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“L’aula vuota” di Ernesto Galli Della Loggia è un libro pessimo sotto ogni punto di vista

di Christian Raimo

Questa è stroncatura senza appello dell’ultimo libro di Ernesto Galli Della Loggia, pubblicato – con qualche responsabilità – da Marsilio. Il saggio – 240 pagine – vorrebbe essere un lungo inno civile: accompagnare il lettore in una lunga disamina dei mali presenti e passati della scuola italiana, e invitarlo a un impegno per migliorarla. Il risultato è un testo verbosissimo, farraginoso, caricaturale, nocivo, pessimo senza possibilità di appello.

Andiamo a vederne le ragioni.

EGdL esordisce così: “Mi è capitato di scrivere sulla scuola. Non già in qualità di esperto di una delle tante discipline e sottodiscipline che da anni se ne occupano accampando la loro natura «scientifica» (a mio avviso inesistente, come nel caso di qualunque altra delle cosiddette «scienze umane»).”

È evidente che questa sola frase iniziale non sia solo tronfia, infantilmente irriverente, ma che sia una dichiarazione vile di ignoranza, una rivendicazione di mancanza di studio, di serietà e rispetto per il lettore. Sarebbe come se si potesse mettersi a scrivere un libro di storia iniziando con: “Non sono un esperto di storia, anzi – sapete cosa vi dico – secondo me è proprio il metodo storico a essere sopravvalutato”.

Se questa è la premessa – scrivere un libro di storia (?) contro la pedagogia e le altre discipline che si occupano di educazione – è lo svolgimento a essere ridicolo. A pag. 10 si trova la legittimazione della sua riflessione sullo statuto sociale dei docenti: “So di cosa parlo perché ho avuto una nonna che faceva la maestra”. Sic.

1.È ovvio che il libri manchi totalmente di una bibliografia adeguata. Le storie della scuola italiana o internazionale che vengono citate si riducono a una e mezza – quella di Adolfo Scotto di Luzio, La scuola degli italiani, di fatto, al quale riconosce solo un risicato debito – con approssimazioni che non troverebbero indulgenza nemmeno in un esame universitario di primo anno. Mancano totalmente dei dati per corroborare qualunque delle centinaia di affermazioni e sentenze che EGdL dissemina nel libro per descrivere il declino della scuola italiana. Il massimo che riesce a scrivere per convincere è qualcosa tipo “è sotto gli occhi di tutti”.

  1. A pag. 12 EGdL fa l’elogio della sua professoressa delle elementari De Sanctis, “giovane intellettuale fascista, attiva nei Gruppi universitari del regime,  […] ci trattava non proprio come se fossimo gli allievi di un’accademia militare ma quasi”. Racconta un episodio in cui invitava un ragazzino a “comportarsi da uomo” e confessare una mancanza, e “con una chiarezza e una passione in cui, l’ho capito dopo, traspariva anche qualche velata nostalgia di aquile di Roma e di colli fatali, ma se ancora adesso riesco più o meno a decifrare l’iscrizione di una lapide romana…”.
  2. Oltre che della scuola ai tempi del fascismo o appena dopo, il libro è inondato di una nostaglia reazionaria. Consapevole di quest’eccesso, non sono poche le pagine e la retorica che EGdL usa per dichiarare: che male c’è a essere nostalgici! che male c’è a essere reazionari! Il genere di linguaggio, di aneddotica, di impressionismo che innerva tutto il libro può ricordare quello dei libri di Paola Mastrocola, a cui però va almeno riconosciuta l’esperienza (passata) di insegnante, che EGdL non ha – a un certo punto prova a assimilare, rabberciando un paragone, la figura di docente universitario con a quella di scuola.
  3. Il testo è inondato da termini tra virgolette che dovrebbero denotare in senso ironico, sarcastico, spregiativo i diversi concetti. È un uso da tema del liceo mal fatto, insinuante, approssimativo, o inutilmente pleonastico. Per esempio la scuola post-sessantottesca (il Sessantotto è l’epitome di tutti i mali sin dalla fondazione del mondo) è definita spesso «democratica» o «moderna», o attenta al «progresso», come se fossero insulti. Ma spesso le virgolette sono usate come una sorta di escamotage linguistico per chi non padroneggia la materia – al liceo è così, o negli articoli di giornali sciatti. Un esempio: pag. 23 “Più che sulla «scoperta» del nuovo, l’indagine e il progresso delle conoscenze si fondano…”.

