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L’arte visionaria di Prof. Bad Trip in mostra a Roma

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Questa sera a Roma, presso il Palazzo Velli Expo, ci sarà l’inaugurazione della mostra A Saucerful of colours, a partire dalle 21 con un’esibizione di Teho Teardo.

Quest’estate Tabularasa Teké Gallery ha organizzato a Carrara nei propri spazi espositivi la mostra A Saucerful of colours dedicata all’artista Gianluca Lerici aka Prof. Bad Trip scomparso nel 2006. La rassegna ha riscosso un grande successo, non solo per la “vicinanza” geografica ed affettiva che lega Prof. Bad Trip alla città toscana (Lerici è nato nel 1963 a La Spezia, a pochissimi km di distanza, e si è diplomato in Scultura nel 1988 proprio all’Accademia delle Bella Arti di Carrara), ma soprattutto per l’importanza artistica delle opere esposte: oltre quaranta dipinti, poco conosciuti al grande pubblico, insieme a una serie di opere grafiche, sculture e altri oggetti come francobolli, poster, collage e complementi di arredo e di design.

La galleria carrarese ha così deciso di organizzare una seconda tappa della mostra facendola approdare a Roma presso le sale espositive di Palazzo Velli Expo dall’11 novembre al 3 dicembre. Durante l’inaugurazione ufficiale, venerdì 11 novembre alle ore 21, si terrà l’esibizione live di Teho Teardo.

Un’occasione imperdibile per godere di questa grande retrospettiva su uno dei “visionari” che più hanno influenzato il panorama artististico italiano dagli anni 80 ai 2000. Quello per cui più di tutti sentiamo la mancanza.

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Prof. Bad Trip, sfruttando qualsiasi forma d’arte – musica, pittura, fumetto, serigrafia, incisione, scultura etc. – ci ha immersi nel suo universo fatto di robot bizzarri, teschi psichedelici, pupille ipnotiche, improbabibili astronavi, tentacoli psicotropi, forme geometriche impazzite, tutto così pieno zeppo fin quasi a scoppiare di linee e texture drogate. Il suo peculiare immaginario – distopico, ironico, feroce, disilluso, ribelle e persino fanciullesco – negli anni si è rivelato inconsapevolmente “collettivo”, ovvero in grado di catalizzare le ansie, le paure, le emozioni di più generazioni, come solo i grandi artisti riescono a fare. Risultando ancora oggi attuale.

I primi passi li muove da vero punk nei primissimi 80, quando si esibisce come cantante nel gruppo hardcore Holocaust. Crea le sue prime fanzine in puro spirito do-it-yourself iniziando a usare la sigla Bad Trip Production per firmare le proprie creazioni grafiche: volantini, manifesti, t-shirt. Sono anni di formazione e di protesta (manifestazioni e occupazioni di centri sociali). Il suo stile grafico si affina sulla fine del decennio, dopo aver terminato gli studi accademici. Le influenze vanno dal fumettista Robert Crumb a registi come David Lynch e David Cronenberg, passando per le controculture musicali – punk, psichedelia e techno –, fino a scrittori come J.G. Ballard, Philip K. Dick e William S. Burroughs. A proposito di quest’ultimo, nel 1992 Prof. Bad Trip realizza la versione a fumetti de Il pasto nudo (ShaKe Edizioni): una visionaria discesa negli abissi della dipendenza da droghe pesanti che resta a tutt’oggi l’opera più nota di Gianluca Lerici.

Insomma, nei ’90 allarga il suo raggio d’azione aumentando le sue collaborazioni soprattutto con case editrici, nel settore del fumetto indipendente e dell’illustrazione (R&R Editrice) o vicine alle culture antagoniste (AAA Edizioni, Castelvecchi, Stampa Alternativa, Manifesto libri), ma senza trascurare i rapporti con grandi editori come Mondadori, per cui realizza numerose copertine: tra le più note, da segnalare quelle per i primi libri di Niccolò Ammaniti, ma anche di Guy Debord, Philip K. Dick, Edgar Allan Poe e “il nome multiplo” Luther Blisset. Diventa un nome sempre più importante nel contesto artistico nazionale, colleziona sempre più riconoscimenti diventando protagonista di mostre prestigiose organizzate in tutta Italia, ma soprattutto non smette mai di sperimentare in ogni anfratto artistico, fino all’età di 43 anni, quando il 25 novembre 2006 viene stroncato da un infarto.

