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Lavorare nell’editoria ai tempi di quando non ti pagavano

di Christian Raimo

C’è una vicenda da addetti ai lavori che in questi giorni, per la sua ampiezza e la sua esemplarità, è diventata una vicenda anche da non addetti ai lavori.

Una serie di traduttori, redattori, e collaboratori a vario titolo stanno protestando in modo compatto e diretto contro le case editrici che hanno la spregevole abitudine a non pagare il lavoro.

È un fenomeno che coinvolge migliaia di persone, ma di cui è raro che si parli, in parte per la quasi totale mancanza di una cultura del lavoro culturale in Italia (per non parlare di una coscienza di classe), e per i conflitti d’interessi espliciti ed impliciti che esistono in un mondo come quello editoriale che è molto endogamico, che spesso si regge su rapporti informali, di amicizia, di stima, e in cui di fatto non esistono albi professionali, sindacati né contratti di categoria.

Dall’altra parte non pagare il lavoro editoriale è una patologia endemica, che pare essere registrata come tale solo nel momento in cui si manifesta una fase acuta, o un occhio esterno ne rileva la virulenza. Questa volta tutto è partito dai tweet che lo scrittore inglese Hari Kunzru ha mandato qualche giorno fa all’indirizzo di Massimo Coppola, direttore editoriale di Isbn, per chiedergli conto dell’anticipo non versato alla moglie Katie Kitamura (autrice di Knock Out, libro uscito per Isbn nel 2014, tradotto da Vincenzo Latronico).

Coppola non ha risposto, Kunzru ha insistito a chiedere sempre via twitter, fino a quando Coppola messo all’angolo è stato costretto a ammettere che la situazione di Isbn è al tracollo: non pubblica più da mesi e è senza liquidità. Prima l’ha fatto in via informale, e poi ha scritto una lunga lettera sul sito della casa editrice in cui spiega tutte le fasi ultime della crisi e l’attuale situazione debitoria.

Le scuse pubbliche, nel frattempo, erano diventate debite, perché Hari Kunzru aveva raccolto intorno alla sua rivendicazione privata quella di decine di ex-collaboratori che avevano cominciato a raccontare le loro storie di lavoro non pagato, e avevano dato un nome (un hashtag) a questa protesta: #occupayIsbn.

La storia l’ha ricostuita bene tre giorni fa su Wired Paolo Arnelli, sentendo vari traduttori, allargando lo sguardo a altre case editrici coinvolte in vertenze simili, oggi e nel passato prossimo: Zandonai, Voland e Castelvecchi (gruppo Lit)… e facendo notare come il vaso di Pandora si sia appena dischiuso.

In realtà la lettera di Coppola è stato in parte anche un tentativo di arginare con un tappo la fuoriuscita dal vaso:

Fino al 2013 tutte le persone sono state regolarmente pagate – ci sarà qualche eccezione, ma in linea di massima è così. Quindi diciamo che il 95% delle persone ha avuto, nell’arco di vita della società, quanto gli spettava.
Quel 5% merita le scuse che più volte gli sono state rivolte via email o altro genere di comunicazione. Ma non è mai abbastanza quando non si viene pagati, e dunque: scusateci ancora una volta. E se a qualcuno non abbiamo date risposte comprensibili o chiare, ci scusiamo due volte.
In questo momento Isbn e io personalmente stiamo subendo un attacco violento da parte di un gruppo ristretto di persone che ci insultano sui meravigliosi social media.

Coppola si giustifica dicendo che la crisi l’ha colto alla sprovvista e che per due anni (2013-2015) ha tentato di ripianare i debiti che si andavano accumulando, mettendoci del suo e del suo socio Luca Formenton, cercando finanziamenti da parte di altri investitori e sperando che continuando a fare libri avrebbe incassato soldi utili a liquidare il debito pregresso. Non c’è riuscito, e adesso Isbn ancora esiste e non è in liquidazione, spiega, solo per cercare una via d’uscita:

Ma la strada non sembra facile, tutt’altro. Faremo ogni sforzo, come abbiamo sempre fatto, per riuscire a pagare quel che dobbiamo. Mi scuso di nuovo con tutti quelli che hanno lavorato per noi e non siamo ancora riusciti a pagare. Ma l’unico motivo per cui la società non è ancora chiusa sta proprio nella speranza di riuscire a racimolare, in ogni modo possibile, le risorse per pagare gli arretrati.

Nonostante i toni concilianti, le motivazioni e le scuse di Coppola non hanno convinto molti. Sara Sedehi, editor e ufficio diritti storico di Isbn, su twitter diceva ieri:

Ho creduto a Isbn e l’ho costruita x 5 anni. Era una bella cosa? Sì. Ma ora l’UNICA solidarietà va ai non pagati.

Carolina Cutolo (autrice insieme a Sergio Garufi per Isbn di Lui sa perchéanticipo pagata solo in parte) scriveva su Facebook qualche ora fa:

Difendere Massimo Coppola (e il suo vittimismo strategico) perché qualcuno nel marasma dei creditori usa dei toni aggressivi è una presa di posizione inutile e ingiusta: siamo in tantissimi a non averlo mai aggredito verbalmente e ad aver sempre precisato che questa è la punta dell’iceberg di un sistema imprenditoriale/editoriale in cui la prassi è NON pagare e mettere il rischio imprenditoriale sulle spalle di collaboratori, redattori, editor, traduttori e autori. Da anni. Ed è anche ora di stigmatizzare pubblicamente questa prassi ignobile.
Se tutti i creditori denunciassero ORA gli editori che non li pagano, noi non appariremmo come carnefici (mentre stiamo solo rivendicando il compenso che ci spetta) e Coppola non avrebbe frecce all’arco di questa pantomima da povero unico editore vittima di un accanimento e capro espiatorio dell’editoria.
Se volete aggiungere qualcosa di sensato alla discussione, aiutateci a precisare che il fatto che Coppola non è l’unico e che tutto il sistema editoriale è malato NON E’ un’attenuante per Coppola, ma un meccanismo sbagliato che va cambiato innanzitutto nella percezione delle persone che si sono assuefatte a questa prassi, e che non può né potrai MAI essere giustificato dalla qualità delle pubblicazioni.