EGdL prova anche a limitare i danni delle sue dichiarazioni, o a deresponsabilizzarsi, con un sacco di “beninteso” e di “sia chiaro che.

  1. La questione della relazione tra scienze dure e scienze umanistiche viene ridotta a un sentito dire sul fatto che le materie umanistiche preparano ottimamente alla ricerca scientifica. In tutto il libro non c’è un solo rigo dedicato alla pedagogia e alla didattica delle materie scientifiche.
  2. Il libro è costellato di sentenze apocalittiche tipo La scuola ha voluto trasformarsi in una sorta di zona protetta, di eden dove all’irresponsabilità giovanil-adolescenziale viene spacciata l’illusione di dover durare per sempre oppure Il male maggiore della scuola attuale è la miseria culturale delle sue premesse, la sua patetica fragilità intellettuale. Chiaramente questi giudizi non solo non sono suffragati da nessuna argomentazione, ma risultano in definitiva autoconfutatori, perché sembrano mostrare solo la “patetica fragilità intellettuale” di EGdL sui temi dell’istruzione.
  3. Le quasi uniche statistiche citate sono prive di alcuna scientificità e servono per mostrare il declino della scuola italiana in una vertigine di come volevasi dimostrare. Una delle pezze d’appoggio di questo tentativo di persuasione è la lettera dei seicento con la sua chiassosa nostaglia classista. Qui insieme a Simone Giusti ne stroncavo il metodo e il merito: i sintomi di cascame intellettuale o – se vogliamo essere indulgenti – di pigrizia più invalsa nella classe docente italiana.
  4. L’attacco a Tullio De Mauro, uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano, occupa le pagine 35-37. L’attacco è talmente basso che risulta difficile non definirlo oltre che miserabile dal punto di vista intellettuale anche spregevole dal punto di vista umano. Si basa su una frase estrapolata e strumentalizzata di un articolo di TDM del 1971 pubblicato su Paese Sera; TDM ha scritto centinaia di testi fondamentali a livello internazionale per la ricerca scientifica sulla scuola, ha trasformato e addirittura creato ambiti disciplinari. Ridurre il suo pensiero a una frase di cinquant’anni fa, persino distorta, è una vigliaccheria che scredita da sola l’intero libro.
  5. L’intera pedagogia viene descitta come una pseudoscienza o meglio una pseudodisciplina. In un unico calderone di sputacchi di bile, tornano le virgolette (pag. 38) che dovrebbero screditare il gergo pedagogichese: assegnate a «autonomia», «curricolo», «inclusione», «cittadinanza», etc… L’obiettivo polemico inseguito da tutti gli strali di EGdL è una fantomatica “scuola della «riforma della scuola»”.

Ci sono passaggi che si commentano da soli rispetto a questo attacco. Eccone uno, a pag. 42.

Nella «scuola della riforma» la pedagogia ha trovato un suo scopo precipuo nella lotta contro l’ineguagliamza, nella sollecitazione a eliminare tutto quanto possa produrre tra gli studenti una qualche «discriminazione», la quale discriminazione non importa che ci sia realmente, che sia realmente voluta da chicchessia: l’importante è che comunque anche un solo studente si senta discriminato. Da qui la proclamata esigenza di mettere l’allievo al centro del sistema educativo, di far costruire il sapere dagli stessi allievi «attivizzandoli», o di costruire in mille modi una dimensione collettiva: il tutto per favorire una partecipazione omogeneizzatrice capace di immunizzare contro ogni esclusione.

