va dunque continuamente precisata e definita. Non solo la creatività è alla base delle produzioni culturali e creative e della filiera industriale che fa ad esse riferimento diretto, ma essa oggi è e rappresenta molto di più, in termini di ruolo e di impatto. Uno degli errori di prospettiva più comuni relativi a questo tema consiste infatti nel considerare i diversi ambiti produttivi, innovativi, economici come disconnessi e separati, in base a una compartimentazione che non esiste più nei fatti, ormai da molto tempo, nelle società avanzate: questo errore è particolarmente evidente, per esempio, proprio nei Paesi che all’interno della presente crisi non riescono a uscire, a livello di visione politica e di policies concrete da attuare, da una logica totalmente concentrata sulla “manifattura” o sulla “grande industria”, a discapito delle idee e dell’innovazione.

Una delle ragioni strutturali dell’invasività di questa crisi è proprio la sua capacità di colpire proprio l’obsolescenza delle infrastrutture, non solo materiali ma anche e soprattutto immateriali. Mentali. E dunque, recede chi non si rende conto drammaticamente di come innovazione e creatività siano fattori assolutamente determinanti e interconnessi per la ricostruzione della propria economia (è per questo che uno dei settori più fecondi di analisi e di studio in questo momento è proprio quello relativo all’interdipendenza tra filiere creative e filiere industriali). La creatività non è perciò un territorio a sé stante, indipendente dalle logiche dei territori produttivi e tutto sommato marginale, ma è un’attitudine che attraversa e che governa tutti gli altri territori: essa è la palestra fondamentale che allena qualunque settore produttivo e imprenditoriale a pensare, applicare e sviluppare idee nuove, cioè all’innovazione continua. La creatività è al centro di ogni territorio economico e produttivo che voglia pensarsi considerarsi configurarsi in uno scenario internazionale, e deve dunque essere posta coerentemente al centro di politiche industriali che siano aggiornate a economie fortemente innervate di conoscenza, di cultura e orientate alla produzione di senso e di identità.

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Ancora più che di luoghi fisici, una città viva, creativa, vivace ha bisogno di luoghi psichici: momenti di incontro, di collaborazione, di discussione. Di formazione. Per artisti, imprenditori, operatori culturali e per l’intera cittadinanza. Per costruire un sistema di questo tipo, occorrono basi totalmente nuove. Occorre abbandonare la logica – e la retorica – dei grandi eventi

Questi luoghi tendono così a qualificarsi a pieno titolo come “ecosistemi culturali” orientati verso uno sviluppo collettivo che contempli più dimensioni: vale a dire, sistemi di relazioni in cui il contesto urbano e architettonico, quello ambientale-paesaggistico e quello umano (la tradizione, la storia, l’animazione culturale) agiscono insieme per riconfigurare integralmente una comunità – locale, territoriale, nazionale – attraverso la ricostruzione della sua identità. E la produzione di senso. L’ecosistema culturale costituisce inoltre l’habitat ideale per l’innovazione, intesa come modifica sostanziale dell’ordine conosciuto: esattamente il tipo di habitat di cui l’Italia e le sue città hanno, in questo momento, un impellente bisogno.

II.

Il problema non è dunque tanto quello legato agli spazi (luoghi fisici), ma delle pratiche artistiche e culturali, che creano le precondizioni per e danno forma ai luoghi mentali. Se anche in una città oggi predisponessimo una serie di mostre di qualità, all’interno di spazi istituzionali e qualificati, non avremmo comunque assolto che in minima parte ai compiti che spettano alla cultura e alla produzione creativa nella rigenerazione, riqualificazione, riattivazione (non presunta) di un contesto urbano.

Le città sono prima di tutto esistenze, relazioni umane – non infrastrutture materiali.

Se la nostra attenzione si focalizza sull’ecosistema (costituito da paesaggio architettonico, paesaggio naturale e paesaggio umano), sulla temperatura e sulla qualità di questo ecosistema, ecco che le sue funzioni – e le disfunzioni – ci saltano all’occhio più chiaramente. Chiudere l’arte e la cultura in luoghi deputati, istituzionali, segregarla all’interno di recinti non è mai stata un’opzione salutare, democratica, intelligente: meno che mai in questo momento storico.

Proprio l’assenza (la vacanza) momentanea di questi luoghi istituzionali è un’occasione preziosa da cogliere e agganciare: essa è in grado infatti di favorire l’adozione di pratiche (e politiche) radicalmente innovative. Secondo lo schema di una sorta di serena “eversione civile” (Michele Dantini), la progressiva secessione culturale cioè delle “minoranze vitali” rispetto alle logiche istituzionali, orientata a modellare lo spazio esistenziale della comunità secondo le sue reali istanze ed esigenze.

