Americana/9: Lauren Groff

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Penultima puntata con la rubrica di Luca Briasco: in queste settimane ci sta raccontando i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea (minimum fax). Qui le puntate precedenti.
Questa settimana Luca Briasco sarà a Novara, Torino e Ivreagli appuntamenti.

Lauren Groff, Arcadia 

Da alcuni anni ormai, superato lo smarrimento e il ripiegamento post-11 settembre, la narrativa americana ha ripreso progressivamente a interrogarsi su se stessa, sul proprio ruolo, sulla propria capacità di descrivere e accompagnare le mutazioni in atto dentro e fuori dei confini statunitensi. La guerra in Iraq, avvolta per diverso tempo in un assordante silenzio, ha trovato voci – da Kevin Powers a Ben Fountain, a Phil Klay – in grado di raccontarla, in continuità e al contempo in dissonanza rispetto alla grande tradizione di Crane, Hemingway, Mailer, Heller.

Lo stesso discorso può essere fatto per le grandi utopie libertarie e di sinistra che hanno scosso l’America nel secondo dopoguerra e in particolare negli anni Sessanta: e che rivivono nelle pagine di due romanzi usciti negli Stati Uniti rispettivamente nel 2012 e nel 2013, e da noi nel 2015, a distanza di poche settimane uno dall’altro. I giardini dei dissidenti, appassionante rievocazione dell’intera storia del radicalismo americano di sinistra coniugata come romanzo di famiglia, è firmato da un autore, Jonathan Lethem, ormai assurto nel pantheon della fiction contemporanea; cosa che non si poteva dire invece, o non ancora, di Lauren Groff, autrice di Arcadia, il magnifico oggetto narrativo che ha inaugurato, all’interno di una casa editrice specializzata in letteratura scientifica come Codice Edizioni, una nuova linea incentrata sulle “storie”, in ogni loro accezione.

Di questa scrittrice interessantissima, trentottenne, che pubblica con regolarità sul New Yorker e sull’Atlantic Monthly, era già stato pubblicato (da Einaudi) il romanzo di esordio, I mostri di Templeton, segnato da una scrittura di prodigiosa ricchezza, capace di muoversi senza soluzioni di continuità tra indagine psicologica, ricerca storica e divagazione fantastica, e accolto in patria dal plauso convinto di un vero maestro della contaminazione di registri come Stephen King. E alla pubblicazione di Arcadia è seguita, nel 2016 – sempre per Codice -, quella della splendida raccolta di racconti Delicati uccelli commestibili, che, mostrando una padronanza assoluta della forma breve, ha confermato il talento insolito di Groff, e del suo terzo romanzo, Fato e Furia, disamina spietata di un rapporto di coppia solo apparentemente “fatato”, in realtà segnato da ire represse e fallimenti antichi (Bompiani).

Arcadia rappresenta comunque il vero punto di svolta in una carriera che appare sempre più destinata a lasciare il segno: l’autrice riprende dal romanzo di esordio la capacità di calarsi nei meandri della storia nazionale partendo da un luogo specifico e fondendo armoniosamente registro realistico e fuga nel fantastico, ma al contempo, se possibile, allarga ancor più il proprio campo di ricerca e osservazione, abbracciando, grazie a un’armoniosa suddivisione in quattro sezioni, più di quarant’anni di storia.

Tutto parte da Arcadia, per l’appunto: che oltre a essere il titolo del romanzo è il nome di un luogo, di una villa intorno alla quale si raduna una comunità hippy. Vegani, alieni da ogni forma di crudeltà verso gli animali, in fuga dalla civiltà urbana, decisi a vivere dividendo tutto, in assoluta e liberatoria promiscuità, Handy, i suoi seguaci e il loro esperimento dominano le prime due parti del romanzo, ambientate rispettivamente alla fine degli anni Sessanta e negli anni Ottanta, in pieno reaganismo, mentre la terza sezione segue il protagonista e coscienza centrale del libro, Ridley “Briciola” Stone, ormai adulto, nella New York post-11 settembre, e la quarta ne segna il ritorno in una Arcadia ormai irriconoscibile, per assistere la madre in fin di vita ma soprattutto per confrontarsi con un passato che non lo ha mai abbandonato e che ha segnato per intero la sua esistenza.

Un primo dato, che emerge dalla lettura e che viene esaltato dalla struttura stessa del romanzo: Groff sa raccontare con assoluta padronanza la storia di una comunità e farne lo specchio di un ideale destinato a deformarsi nel tempo. Sa seguire con perfetta aderenza l’evoluzione di uno sguardo: quello di Briciola, bambino nella prima parte, adolescente nella seconda, giovane adulto abbandonato dalla moglie Helle, grande amore della sua vita, e perso in una New York della quale, a distanza di anni, stenta a leggere le coordinate, nella terza; uomo fatto, sospeso tra nostalgia e disillusione, nella quarta. E attraverso questo sguardo così mobile e credibile, riesce a rievocare un sogno pastorale di fuga e condivisione, esaltandone la bellezza e al tempo stesso la fallibilità.