La descrizione di un fantasma di conformismo totalitario serve a EGdL non solo a giustificare il classismo molto feroce della scuola italiana, presente e passata, ma sembra esimerlo dall’aver minima cognizione della vastissima letteratura – anche molto accessibile – sul tema. Si può riandare indietro al lavoro di Bordieu e Passeron, Les heritiérs e la fruizione che si è avuta, o anche sfogliarsi l’ultimo atlante sulle povertà educative di Save the Children, o prendere come riferimente una qualunque storia della scuola.

  1. Uno dei vertici della retorica talmente vieta da essere caricaturale di EGdL è l’elogio della predella – sic – da reinserire sotto la cattedra. Questo suggerimento faceva parte di un elenco di dieci che EGdL scrisse in un articolo di un anno fa per il Corriere. EGdL non solo riprende quel suo pezzo, ma lo difende a discapito delle critiche, spesso incredule, che aveva ricevuto. Si espone contro due questi: un esperto ministeriale (Marco Campione), che diventa un “funzionario di un partito” e in quanto tale un apparatchik ignorantello, e un fisico di fama internazionale (Carlo Rovelli), che viene tacciato di “semplicismo” senza argomentazioni, insultato come «personaggio di successo» e poi paragonato a “cuochi stellati, showman e showgirl celebri” in un carnet di risposte polemiche all’accusa che gli aveva fatto Rovelli di aver fatto una “sceneggiata di autoritarirmo”. È tutto a pagina 49, un passaggio mortificante.

Ugualmente nella polemica contro Campione, che viene preso come fautore di un progresso che in realtà è solo declino, ci sono alcuni passaggi imbarazzanti. Non voglio difendere d’ufficio Campione, che ha idee sulla scuola molto lontane anche dalle mie, ma vale la pena riportare il passaggio.

Che può saperne, chiedo il summenzionato Marco Campione, nato nel 1971, iscritto alla prima elementare presumo nel 1977 e arrivato alla fine del secondo ciclo degli studi nel 1991, che può davverno saperne della scuola «di prima» che per decenni ha visto passare nelle aule generazioni di italiani?

La domanda retorica che si pone EGdL potrebbe stranamente essere rivolta contro se stesso. Come mai non ha studiato quasi nulla, in tutti questi anni, di storia della scuola?

Anche il tentativo di difendere l’idea della predella a un certo punto diventa un comico dispositivo retorico di reductio ad Hitlerum vittimistico. A pag. 47 si legge con un po’ di pena per chi scrive:

Be’, si sa, la predella sotto la cattedra altro che di destra, è praticamente l’anticamera del Terzo Reich.

È inutile forse ricordare in questo contesto che su come ripensare lo spazio didattico sono state scritte intere biblioteche.

  1. Il capitolo terzo è tutto dedicato al tentativo di screditare di Rousseau, facendone una sorta di ideologo di una scuola fricchettona. Ovviamente anche qui viene usata una bibliografia risibile, il pensiero rousseuiano viene astoricizzato, decontestualizzato, ridotto a macchietta. L’Emilio di Rousseau viene preso come obiettivo polemico, assimilandolo di fatto a un’ideologia secondo EGdL oggi imperante nella scuola che vorrebbe meno disciplina e apprendimento e più spontaneismo e «esperienza». La critica a Rousseau porta con sé, in un meschino a parte, anche la delegittimazione assoluta di Maria Montessori, ossia di una delle maggiori pensatori che l’Italia abbia mai avuto, che si merita solo una citazione nell’intero libro, un appellativo sempre liquidatorio (la “dottoressa Montessori”) e una critica copiata dal libro di Prezzolini del 1930 La cultura italiana. Sembra incredibile ma è così.
  2. La scuola pubblica democratica, come immaginata da Condorcet, è ridotta da EGdL a un’ideologia della scuola borghese. Anche qui è difficile replicare alle argomentazioni di EGdL perché non ci sono note, citazioni, contesti. Condorcet viene usato come difensore di una scuola borghese, legata alla crescita individuale, contrapposto ovviamente a Rousseau e alla costituzione del 1795. È tutto talmente tagliato con l’accetta, e utilizzato strumentalmente, che le conclusioni di EGdL sarebbero criticabili soltanto a partire da un confronto per esempio del sistema educativo francese e di quello italiano.
  3. L’analisi della scuola gentiliana è condotta di fatto a partire da due singoli testi: le memorie personali di Luigi Meneghello raccolte in Fiori italiani e il saggio di Monica Galfré (i cui libri incredibilmente non vengono letti da EGdL) Una riforma alla prova. EGdL dà della riforma Gentile un giudizio vago: vuole toglierle la nomea di riforma fascista (anche qui ci sono centinaia di libri che hanno ragionato su questo tema) e d’altra parte addita la poca efficacia rispetto al desiderio di EGdL di una riforma della scuola che serva a un élite borghese.
  4. L’analisi della costituzione è ristretta all’articolo 33 e 34, e EGdL non menziona nemmeno il senso potentemente egualitario dell’articolo 3, che ha orientato molte delle riforme sulle scuola. Anche qui EGdL lancia la sua geremiade contro la democrazia, l’allargamento dei diritti, e la vocazione democratica della Repubblica.

