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Non-fiction in versi: su “A parte il lato umano” di Antonio Turolo

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Quella della narrativa non-fiction è ormai una categoria abusata (in troppi hanno cercato di ripetere il successo di Gomorra di Saviano, con esiti quasi sempre deludenti); molto più rara e originale è invece un tipo di poesia che rielabori letterariamente fatti di cronaca senza scadere nel linguaggio scialbo del giornalismo narrativo. Ma a quale tipo di cronaca attingere? Un’ottima intuizione l’ha avuta Maria Grazia Calandrone, che ha pubblicato la scorsa estate la plaquette Gli scomparsi: storie da “Chi l’ha visto” (Lieto Colle): da decenni la famosa trasmissione di Rai Tre, pur con inevitabili alti e bassi, ha saputo portare alla nostra attenzione piccole e grandi storie, che hanno alimentato il nostro immaginario come una segreta epica letteraria, e che si prestano bene a ad essere riraccontate in versi.

Al libro di Calandrone può essere, per certi aspetti, accostata la nuova, singolare plaquette di Antonio Turolo, A parte il lato umano (Valigie Rosse, premio Ciampi 2016), che prende spunto da storie di cronaca, intrecciandole a ricordi autobiografici e suggestioni cinematografiche. Poeta radicalmente estraneo ai grandi circuiti culturali, molto meno noto di quanto meriterebbe, il trevigiano Turolo, prima dell’uscita di questa plaquette, aveva raccontato soprattutto sé stesso (la sua raccolta precedente, Corruptio optimi pessima, del 2009, si configurava come una profonda e straziante confessione in versi). Con l’apertura alla cronaca di A parte il late umano, Turolo compie quindi una notevole svolta, anche se i protagonisti delle liriche di ispirazione cronachistica sono anche proiezioni del suo io.

Il componimento forse più bello del libretto s’intitola Evitamento e racconta il caso della tardiva scoperta di un cadavere di una signora veneziana che, una volta andata in pensione, aveva gradualmente reciso ogni legame sociale: «Leggo che aveva fatto l’impiegata / per un’azienda di Mestre mai sentita. / A un certo punto si era anche sposata / Tutto in regola dunque. // Poi nel suo genere era stata brava / recidere del tutto ogni contatto / i parenti i negozi la parrocchia». Solo la posta destinata alla defunta che si accumula nella cassetta richiama l’attenzione dei vicini: «Si insospettirono i vicini finalmente. / Prima la polizia, poi i pompieri / per riuscire a forzare quella porta. / Tre ore concitate, un walkie talkie, / la luce lampeggiante di emergenza». Turolo accompagna i versi con frammenti in prosa, dando voce direttamente alla protagonista, con grande efficacia mimetica: «Il telefono lo tengo staccato. Non voglio sentire la solita signorina che parla svelta per farmi comprare la televisione nuova, che non la voglio. No, non la voglio. Che poi so che imbrogliano pure, se gli dici di sì al telefono. La mia tivù mi piace, la tengo accesa e mi fa compagnia, come prima la mia sigaretta. La sera tardi danno i vecchi film. Mi piacciono anche i varietà, con i cantanti belli e le ballerine. Mia sorella dice che la tivù è il diavolo, invece mi tiene compagnia».

La storia della pensionata veneziana non rientrerebbe nella casistica tradizionale di “Chi l’ha visto”, eppure rappresenta un caso esemplare di scomparsa, essendo la donna sparita, prima dalla società, e  poi dalla vita stessa. È una storia in cui nella cronaca di un’ordinaria tragedia esistenziale sentiamo rintoccare un’ombra metafisica, che Turolo restituisce con stile ben controllato, senza inutili sovrastrutture culturali o sociologiche.

La stessa struttura di prosimetro hanno anche Bar delle antille, ispirato al caso del pugile nero Emile Griffith, il quale, negli anni sessanta, picchiò a morte un suo avversario, perché questi lo aveva insultato, dandogli del finocchio (maricón); Vedere troppo, che parla di un prete ritrovato morto a causa di un infarto in un cinema a luci rosse; e Capitale, storia di un attentatore mancato, ispirata anch’essa a fatti di cronaca, oltre che alla vicenda del protagonista di Taxi driver di Scorsese. Destini di emarginazione molto diversi tra loro ma che sembrano tutti in qualche modo riguardarci, esemplificando una certa condizione esistenziale sempre più diffusa nella contemporaneità.

Leggendo la plaquette di Turolo ci si accorge come la poesia possa felicemente attingere alla cronaca senza perdere di mordente letterario, come invece è tanto spesso accaduto nel campo della narrativa italiana recente: nella postfazione, Paolo Maccari parla, molto appropriatamente, di un «dettato piano, di intonazione endecasillabica meravigliosamente dissimulato». A parte il lato umano di Turolo dimostra, inoltre, come prendere spunto dalla cronaca non significhi necessariamente adottare una poetica realistica o rinunciare al potere straniante della parola letteraria: ognuna di queste storie inversi potrebbe infatti essere letta come una perturbante storia di fantasmi.

E non è un caso che la prima e più breve sezione della plaquette – sorta di preludio al cuore del libro –, sia tutta improntata ai temi del lutto, della malattia e della morte, così evocata dalla cantilena dialettale e, appunto, spettrale di alcune infermiere venete: «Chi xe morto, chi xe morto? / Alle sei del mattino, primo turno / le garrule infermiere / si informavano / con allegria».

Raoul Bruni è nato Firenze e vive a Varsavia, dove insegna lingua e letteratura italiana all’Università Cardinale S.Wyszyński. Ha pubblicato, tra l’altro, i volumi Il divino entusiasmo dei poeti. Storia di un topos (Aragno 2010) e Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo (Le Lettere 2014). Ultimamente ha curato La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani di Adriano Tilgher e Su Leopardi di Giuseppe Rensi (entrambi pubblicati da Aragno nel 2018).
Collabora inoltre con “Alias”, “L’Indice” e altri periodici cartacei e on-line.
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