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“L’assassino timido”: intervista a Clara Usón

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Leggendo il nuovo romanzo, L’assassino timido (Sellerio, 196 pagine, 15 euro, traduzione di Silvia Sichel), di Clara Usón è quasi inevitabile pensare all’opera, La figlia, forse più significativa e piena di luce sul male che sono state le guerre jugoslave irrisolte con la pace. Dopo tre anni di ricerca, l’autrice di Barcellona affrontò con la scrittura potente, coraggiosa e onesta che la contraddistingue la morte paradigmatica di Ana Mladić.

La primavera del 1994 era cominciata da pochi giorni, quando la figlia di Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco condannato per il genocidio di Srebrenica, non si concesse più la fantasia di immaginare l’avvenire. Aveva ventitré anni, era una brillante studentessa di medicina, e decise di uccidersi dentro casa con la pistola preferita del padre, una Zastava custodita fra i diari della guerra che ha distrutto tre generazioni.

Il metodo d’indagine tra storia pubblica e privata, l’equilibrio tra documentazione e immaginazione, la resa coincidono. Stavolta la protagonista della storia è Sandra Mozarowsky, nella cui breve biografia si rintracciano i dilemmi della generazione di Usón, animata dal desiderio di libertà e di ribellione al franchismo e al suo lascito. Sandra era un’attrice giovanissima, considerata la «Lolita» del cinema spagnolo di genere “destape” negli anni Settanta. La bellezza di Mozarowsky avrebbe attratto il re Juan Carlos: era l’amante e rimase incinta? La uccisero o morì probabilmente suicida a diciotto anni? Usón costruisce un dialogo teso ed emozionante con la generazione dei propri genitori, indagando il senso di colpa indelebile che lascia una dittatura.

 Usòn, in che cosa consiste il desiderio per Sandra?

«Lei è stata veramente un enigma. Gran parte di ciò che sappiamo deriva dalle riviste di gossip, a cui rilasciò numerose interviste. Nata in una famiglia della buona borghesia, a quindici anni, mettendosi contro il volere dei genitori, iniziò a recitare in film erotici, esprimendo una forte personalità. Voleva lasciare una traccia in una società estremamente chiusa e ostile alle donne. Fu molto determinata e per tre anni lavorò senza risparmiarsi: prese parte a decine di film. Nutriva l’ambizione di diventare un’ottima attrice e di liberarsi».

Lei sembra riprendere la riflessione del romanzo La figlia. La fuga, intimamente insondabile come quella di un suicidio, è una rottura con la società?

«Ha ragione. Il suicidio è una mia ossessione; mi rendo conto, ovviamente, quanto ciò sia patologico. L’assassino timido, come lo definiva Pavese, dà il titolo al libro. Albert Camus sosteneva che il suicidio ponesse la questione filosofica fondamentale della nostra esistenza. Sono d’accordo con lui. Ogni giorno scegliamo di andare avanti o meno. Il suicidio è una porta d’uscita e la interpreto come una rottura con la società circostante. Al contempo mi suscita una rabbia profonda soprattutto quando coinvolge i giovani, che ancora non sanno che cosa sia o possa diventare la vita. Questo mistero mi spinge a scrivere».

Dopo la dittatura franchista, è stato difficile vivere la libertà?

«Con Franco eravamo rinchiusi in una fortezza invalicabile, galleggiavamo dentro a una bolla. Eravamo vent’anni indietro a tutti. I film arrivavano con dieci anni in ritardo, dopo essere passati attraverso le maglie strette della censura. Appartengo alla generazione in cui il tempo dell’adolescenza ha coinciso con quello della democrazia. È sembrato schiudersi un universo di opportunità: il futuro ci appariva come qualcosa d’intrinsecamente migliore. Siamo cresciuti rifiutando ciò che era spagnolo, dunque macchiato dal franchismo, e sognando l’Europa. Assomigliavamo ai nuovi ricchi, che non sanno gestire un’enorme e improvvisa fortuna come è stata la libertà. E non conoscevamo tutte le conseguenze che portava con sé l’evasione. L’abbiamo imparato».