A pag. 110 scrive:

Con l’avvento della democrazia, infatti, la scuola veniva aperta a tutti, destinata a promuovere l’avanzamento umano, culturale e professionale dei giovani provenienti da ogni strato sociale: diventava, insomma, una scuola senza barriere di classe. Ma, precisamente per riequilibrare tale suo carattere intrinsecamente egualitario e popolare, non sarebbe irragionevole attendersi che la democrazia italiana pensasse di avere più bisogno di ogni altro regime di contare su élite devote e capaci.

  1. Le critiche più forti che EGdL fa alla politiche educative sono rivolte al Pci. Il capitolo quinto, La grande trasformazione, parte con un apprezzamento per la riforma della scuola media unica (1962) ma poi si profonde in battute sarcastiche contro i degreti delegati (1973-74). L’analisi delle proposte politiche del partito comunista sulla scuola viene svolta da EGdL a partire da un’unica disamina di un convegno del 1973, per cui l’ideologia del Pci viene etichettata come una specie di indottrinamento similmaoista, soprattutto politicista. Anche qui è difficile replicare a EGdL se non invitandolo a fare un lavoro di studio più ampio e rispettoso dell’oggetto esaminato. Già soltanto sfogliando i numeri di Riforma della scuola, la rivista del Pci, degli anni che EGdL discute si trova una qualità del dibattito talmente alta e articolata che ridurre la politica del Pci a una “lunga marcia”, al discredito di ogni forma di autorità, determinato dall’introduzione degli organi collegiali – consigli di classe, collegi dei docenti, consigli di istituto – è una cialtronata. Ecco come EGdL descrive la novità dei decreti delegati:

La politica come meccanica riproduzione a livello di ogni istituto del famigerato «dibbbattito» come una sorta di parlamentarismo dei poveri, quindi come un continuo riunirsi, discutere, deliberare e dividersi, mettere tutto ai voti: contando naturalmente sulla capillare capacità dei «buoni» di prevalere ogni volta sui «cattivi».

Non commento l’uso delle virgolette.

  1. La critica all’autonomia scolastica, alla pedagogia delle competenze, alla nuova pedagogia è tutta improntata a battutine e toni liquidatori, che hanno il loro culmine nel capitolo di critica a Don Milani. Con Don Milani, EGdL fa un’operazione molto scorretta. Dichiarando che esiste un santino donmilanista – “l’ormai remota temperie del miraggio terzomondista” che avrebbe trasfigurato l’analisi e la proposta politica di Barbiana, lo riduce lui stesso invece a un santino inutilizzabile, misconoscendo il forte impegno intellettuale e democratico, eminentemente anticlassista.

