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Last days of California di Mary Miller

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Questa recensione è uscita sul Mucchio, che ringraziamo.

di Sara Marzullo

In una scena piuttosto famosa de Le vergini suicide, Cecilia Lisbon risponde al dottore che lui non è mai stato una ragazza di tredici anni; quello che è successo prima – i polsi, l’acqua rosa della vasca –  resteranno sempre una questione opaca agli occhi di quell’uomo, immobile ai piedi del letto.

Mary Miller, invece, una ragazza lo è stata e lo ricorda con così tanta accuratezza che la sua voce di autrice scompare dentro le parole di Jess, torna ad avere quindici anni e un corpo che ancora non le assomiglia. Jess in tasca ha un cellulare che non squilla mai, neanche adesso che i suoi genitori hanno costretto lei e la sorella Elise in un viaggio dall’Alabama alla California, nella direzione di qualche salvezza spirituale, o forse di un’apocalisse che metta fine a tutto.

Le due sorelle condividono le cuffie per ascoltare la musica e il segreto che Elise, diciassette anni, è incinta e non vuole tenere il figlio; se toccasse scegliere un personaggio per lei, sarebbe quello di Lux – la ragazza che tutti si girano a guardare, che indossa pantaloncini quasi inesistenti e lucidalabbra alla fragola. Non importa quanto i genitori possano tenerla d’occhio, dirle che il Cristo la ama, obbligarla a sedersi nelle strette panche della chiesa ogni domenica: troverà un modo per evadere da là – dietro di lei lascia solo una scia di pura gioventù a bruciare.

Nei quattro giorni di strada che le separano dalla Seconda Venuta, distese sul sedile posteriore della macchina, guardano il panorama che cambia e si fermano nei mini market a comprare dolciumi e parlare con persone perdute. Ogni volta che guarda Elise, Jess si ricorda quanto siano diverse, quanto nessuno le abbia insegnato come si sopravvive all’adolescenza, come si bacia un ragazzo: non avrà mai le gambe delle sorella, ma può impegnarsi a credere a tutto quello che le hanno insegnato in chiesa, distribuire i volantini con entusiasmo e fare sì che almeno la sua famiglia si salvi dalle tenebre; anche la maglietta che indossa grida che “Cristo Re ritornerà!”, ma odora di saponi economici e di umidità per essere stata asciugata in fretta.

Non puoi distogliere lo sguardo in The last days of California (edizioni Clichy, traduzione di Sara Reggiani), niente può rassicurarti che le cose andranno meglio, che l’adolescenza è solo una fase, anche se a confronto la fine del mondo sembra meno tragica: quello che fa Mary Miller è parlare attraverso i movimenti di una ragazza inadeguata che osserva un mondo che non le appartiene; lo fa con una grazia rara e una capacità di empatia di cui avrebbe avuto bisogno chiunque sia stato una ragazza di tredici anni.

Non è un discorso di genere questo, ma di formazione: non tutti hanno avuto la fortuna di camminare nei corridoi di un liceo con la consapevolezza che, nonostante tutto, finirà; quest’autrice prende la solitudine di un corpo che desidera solo essere sfiorato e la rende un linguaggio comprensibile a tutti e, soprattutto, a se stesso.

Un giorno, mentre stanno uscendo da una stazione di servizio, davanti a loro due macchine si scontrano: da quello che resta di un’auto, viene estratta una bambina dai tratti orientali che sembra addormentata e Jess ripensa a quel viso pacificato, mentre perde la verginità nel bagno di un motel e respira il cloro dai capelli di un ragazzo che non vedrà più.

Quello che colpisce della scrittura della Miller è la capacità di ritrarre il rapporto tra due sorelle, le complicità e le liti, il modo in cui ad un certo punto le età iniziano a equivalersi e tua sorella ti concede di indossare quel vestito che le hai invidiato e condividere segreti che nessun altro scoprirà, il nome del ragazzo che ha amato, l’illusione che tutto cambierà e la consapevolezza che la Seconda Venuta è un diversivo per la vostra famiglia in crisi. Finché siete insieme, finché le carte di credito di vostro padre non verranno rifiutate, siete al sicuro: il paesaggio là fuori vi rassicura nel suo periodico modificarsi, i giorni si assomigliano e le camere dei motel profumano di storie come la vostra.

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