 Che cosa ha rappresentato l’Europa per la sua generazione?

«Sono stata una ragazza della transizione democratica. Ci vergognavamo di essere spagnoli. Cercavamo di nascondere la nostra nazionalità, quando i genitori ci mandavano in Inghilterra a imparare la lingua. Le persone abbassavano lo sguardo, perché provenivamo da un paese segnato dalla dittatura. La mia generazione ha convissuto con un radicato complesso di inferiorità rispetto a ciò che significava Europa. Alla morte di Franco, il nostro desiderio era diventare europei come gli altri ed entrare nella modernità europea. Dopo la fine del regime ci siamo gettati nelle feste, abbiamo sperimentato le droghe: sognavamo di uscire da noi stessi, provando ad assomigliare ai coetanei inglesi o americani».

Qual è stato l’impatto della sessualità e della nudità al tramonto del regime franchista?

«Durante il regime esse erano associate al peccato. Un denominatore comune delle dittature è l’assenza di trasparenza. L’abbigliamento delle donne, costrette a coprirsi integralmente, è stato una metafora del franchismo. Ricordo mia madre, che andava a messa con il velo e non poteva mostrare alcuna parte del corpo. Improvvisamente, alla morte di Franco, prima della democrazia, c’è stato un fenomeno straordinario di esposizione del corpo delle donne sullo schermo. Assomigliava a un brivido. Era trasgressivo, veramente rivoluzionario vedere la nostra nudità in vetrina. All’inizio lo consideravamo fantastico, poi in retrospettiva abbiamo realizzato come non fosse altro che il consueto uso e abuso del corpo di una donna. In realtà i film erotici erano politici e il regime preesistente li usò per mostrare che qualcosa stava cambiando».

Lei fa riferimento all’oscurantismo della lunga stagione franchista. Qual è stata l’evoluzione del ruolo delle donne nella democrazia spagnola?

«La transizione è stata un lavoro maschile; è sufficiente leggere i nomi di chi ha realizzato la Costituzione: sono tutti uomini. Fino al 1975 le donne erano proprietà assoluta degli uomini. Franco ci ricordava che dovevamo mettere al mondo più figli. Questa era la nostra funzione sociale. Lo scorso otto marzo, la manifestazione più imponente contro la violenza sulle donne, uccise quotidianamente da mariti o fidanzati, si è tenuta in Spagna. La strada per la presa di consapevolezza delle nostre possibilità è stata tortuosa. Quando ero una ragazza, mi rifiutavo di essere visitata da una dottoressa, poiché non riponevo fiducia nelle sue capacità. Era un lavoro da uomini. La misoginia era trasversale: credevi di essere inferiore, perché te lo suggeriva tutto il mondo circostante».

La memoria è anche una questione di simboli. Che cosa incarna la monarchia spagnola nel XXI secolo?

«Trovo anormale e anacronistico che vi sia qualcuno ancora al di sopra della legge, ma coerente con la questione politica spagnola irrisolta. La presenza del mausoleo di Franco è la metafora che non è esistita una vera rivoluzione. La transizione democratica è stata guidata da chi si è scoperto improvvisamente democratico senza una sincera rottura col passato. A differenza dell’Italia non abbiamo potuto neanche scegliere tra repubblica e monarchia».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a ““L’assassino timido”: intervista a Clara Usón”
  1. Serena P. scrive:

    Mi pare il libro ideale da portare sotto l’ombrellone della prossima estate

  2. Elena Grammann scrive:

    @ Serena P.

    Già. D’altra parte al Salone di Torino, come ci anticipa Lagioia, accanto a Antonio Muñoz Molina avremo un’autrice del calibro di Clara Sanchez. Speriamo che si ricordi di portare i limoni.

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