A un certo punto il tentativo di destoricizzare, decontestualizzare, depoliticizzare soprattutto Don Milani (il fatto che non citi il lavoro esemplare di Vanessa Roghi, La lettera sovversiva, è già l’indice della povertà delle sue argomentazioni), porta EGdL a fare delle affermazioni paradossali e un po’ abiette. A pag. 204 scrive, a proposito della selezione di classe tramite le bocciature e la dispersione scolastica, in spregio della contraddizione persino logica:

Oggi fortunatamente non esiste più nulla di simile. Quel meccanismo di esclusione non agisce più, anche se ancora i tassi di dispersione e di abbandono scolastica possono raggiungere in certe regioni il 20 per cento e oltre.

È di ieri quest’articolo sull’abbandono scolastico, Siamo i peggiori del mondo per abbandono scolastico. Ecco la vera emergenza italiana che con una semplice ricognizione di dati e cause sull’abbandono, potrebbe ridurre non solo il capitolo su Don Milani, ma l’intero L’aula vuota a quello che è: una cialtronata offensiva per l’intelligenza di tanti ricercatori che si occupano di scuola per i docenti e gli studenti che ragionano di scuola non a partire dai propri ricordi di quindicenne, da conoscenze mal orecchiate, o da conoscenze usate in modo grossolano e intellettualmente disonestissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti
12 Commenti a ““L’aula vuota” di Ernesto Galli Della Loggia è un libro pessimo sotto ogni punto di vista”
  1. Sam scrive:

    Sarebbe molto utile se EDG leggesse la tua accurata analisi critica. Molto bene, Christian Raimo.

  2. Emilio Troia scrive:

    Sto leggendo il libro. Sono arrivato al tema delle competenze. Il prof. Ernesto Galli della Loggia fa la distinzione tra ISTRUZIONE e EDUCAZIONE. Mi pare centrale nel libro. Lei cosa ne pensa?

  3. Gianpaolo G. scrive:

    Un’analisi critica impeccabile…

  4. sergio falcone scrive:

    Mi associo e sottoscrivo. Senza meraviglia alcuna: sappiamo bene chi è Ernesto Galli Della Loggia e come la pensa. E a chi è funzionale.

  5. aleang71 scrive:

    Bravi: non devono passare queste cialtronate reazionarie.
    Però, vi prego, correggete i refusi di cui è disseminato l’articolo. Ne ho contati almeno cinque…

  6. Teresa Capello scrive:

    Chiaro che – come al solito, ma non sempre – la pubblicazione (o meno) di un testo è operazione commerciale. Evidentemente, tale risulta essere (lapalissianamente) quella di Marsilio. Detto questo, quindi – purtroppo – acquisterò questo libro. Poi lo leggerò… anticipo però che, leggendo con attenzione questo tuo commento, Christian, io, nei confronti dell’Operazione Commerciale “L’aula vuota”, ho avvertito una sensazione di schifo intenso (letteralmente). Per l’ennesimo attacco alla realtà scolastica da parte di un incompetente, per l’ennesima strumentalizzazione di essa, per l’offesa all’Italia repubblicana. E non è proprio per nulla un giochino tra case editrici, questo: è un insulto.

  7. Gianfrancesco Sapia scrive:

    Caro Raimo, la Sua analisi est filologicamente impeccabile, come sovente ho modo di apprezzare. Ma dal pur parziale punto di vista di chi Le scrive – docente nei licei da 20 anni, tuttora piuttosto entusiasta del suo “mestiere” – sposo le tesi del prof. EGdL dalla prima all’ultima sillaba!

  8. Clivio scrive:

    Ernesto Galli della Loggia, senza dubbio, venderà una copia in più grazie a questa recensione: dopo averla letta infatti, mi si è acceso il desiderio di scoprire se la Vostra è una critica obbiettiva. Personalmente, mi sembra che vengano mosse accuse tanto pesanti quanto strumentali; tuttavia non avendo ancora letto l’opera in questione, non escludo di poter confermare la Vostra opinione.