L’eredità artistica che ha lasciato si dispiega in una sconfinata produzione che prende vita nelle più svariate forme.

La mostra A Saucerful of colours serve a ricordare tutto questo, ripercorrendo originalmente alcune tappe del percorso “visionario” di Prof. Bad Trip. Prezioso è il catalogo a colori che accampagna l’esposizione, contenente gli occhialini 3D anaglifi per la visione delle opere pittoriche e una serigrafia in edizione limitata e numerata. All’interno da segnalare anche la versione integrale ed inedita dell’intervista Apocalittica realizzata da Vittore Baroni al Prof. Bad Trip e soprattutto l’importante testo critico di Matteo Guarnaccia, con il quale abbiamo scambiato due chiacchiere per l’occasione.

La mostra “A Saucerful Of A Color” celebra l’arte di Gianluca Lerici a 10 anni esatti dalla sua scomparsa. Quanto sono stati determinanti, importanti e significativi per il contesto artistico italiano, underground e non solo, Prof. Bad Trip e il suo universo visionario?

Prima di ogni altra considerazione: Gianluca è stato un artista profondamente originale al di là della casacca di appartenenza. Quindi, per favore, lasciamo da parte la parola underground che solitamente viene usata a sproposito, con intenzioni sminuenti, derisorie o, peggio, auto consolatorie. Stiamo parlando di una persona integra, curiosa e appassionata, che si è impadronita dei segreti di un mestiere antico – l’incisione- e ha saputo traghettarli, in maniera sapiente e inaspettata, nel disegno e nella pittura, per raccontare la sua, la nostra contemporaneità. Un Vecellio punk – erede della gloriosa tradizione protestante della totentanz, di Posada, Kokoschka, Ensor – interprete designato del passaggio di consegne tra gli anni ’60 e gli anni ’90 in seno alla scena antagonista. Un processo artistico evoluto – già annunciato dalla scelta di un formidabile nome de plume distopico, “Bad Trip” – che si è svolto in perfetta sincronia con altri accadimenti della mutazione stilistica in atto in quel decennio, Travellers, Genesis P-Orridge, Rave New World, cyberpunk ecc.  A dispetto della durezza dei  temi trattati, ci ha regalato un’arte raffinata, studiata nei minimi particolari. Con un malizioso, a tratti disperato, D.I.Y. ha svolto il compito di collettore di dubbi, paure, pensieri ribelli: una visione critica non fine a se stessa, ma conseguenza di una comunità, reale o ipotetica, di cui si sentiva parte.

Insomma, prima di perderci nella facile formuletta dell’arte sballata, ci troviamo di fronte a genuina arte sociale, senza l’ipocrisia, i clichè e la noia di ciò che di solito siamo abituati a considerare tale. Una  creatività selvatica e grottesca andava a braccetto o litigava, con il mondo della musica, del design, della comunicazione tessile, del fumetto, delle fanzine e dei salotti.  Il fatto che non abbia bazzicato più di tanto il contesto artistico delle gallerie, delle fiere, delle quotazioni da calcio mercato, degli entusiasmi stagionali, non gli ha impedito di creare un corpus di lavoro notevole, una fitta serie di corrispondenze e sostenitori. Gianluca si è giocato tutto sulla traballante frontiera di una sensibilità acutizzata, sulla volontà di occupare un temporaneo terrain vague in attesa dell’invasione degli ultracorpi. Un atteggiamento fisico da lottatore, di chi attinge informazioni dall’orlo del vulcano prossimo all’eruzione, di chi mette mano alla materia non raffinata. Niente a che fare con la fiction antagonista e le madamine tatuate.

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Nonostante questo si ha l’impressione che anche per Prof. Bad Trip – come per molti altri artisti del passato che hanno operato in contesti sotterranei – ci sia il rischio di cadere nel buco nero del dimenticatoio artistico. Ben vengano queste mostre che oltre a far felici gli amanti della sua arte hanno soprattutto il compito di avvicinare le giovani generazioni e fargli conoscere questo artista seminale. Nel 2016 è possibile considerare ancora attuale la sua arte, anche da un punto di vista socio-politico, rispetto al difficile periodo storico che stiamo attraversando?