Le città italiane ha dunque l’opportunità di ricostruire in profondità il proprio tessuto culturale, facendo emergere e connettendo tra di loro le esperienze e le energie virtuose orientate all’innovazione radicale, che esistono e resistono al momento in maniera sparsa, radicale, frammentaria: attraverso cioè una forte attitudine interdisciplinare non intesa come elemento esotico e decorativo ma come struttura fondamentale dell’azione culturale.

Se mutiamo punto di vista, non abbiamo bisogno di spazi quanto di modi di relazione e di incontro – tra i territori culturali, così come tra questi e la cittadinanza. Per ricostruire forme di responsabilità civile, attraverso una partecipazione non retorica: questa è la funzione vera, autentica di arte e cultura all’interno dello spazio urbano, materiale e immateriale.

Solo in una prospettiva autenticamente collaborativa potremo dare forma alla dimensione presente e futura della nostra esistenza. Come scrive Richard Sennett in Insieme (Together, 2012): “La collaborazione può essere definita come uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme. (…) La collaborazione è un’arte, o un mestiere, che richiede alle persone l’abilità di comprendere e di rispondere emotivamente agli altri allo scopo di agire insieme.”

III.

Occorre fuoriuscire definitivamente dalla tentazione decorativa: la stessa “mostra” di arte contemporanea, per esempio, come pratica e come attività se ci pensiamo bene non sembra avere più, ormai, molto senso; semplicemente, perché è un modulo terribilmente arretrato, e che continua ad arretrare e a irrigidirsi rispetto alla vertigine dei processi sociali in corso. L’arte deve scendere per strada, inoltrarsi nella realtà, muoversi costantemente in essa, integrarsi felicemente in essa, aiutare e trasformare la vita delle persone. Solo così essa potrà riconquistare quella fiducia e quel credito gravemente compromessi negli ultimi decenni, caratterizzati da una sostanziale e patologica dissociazione rispetto al tessuto sociale. (Tutto converge, in questo senso: movimento artistico, politica culturale, politica tout court, storia e critica della cultura, amministrazione, urbanistica).

Quale è infatti il vantaggio di rimanere ancora pervicacemente rinchiusi in un recinto (il “sistema dell’arte”, il “museo”, ecc.) che non è più neanche così dorato e che si rivela invece esplicitamente per ciò che è ed è sempre stato – carcere, gabbia, spazio concentrazionario? Colmare invece la distanza abissale con il popolo (non pubblico, non più pubblico: popolo, è bene riabituarsi a pronunciare questo termine-concetto, e non vergognarsene…), rifondare e riconfigurare l’idea stessa di arte popolare: questa è la missione e la visione di ogni pratica artistica autentica in questa fase. Tutto il resto si condanna all’irrilevanza e all’impermanenza. Alla tappezzeria.

La funzione storica dell’arte in quest’epoca difficile e tumultuosa, così come in altre analoghe, è ricostruire la dimensione corrosa dello spazio pubblico e migliorare concretamente – senza consolare né commuovere – la vita individuale e collettiva.

Inutile aggiungere quanto questo sia, anche e soprattutto, un compito generazionale.

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Ciò non vuol dire, ovviamente, negare l’importanza delle mostre e della tutela del patrimonio: significa però inserirle in una cornice più ampia, che ponga al centro lo spazio esistenziale – insieme al bisogno di aprirsi a una realtà esterna fatta di idee, dibattiti, punti di vista, confronti, analisi del presente e elaborazioni concrete. Compito della cultura dunque, in una fase di transizione epocale come quella che stiamo attraversando, non può che essere – dopo aver ratificato ed analizzato la fine dell’epoca precedente – immaginare, articolare e costruire l’epoca nuova: la cultura è il telaio, la struttura fondamentale di progettazione del presente e del futuro.

Il mondo italiano dell’arte contemporanea ha dunque l’occasione – forse unica – di ripensarsi e di riconfigurarsi su basi integralmente nuove, riconnettendosi in maniera feconda a questa costruzione.  Dal punto di vista pratico, dunque, in un dominio della spettacolarizzazione così esteso come quello attuale, sul piano della pianificazione artistica (e culturale) ci si rende conto che occorre forse concentrarsi in questo momento su progetti magari più ridotti rispetto al passato, ma che abbiano una reale connessione con la comunità e con il territorio di riferimento; che siano orientati all’effettiva ricostruzione dell’identità collettiva e guidati convintamente dal criterio della responsabilità. Progetti che sappiano considerare integralmente i processi culturali e identitari, in cui il lavoro degli artisti sia fondato sulla conoscenza diretta e approfondita del contesto di riferimento, al punto da diventare in qualche strano modo molto più che partecipativo: quasi un’estensione diretta delle istanze provenienti dalla comunità stessa.

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
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