  9. Ferrante Gabriella scrive:

    Gentile Raimo,

    trovo il suo attacco inutilmente fazioso.
    Penso che il libro, che ho letto, sia una giusta analisi dei perché la scuola italiana sia a questo punto di decadenza. O vogliamo dire che va tutto splendidamente?
    Meno ideologia, più pensiero critico, please

  10. Lorenzo Sarno scrive:

    Egregio collega, ho letto il libro di EGdL. È un pamphlet coraggioso e ben argomentato, che fa una fotografia polemica del conplesso legislativo coerente che informa di sé la vita della scuola italiana. Un edificio costruito essenzialmente dalla sinistra nelle due fasi degli anni ’70 e ’90 (Berlinguer e successori). Ma la polemica di EGDL – cosa che Lei si guarda bene dal ricordare – si concentra anche sulla politica della scuola berlusconiana e confindustriale, di cui l’autore dimostra efficacemente la convergenza con quella del centrosinistra da Berlinguer in poi. I fatti dicono che la Gelmini ha conservato l’autonomia scolastica, e il PD ha conservato I tagli gelminiani a latino, filosofia e altre materie. Inoltre GdL se la piglia con la gonfiezza spropositata e illegibile della lingua, e quindi delle idee, dei pedagogisti e dei burocrati che producono normative e condizionamenti soffocanti ai danni della scuola, agendo indisturbati da una politica che ha abdicato a una visione della scuola delegndola proprio ai burocrati e ai pedagogisti. Per concludere, da docente di Lettere che ha operato ai professionali, ai tecnici e ai licei a partire dal 2014 non posso dire altro che mi ritrovo perfettamente nel quadro della scuola odierna descritto dall’autore.