Quello di offrire riverberi, echi, continuità alla sua figura è  il compito ineludibile di chi lo ha conosciuto e amato. I suoi disegni, le sue stampe, i suoi dipinti, t-shirt, timbri, fumetti, copertine di dischi, sono materiale sensibile che irradia ancora la folle passione di un uomo che ha continuato sino alla fine a sbraitare – e a sghignazzare – contro l’idiozia di ogni genere di potere e contro l’invadenza della tecnologia. Una lezione, un punto di vista, purtroppo ancora attuale. Come preconizzato dalle sue tavole dense di moniti e spie rosse accese, ci hanno cacciato con gli scarponi pixelati chiodati nel Brave New World.

Insomma, quanto manca Prof. Bad Trip oggi, nel 2016?

Non è solo lui che manca, mancano artisti che abbiano il coraggio di andare oltre la realtà consensuale.

Qual è stato il suo rapporto personale con Gianluca Lerici?

Ci siamo sempre rispettati, a dispetto dei background diversi, anche se tutti e due venivamo dalla “strada”. Si considerava il mio figlioccio, mi chiamava perversamente “Babbo”, ci siamo divertiti moltissimo a elaborare progetti deliranti (come la pubblicazione dell’albo bicefalo  “Double Dose”, la sua collaborazione a “Insekten Sekte”, le folli trading cards, le magliette stampate nel suo gelido atelier sugli Appennini). Uno dei bonus a cui avevo diritto, grazie alla nostra complicità creativa, era ricevere costantemente via posta pacchetti sfiziosi con sue opere, t-shirt, toppe serigrafate, fotocopie, collages, brevi testi,  pasticciati e  ingentiliti da disegni, falsi francobolli e  timbri sontuosi. Il nostro ping pong relazionale è stato ludico e magico, diciamo che abbiamo condiviso un affascinante tratto di strada insieme. Le nostre wunderkammer erano contigue, con molte trouvailles lasciate negli spazi comuni (Burroughs, Griffin, Haeckel), c‘erano problemi di infiltrazioni reciproche e, certo, a volte mi lamentavo per la musica techno troppo alta…

Pittura, fumetto, musica, design etc… Questa mostra è da considerarsi una risultante di tutte le influenze, gli stimoli, le curiosità e le più disparate sfaccettature artistiche di Prof. Bad Trip? Cioè, riesce a cogliere tutti questi aspetti?

La qualità della mostra rivela l’entusiasmo impresso all’operazione dalla preziosa compagna di Gianluca, Jenamarie Filaccio e dalla Teké Gallery (Stefano Dazzi ). La scelta degli elementi esposti è frutto di un’accurata selezione. La prima tappa a Carrara è stata strabiliante, per partecipazione di pubblico. E non dimentichiamo che tutto è accompagnato da un catalogo davvero eccellente per la qualità delle riproduzioni delle opere e dei testi critici (oops!! sono coinvolto anch’io, ma in questo caso rischio volentieri l’accusa di “conflitto di interessi”).

Qual è il valore aggiunto di questa mostra?

Andare e abbandonarsi al piacere psicoattivo, cromaticamente destabilizzante delle narrazioni visionarie di Bad Trip. Per una volta lasciate da parte la solita masochista fissazione  xenofila italica. Gianluca veniva da La Spezia ed è sicuramente più esotico e cool di qualsiasi hipster d’oltreoceano sponsorizzato da giovani ereditiere annoiate.

C’è qualche artista oggi che può essere considerato una sorta di erede di Prof. Bad Trip?

No (secco), che io sappia!

Nasce a Livorno nel ’77. Da un po’ di anni vive a Roma. Giornalista-grafico editoriale. Scrive di musica, fumetti e altro (Mucchio, Prismo, The Towner, Dailybest, Rockit, Sentireascoltare…). Ha curato il libro Tiamottì (Arcana, 2010). È l’ideatore di This Is Not A Love Song, progetto editoriale che unisce illustrazione e canzoni d’amore. Gli manca il mare e vorrebbe che l’estate durasse 12 mesi.
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