Fin dalle prime pagine del romanzo, Briciola bambino deve fare i conti con il rischio della disillusione, e con la realtà di duro lavoro, sempre a un passo dall’indigenza, che segna il susseguirsi dei giorni in Arcadia. Confronta la natura incontaminata che lo circonda con l’orrore che traspare dalle pagine del libro di fiabe dei fratelli Grimm nel quale si è imbattuto quasi per caso frugando nella stanze più segrete di Arcadia, cosicché ai suoi occhi ogni dettaglio di campi, boschi, fiumi, assume una doppia valenza, esaltante e minacciosa al contempo.

Così, a mero titolo di esempio, viene descritto lo spettacolo di uno stagno ghiacciato dove Briciola viene portato a giocare insieme agli altri bambini di Arcadia:

“Il sole fa capolino a tratti, e quando lo fa, il ghiaccio s’incendia di bagliori verdi. Gli alberi che circondano lo Stagno sono un trionfo di stalattiti che tintinnano assieme al soffio del vento, uno strepitio di campanelle”.

Sensazioni visive e uditive, incendi e bagliori, tintinnii e strepiti: questa è la natura agli occhi di Briciola bambino. Ma non diverso, nella sua fusione inestricabile di orrore e tenerezza, è il paesaggio umano evocato nella seconda parte del romanzo, quando Arcadia, divenuta oramai un luogo celebre, viene presa d’assalto dagli Sballati: “i fuori di testa e l’intera banda di flippati devastati dagli acidi” che “si danno convegno per raccontare i propri sogni”. O il paesaggio urbano nel quale il protagonista, fallito il sogno di Arcadia, si trova immerso, come “un mollusco privo del suo guscio”: il Queens – lo stesso evocato da Lethem ne I giardini dei dissidenti – nel quale ogni via tortuosa sfocia in un’altra strada, e i parchi altro non sono che “scimmiottature della campagna”.

Finché reale e fantastico, storia e leggenda, certezze e illusioni si fondono, nella prospettiva del protagonista adulto, in una consapevolezza che sembra fare da malinconica epigrafe al romanzo:

“Nulla importa se la storia sia vera. Briciola manipola immagini: sa che le storie non devono basarsi su fatti concreti per essere vive. Comprende, con una sensazione simile a un vento che sconquassi una stanza, che quando perdiamo le storie a cui abbiamo creduto, perdiamo più delle storie, perdiamo noi stessi”.

Ovviamente, Arcadia il romanzo, come sempre accade alla vera, grande letteratura, finisce per ergersi a negazione della sua stessa epigrafe: perché qui le storie non vanno perdute, e se ne accetta senza esitazioni lo statuto incerto e sospeso tra concretezza e manipolazione, nella consapevolezza antica che proprio in ciò che “non è vero” si nascondono a volte le verità più profonde. L’Arcadia cui Briciola fa costantemente ritorno, proprio come l’utopia di cui essa è portatrice, rimane perennemente sospesa tra un sogno di perfezione e i segni di un decadimento, di una rovina che è contenuta nelle sue stesse premesse, e che più di recente è stata raccontata nuovamente da un’altra scrittrice di grande talento, Emma Cline, in quel Le ragazze che è forse l’esordio letterario più clamoroso degli ultimi anni.

Nel pieno rispetto di un’antica distinzione, che attraversa l’intera traiettoria del romanzo americano, Groff rinuncia al novel, al ritratto a tutto tondo di un contesto storico, ambizioso e totalizzante, scegliendo piuttosto la via del romance, della narrazione che si muove sulla linea di confine tra reale e fantastico. Racconta dunque un sogno ricorrendo al sogno, calandosi prima nella mente di un bambino, poi di un adolescente, quindi di un uomo ossessionato dal suo passato, e deciso, in fondo, a tutelarlo, sapendo che senza quel passato non avrebbe più ragione di esistere.

Un miracolo di equilibrismo, Arcadia: l’ultima rievocazione di quella terra di nessuno tra sonno e veglia nella quale Hawthorne, Melville e Poe avevano piantato i loro vessilli. Va dato merito a Codice di aver portato questo piccolo, grande prodigio nelle mani dei lettori italiani: esaltato, per giunta, da un impeccabile lavoro editoriale e da una eccellente traduzione di Tommaso Pincio, che, come conferma il lavoro altrettanto efficace su Fato e furia, è divenuto la vera e propria voce italiana di Lauren Groff.

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