  11. Manfredo Retti scrive:

    L’”aula vuota” deve aver toccato qualche nervo scoperto, a giudicare dall’acrimoniosa violenza ( ai limiti dell’insulto) con cui Christian Raimo e, appena più contenuto, Antonio Vigilante, hanno aggredito il libro, bollato come verbosissimo, caricaturale, nocivo, tronfio, miserabile, spregevole, mortificante, abietto, grossolano, disonestissimo, infelice, penoso….che altro? Sì, anche sputacchio di bile! Nervo che, peraltro, si lascia identificare molto bene: un risentimento da lesa maestà. A chi o a che cosa? Ma alla mitologia sessantottina, s’intende! A quella che negli anni Novanta faceva ai nostri licei regali del genere: azzardare, di fronte ad alunni allibiti, che il perfetto di “fero” è “fertuli”, dettare appunti da manuali celati perché non ci si sa disimpegnare da quello in adozione, dare una canzone di Petrarca per terminata, mentre il testo continua nell’altra pagina, non saper distinguere ( a prova di verbale) l’aggettivo “ferrato” dal participio “afferrato” e dunque scrivere che il tale ragazzo non è abbastanza “afferrato” nel tradurre! Tutta gente che, a una breve ricognizione curriculare, risultava avere insegnato italiano nella Scuola Media, ma anche geografia economica negli Istituti Tecnici, ed era, nel contempo maestra elementare. Onnisciente? No, proveniente, poniamo, dal Magistero e , omologati ormai i tipi di laurea, abilitata a insegnare tutto, compreso un latino non studiato o risolto con un Bignami. Questa era, poi, la retroguardia, beneficiaria passiva, per lo più sottomessa e silenziosamente grata alla ormai annosa Provvidenza Sessantottina, che l’aveva mandata dove in tempi di normalità non sarebbe mai arrivata: prima c’era stata l’avanguardia fresca di ideologia (e di altrettanto ghiotti spianamenti curriculari!), invece molto agguerrita, dove pullulavano individui pratici di cavilli sindacali più che di Hegel, e molto affezionati alla “docimologia”*, giovinotti impegnati a staccare i crocefissi ma incapaci di fare seriamente una lezione, somari presuntuosi e inetti penosi. Non molti, in realtà, nel nostro liceo ( in ciò fummo fortunati), ma bastanti ad illustrarci il nuovo clima. Ed è proprio in questo clima che prese corpo l’utopia delle ricerche o dei gruppi di studio, madri e padri delle successive tesine d’esame, di cui abbiamo avuto lunga esperienza: proprio quando si era ormai compiuta la demolizione dell’impianto nozionistico, senza il quale qualcuno dovrebbe ancora spiegarci che razza di approfondimento ( sia tesi, tesina, ricerca o altro) si riesca a fare. E ci si viene a poi dire che non si può rimproverare a Tullio De Mauro, solo perché è uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano* (e chi lo nega?) un errore di valutazione? Allora non si può dire che l’Alzira di Verdi è brutta, perché suonerebbe attentato al genio di Verdi? E così per altri, Rousseau, Montessori, Don Milani….Aneddotica e impressionistica la critica della Mastrocola? Come se la realtà della scuola non fosse fatta di aneddoti, cioè di eventi vissuti sul campo, dai quali soltanto ci si può innalzare a una teoria pedagogica! Contestare a Galli Della Loggia di non aver “studiato quasi nulla, in tutti questi anni, di storia della scuola”,* come insinua Christian Raimo ( ma che ne sa?) è poi il colmo, se si pensa che noi insegnanti siamo stati costretti a leggere circolari didattiche (sic!) e a seguire corsi di aggiornamento, entrambi redatti e organizzati da gente che avrà fatto sì e no un anno di scuola, per poi smarcarsene e ficcarsi in qualche nicchia del provveditorato o del sindacato, da cui tornare in veste di pedagogo!
    Ma sanno qualcosa, Raimo e Vigilante, dei corsi di aggiornamento, in uno dei quali, dopo averci propinato massicce dosi di problem solving e di branstorming, ci proposero di dividerci in coppie e farci reciprocamente una domanda e una risposta, tipo Marzullo? Sanno cosa furono il PEI e il POF, con le loro indecifrabili prose? Lo sanno che gli insegnanti ex sessantottini li avversarono entrambi, PEI e POF, e ancor oggi li avverserebbero, perché divenuti meritocratici e seriosi, in sostanza conservatori, e se Della Loggia non avesse chiamato in causa il loro Sessantotto ( intoccabile, votati alla contraddizione a vita, pur di difenderlo!) ne sottoscriverebbero il testo riga per riga? Questo, certo, dispiacerebbe ad Antonio Vigilante, che lamenta il caso di una medesima narrazione sulla scuola, a destra quanto a sinistra*. E’ che la narrazione l’ha fatta la “révolution introuvable” e i governi che hanno dovuto seguirne i contorcimenti e i colpi di coda, non i narratori reazionari. Non ricorda, o non sa, Vigilante, che fu il berlusconiano D’Onofrio a realizzare alcuni sogni della sinistra storica rimasti nel cassetto, abolendo gli esami di riparazione e aprendo l’ombrello assistenziale delle figure protettive ( coordinatore di classe e tutor), dell’onomastica riformata in direzione buonista ( non più promossi, ma ammessi, non più respinti, ma fermati, non più compito, ma verifica, non più preside ma dirigente scolastico), dell’illusione di oggettività con griglie, bande e nuovi punteggi, dell’esame di stato ridotto a uno scrutinio?
