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Un’altra idea di Europa. L’arte vola ad Atene

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ATENE. Era il 2013 quando Adam Szymczyk, direttore artistico di dOCUMENTA, la più importante esposizione di arte contemporanea d’Europa, annunciò che la quattordicesima edizione, per la prima volta dalle sue origini nel 1955, sarebbe uscita dai confini di Kassel per allargarsi alla capitale greca. Learning from Athens. Il titolo di dOCUMENTA 14 suscitò sconcerto e attese. Erano i tempi in cui Atene si preparava al suo durissimo duello politico con la Germania.

Manifestazioni di piazza erano all’ordine del giorno. Rabbia e orgoglio. Schaeuble come Hitler. Resistenza. Diritto a rivendicare un’altra idea di Europa. Che dOCUMENTA rompesse per la prima volta l’isolamento tedesco per “imparare da Atene” parve a tutti una mossa di enorme portata simbolica. Fino al luglio 2015, fino ai giorni del referendum, quando l’entusiasmo popolare venne stroncato nella più dura repressione di quella che è ormai passata alla storia come “Primavera di Atene”. Da allora, per chi aspirava a portare qui la sfida dell’arte contemporanea per osservare i limiti e il futuro della democrazia sono cominciati guai grossi. Le critiche, trasversali, si sono moltiplicate nel Paese della critica per eccellenza.

Grecia terra esotica di conquista, Atene città povera da compatire, i greci artisti minori da mostrare allo zoo prima di abbandonarli a se stessi. Anche i giornali meno propensi alle esagerazioni e ai radicalismi tipicamente greci hanno spesso lasciato che l’onda dell’orgoglio ferito tracimasse. Poi tutto si è acquietato in una sospensione di attesa. L’8 aprile dOCUMENTA verrà inaugurata. Non è più tempo di giudicare quel che ancora non c’è.

“Finalmente si parlerà soltanto di arte. Un’opportunità straordinaria per Atene” Eleftheria Tseliou è una delle giovani galleriste più stimate in città. A Kolonaki, nel quartiere chic dove gli intellettuali si incontrano ancora nei caffè e nelle gallerie d’arte, mi ospita assieme a uno dei suoi artisti di punta, George Hadjimichalis. “Parlare di ciò che resterà dopo dOCUMENTA è grottesco. Non si tratta di Olimpiadi che portano infrastrutture e cambiano il volto della città. Abbiamo semplicemente la possibilità di esplorare qualcosa di diverso. Come cambierà la nostra arte e il mercato dell’arte è impossibile prevederlo. Pensiamo a goderci quel che abbiamo ora”. Hadjimichalis è d’accordo. E tuttavia, poiché è uno dei pochissimi artisti greci che furono chiamati a Kassel, la nostalgia per un’epoca perduta è palpabile. “Era il 1992, la nona edizione.

Furono mesi straordinari. Il mondo dell’arte contemporanea era molto diverso da oggi e dOCUMENTA esplorava tutto ciò che era estraneo al mercato e al potere. Le sfide che erano fortissime fin dagli anni Settanta incominciarono a decadere a fine anni Novanta. Tutto è diventato più accademico. Però vedremo come andranno le cose. Siamo pronti a lasciarci sorprendere”. Gli artisti che in questi ultimi anni sono arrivati in città sull’onda lunga dello slogan metropolitano “Atene la nuova Berlino” non convincono Hadjimichalis. “È uno slogan ingannevole. Certo, fa piacere che ci siano artisti in città a portare fermento ma si tratta di persone che la loro carriera l’hanno costruita a Berlino o altrove e lavorano qui perché trovano condizioni favorevoli, soprattutto economiche. Ma se dovessero lanciarsi non lo farebbero da Atene. Qui in Grecia, anche se i pochi ricchi sono ricchissimi, i loro soldi non vanno a sostenere mica l’arte e nei casi rari di appassionati, si compra in genere arte straniera”.

Per un intellettuale, curatore di arte dalla grande storia come Denys Zacharopoulos (lui stesso chiamato in passato a Kassel a collaborare con il direttore artistico) le cose potrebbero però essere diverse. Animato da un pessimismo bruciante sulle condizioni della cultura in generale e non solo in Grecia (“In una parola, l’ingenuità è diventata stupidità”), Zacharopoulos rivendica l’interesse assoluto della scelta di dOCUMENTA, anche se in questi anni molte cose sono cambiate, anzi forse soprattutto per questo. “Quando nel 1955 Arnold Bode inventò la manifestazione scelse Kassel per la promessa che aveva fatto appena caduto il nazismo, perché l’arte contemporanea era stata bandita come arte degenerata di ebrei comunisti e omosessuali, ma anche per una ragione più forte. Ossia per guardare al mondo, per misurarne i confini, testarne i limiti a partire da una città distrutta, letteralmente bombardata, in un Paese da ricostruire da ogni punto di vista. Tutto questo oggi Kassel non lo rappresenta più. Per guardare fuori, per sondare i limiti della democrazia, testare l’idea di Europa, ma anche per guardare più in là, a questo mondo bloccato ma sull’orlo di enormi imponderabili cambiamenti, scegliere Atene resta un’idea validissima. Perché qui in Grecia tutto è bloccato. Perché, per restare al nostro piccolo mondo, abbiamo sempre aspettato un Museo di Arte Contemporanea e ora è aperto ma privo di collezione. E perché, più in generale, siamo un Paese fermo che aspetta sempre una spinta da fuori, un cambiamento internazionale che non arriva mai. Del resto dOCUMENTA non deve dare risposte ma deve porre domande. Nessuna città è migliore di Atene, allora, dove il dramma della guerra civile non si è mai risolto. Perché non era un dramma ma una tragedia”.

Forse allora sarà una delle performance del giorno di apertura a chiarire subito la portata di questa edizione così attesa. Benché i nomi degli artisti siano tenuti nascosti fino alla fine, Mary Zygouri, nota anche in Italia per la sua collaborazione con Pistoletto, mi porta nei luoghi in cui, proprio l’8 aprile, farà rivivere uno degli episodi più atroci dell’occupazione nazista intrecciandoli alla storia di una artista greca quasi dimenticata, Maria Karavela. Siamo a Nìkea, quartiere periferico rosso, dove il 17 agosto del 1944 la rappresaglia nazista svuotò ogni casa lasciando solo vedove e bambini. “Ho aperto il mio studio qui per preparare la performance immersa in questa realtà.

Poco lontano Maria Karavela fece una delle sue più celebri performance nel 1979. Ma di quel giorno si sta perdendo la memoria. Restano quattro articoli e una mezzora di interviste. Perché la storia deve salvare la Abramovic e non la Karavela? E perché stiamo dimenticando tutto al punto che qui i discendenti dei delatori sono ancora fascisti e nessuno muove un dito?

Qui vicino è stato ucciso Pavlos Fyssas da Alba Dorata tre anni fa. In questo quartiere di profughi dall’Asia Minore oggi ambito da profughi siriani, la storia si ripete e ci apre gli occhi. È qui che possiamo vedere cosa è diventata Atene oggi, qui possiamo mantenere la memoria e guardare oltre, alle tragedie dei nostri tempi, dalle migrazioni alle repressioni. Qui forse vedremo vincere l’arte. Perché certe volte solo l’arte è capace di far immergere l’osservatore nella crisi di un Paese come il nostro mostrando il futuro che ci aggredisce tutti, un futuro che arriva da lontano e con cui possiamo fare i conti soltanto tenendo vivo il passato”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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