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L’asino morto, gemma nera di Jules Janin

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La vasta, ricchissima messe della letteratura francese dell’Ottocento non rinuncia a dare i suoi frutti pregiati e velenosi. Soprattutto il fecondo sottobosco degli autori più oscuri e “maledetti” merita ancora di essere esplorato con attenzione e meraviglia.

Perfetto esempio è la recente pubblicazione da parte delle Edizioni della Sera, nella collana I Grandi Inediti, de L’Asino Morto, strano e crudele romanzo,  per l’appunto inedito in Italia, di Jules Janin.

Il nome dello scrittore francese forse dirà poco ai lettori italiani, eppure stiamo parlando di uno dei più temuti critici della sua epoca (“il principe dei critici” era il suo soprannome), la cui ragguardevole opera giornalistica e letteriaria gli meritò l’ingresso nell’Académie Française, come successore addirittura dell’allora celebre Sainte-Beuve (basti pensare che l’idea germinale della Recherche proustiana nacque per contestare un suo articolo), appena deceduto.

Nella fattispecie, il romanzo appartiene alla produzione giovanile dell’autore, appena venticinquenne al momento della pubblicazione, anonima, nel 1829.

Come spesso capita nella storia della letteratura, un’opera che nasce come parodia o critica di un genere ne rende l’autore uno dei massimi esponenti: pensiamo a Leopardi, favorevole al neoclassicismo, considerato tra i più grandi poeti romantici europei (e simile riflessione può applicarsi a Goethe e Foscolo) o, in maniera diversa, alla feroce satira misantropica de I Viaggi di Gulliver di Swift, divenuti classico dell’infanzia (!).

Il romanzo, infatti, nasce per mostrare gli eccessi grotteschi del cosidetto “frénétisme”, filone estremo del Romanticismo dal gusto macabro e oltraggioso, frequentato brevemente anche da autori emblematici come Gérard de Nerval, Théophile Gautier e Victor Hugo.

Ciò che rimane, a quasi duecento anni dalla prima edizione, è una gemma nera, che possiamo accostare ai Racconti Immorali del “Licantropo” Pétrus Borel (amati da Borges) o ai successivi Racconti Crudeli di Villiers de L’Isle-Adam (amati da Carmelo Bene).

Lo stesso compiacimento per l’efferatezza, lo stesso gusto atrabiliare, beffardo, sgradevole, in una parola satanico, che andrà a nutrire, sublimato, i grandi maudit dei decenni a venire.

Non è un caso che L’Asino Morto impressionò il giovane Charles Baudelaire (che pure in seguito rinfacciò, in una lettera mai spedita, all’autore di essersi tramutato da “diavolo… in pastore”, in seguito ad una critica moralistica rivolta ad Heine), riscosse l’apprezzamento del grande Puskin, influenzò probabilmente Gogol’ (c’è chi sostiene addirittura Dostoevskij in Delitto e Castigo) e, altrettanto prevedibilmente, fu considerato “strano” dall’aureo Goethe.

Si tratta di un libro affascinante proprio in quanto “sbagliato”, bizzarro, irrisolto eppure significativo di quella atmosfera mentale che spingerà l’idealismo romantico verso le zone più malsane e oscure del Decadentismo.

Come spiega il curatore e traduttore Giorgio Leonardi nella sua preziosa introduzione: “Janin certo ridicolizza il gusto dell’orrido ma, in fondo, se ne compiace; per bocca del suo ‘io narrante’ bacchetta l’immoralità del vizio ma, facendolo, ne certifica e ratifica la presenza”.

A conferma, una delle sue opere fondamentali di Janin sarà nel 1834 proprio una biografia del Marchese de Sade (sempre tradotta e curata in italiano da Leonardi per Salerno Editrice), in cui similmente nasconderà dietro al pesante giudizio moralistico l’ostensione compiaciuta delle proverbiali nequizie del nobile vizioso.

C’è molto, forse troppo, Sade ne L’Asino Morto.

Intendiamoci: non attendetevi gli elenchi di torture o le monotone e terribili descrizioni di stupri che compongono gli stanchi deliri del Marchese; il libro è molto più interessante, scritto con maggiore eleganza e sottigliezza psicologica delle pagine/sabbie mobili de la Justine. Se siamo lontani dalle vertigini letterarie de I Canti di Maldoror lautreamontiani (vero prodigio del Male in prosa), siamo ben sopra il livello delle brutture sadiane.

Ciò che affiora costantemente, però, è il compiacimento sadico, il gusto di spettacolarizzare “le sventure della virtù”, un teorema ormai dato quasi per scontato: la protagonista è una Juliette mancata, più che una Justine innocente. Proprio la sua mancanza di corruzione definitiva la condanna alla misera fine rappresentata nelle tetre pagine finali.

Una lettura, certo, non centrale nella letteratura francese, ma di grande rilevanza nella comprensione di quel momento cruciale in cui dal Romanticismo ha iniziato a sorgere la grande stagione simbolista: l’humus malato e munifico da cui germinerà lo splendore oscuro de I Fiori del Male.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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