    Io ho insegnato dal ’65 al 2005, e il percorso che ha condotto all’ “aula vuota” l’ ho vissuto tutto, in parallelo a quell ‘eliminazione del difficile, che denunciò più o meno vent’anni fa Pietro Citati in un famoso articolo su La Repubblica. Iniziato ancor prima del Sessantotto, quando il Partito Comunista ( sì, c’entra….eccome se c’entra!), a dispetto dei suoi deputati classicisti e citatori, e al di là delle esercitazioni retoriche consegnate alla Riforma della Scuola, cominciò, prosaicamente e brutalmente, la guerra ideologica al latino scolastico ( lingua dei padroni, scuola dei padroni, l’onorevole Natta che sentenzia in un remoto bianco-nero televisivo…) e non ebbe pace finchè non lo vide espulso dalla Scuola Media, malgrado fosse divenuto facoltativo dopo la riforma del ’62 e avesse perso ogni potere discriminante. E poi il Sessantotto, quando l’immaginazione al potere si risolse in fredde bordate di leggi e decreti in nome di quella rivoluzione introvabile che seppe, o potè, applicare l’unica sua parte trovabile, quella demolitoria degli svuotamenti curriculari, che massificava l’ingresso nella scuola e poneva le premesse dei “ fertuli” e degli “afferrati”.
    Non rimpiango il sistema gentiliano che, peraltro strizzato fino a divenire innocuo e inconsistente, resisteva ancora negli anni Cinquanta e tantomeno ( al netto di affettuosa memoria) il mio scolorito liceo di allora, e avrei approvato una rivoluzione vera, o una riforma radicale o, comunque, un processo di trasformazione. Ma non una chimera destituita di ogni logica didattica, che pretende l’egualitarismo tra soggetti costituzionalmente non uguali, uno che sa e un altro che ancora non sa, ed è un principio che vale sempre e ovunque: dalla savana dove la leonessa insegna ai cuccioli prima di avvertirli come pari, alle botteghe artigiane, dove convivono allievi e maestri, agli studi di avvocato, dove si entra come praticanti. Valse per letterati e artisti, come Gadda, Pavese, Buzzati, Bobbio, Mila, che furono scolari e citano con affetto i loro insegnanti, a cui, allora, erano disomogenei, valse per Maria Callas, quando era goffa e sconosciuta allieva della De Hidalgo e si metteva in bocca con pazienza i picchettati che lei le insegnava.
    L’”aula vuota”, nella sua complessiva argomentazione ( che non è detto debba essere, per intero, condivisibile), racconta tutto ciò, e chi ha vissuto la scuola, da allievo ma soprattutto da insegnante, nel secondo cinquantennio del Novecento, non può che ritrovarcisi. A meno che non abbia il paraocchi o la memoria corta. E a meno che, s’intende, non si senta offeso come Vestale del Dogma. Allora però, si comporti, costui, da Vestale: invece che opporre agli sputacchi di bile altrettante espettorazioni catarrose (tra l’altro sterili e dimostrative di nulla) smonti una per una le tesi di Della Loggia. Magari scrivendoci sopra un altro libro. E, se vuole, riflettendo sull’ennesima “cialtronata reazionaria”, firmata però da Luciano Canfora: “..da allora in poi ogni pretesto, anche il più idiota, serve a paralizzare lo svolgimento della scuola e dei programmi, tutti gli anni, fino alla fine dell’anno. In questo modo, sin da quando mette piede nella sua aula, lo scolaro rapidamente intuisce che la disciplina è parola vuota, che se ne può fare strame e che nessuna autorità scolastica interverrà a difenderla. Tutti sanno che l’abbattimento della scuola di classe’ si è risolto nell’abbattimento della scuola….E’ stato elargito un dono avvelenato e mortale alle classi storicamente escluse dalla cultura: dono illusorio di un prodotto avariato”*

    *Mi autoassolvo circa l’uso delle virgolette, che non sono espressione di tema di liceo mal fatto ( mai sentita una stupidaggine del genere!), ma un modo per far capire che si intende attribuire a un termine un significato diverso da quello corrente o da altri attribuitogli. E’ peraltro un vantaggio che la lingua scritta presenta rispetto a quella parlata, dove si dovrebbe ricorrere a un “cosiddetto”.

    *”L’”aula vuota” di Ernesto Galli Della Loggia è un libro pessimo sotto ogni punto di vista”, di Christian Raimo, da minima&moralia, 12 giugno 2019
    *”Quale discorso di sinistra sulla scuola?”di Antonio Vigilante, Stati Generali, 18 giugno 2019
    * I doni avvelenati della “scuola di massa”, Corriere della Sera, 6 agosto 2007, p.33

    Manfredo Retti

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