La posizione di Cutolo, si vede, non è quella di una rabbia generica e recente. Da anni l’industria editoriale convive con le sue cattivissime pratiche. E i tentativi di denunciarle, combatterle, provare a trovare soluzioni sono meritori quanto piuttosto isolati.

Cutolo stessa – dopo il mancato pagamento delle royalties del suo libro d’esordio, ormai un decennio fa – decise di fondare un sito di consulenza giuridica per scrittori alle prime armi, Scrittori in causa, che da anni continua a gestire in modo volontaristico.

Di fronte alla difficoltà di gestire moralmente e legalmente la questione (conviene pagare un avvocato per recuperare importi di tremila, cinquemila euro? conviene fare causa a un editore se il solo risultato che probabilmente si ottiene è quello di farsi una fama di piantagrane? come denunciare pubblicamente queste cattive prassi generalizzate se la paura di denuncia per diffamazione è sempre dietro l’angolo?) i traduttori e i redattori hanno provato molte soluzioni anche inventive, aprendo per esempio un annetto fa un blog, intitolato Editori che pagano – una specie di pagina di denuncia al contrario, che voleva fare luce per contrasto sulle zone d’ombra del lavoro editoriale.

Ma usare la vicenda Isbn come sintomo non è scontato. Cutolo per esempio sottolinea un punto essenziale: non è una questione di vittimismo. Ma forse di mancanza di coscienza di classe. Non sono semplicemente vittime i lavoratori non pagati, non è una vittima Coppola nonostante – nel flame di tweet contrapposti – i toni alle volte potessero sembrare quelli di una lapidazione.

Se si fa la tara alla dimensione emotiva, pure scomposta, restano sul piatto due temi di non poco conto: chi tutela i diritti dei lavoratori e i rischi di chi fa impresa?

Non è per niente semplice. La debolezza dei traduttori in questo caso è clamorosa per il fatto che si tratta di persone che lavorano in un regime di diritto d’autore, spesso come partite iva, le cui prestazioni non sono sottoposte ad alcun contratto collettivo. Solo qualche anno fa è nato il sindacato Strade (sindacato traduttori editoriali), ma proprio per le condizioni strutturali di questo lavoro, il suo compito si è dimostrato soprattutto quello di gestire delle forme minime di mutuo soccorso e di fare informazione di settore.

Non essendoci un tariffario minimo, non potendoci essere un albo professionale, non essendoci una cultura politica capace di prendersi in carico questi problemi, le risposte istituzionali (del Centro per il libro e la lettura, del ministero della cultura) spesso assomigliano ad attestati di solidarietà e manifestazioni di buone intenzioni: molto poco. Per esempio qualche mese fa il ministro Dario Franceschini dichiarò pubblicamente che si sarebbe impegnato a trovare il modo di riconoscere ai traduttori una parte delle royalties dei libri – belle parole ma nessun atto pratico.

Allo stesso modo Re.re.pre. (la rete dei redattori precari) fa una fatica improba e quasi solitaria a svolgere la controparte nei confronti di grandi società come Mondadori o Rcs, quando queste non rispettano i contratti di lavoro.

C’è una notizia importante che è passata in sordina. L’inchiesta dell’ispettorato del lavoro sui lavoratori precari di queste due case editrici ha portato a un’inaspettata conclusione: si è imposto alle aziende di trasformare molti contratti di collaborazione a progetto in contratti di collaborazione a tempo indeterminato.

A quest’ingiunzione Rcs Libri ha risposto impegnandosi ad assumere dal primo luglio prossimo ventuno lavoratori attualmente impiegati con contratto a progetto. Mondadori, invece, ha presentato ricorso contro il verdetto dell’ispettorato. C’è da domandarsi, certo, cosa accadrà quando, come pare, tra poche settimane Mondadori e Rcs saranno la stessa cosa.

Ce n’è un’altra di notizia, ancora meno diffusa, che risale alla fine dell’anno scorso, e la trovate in un interessantissimo post di re.re.pre che vale la pena leggere per intero.

Si sintetizza infatti la storia (la storia sì, sei anni) di denuncia e analisi del lavoro sottopagato che i redattori precari insieme a San Precario hanno curato fino a coordinarsi di recente con la Cgil, che pare aver portato a un abbozzo di contratto nazionale per i lavoratori atipici dell’editoria, fatti rientrare nel contratto nazionale dei grafici, che prevede due punti importanti:

a) Estensione del fondo sanitario integrativo a spese degli editori anche ai lavoratori atipici, un’intesa raggiunta appunto già al rinnovo precedente, ma mai applicata.

b) Impegno da parte degli editori di stabilire entro giugno 2015 trattamenti economici minimi per le prestazioni in collaborazione, in pratica un tariffario, che oggi, con l’apertura da parte dei falsi cocopro di un tempo passati sotto ricatto alla partita iva, diventa obiettivo di estrema necessità.

Purtroppo, nonostante questa proto-sindacalizzazione, le condizioni di lavoro nell’editoria italiana spesso restano quelle di sfruttamento puro.

Vogliamo citare la vicenda di Castelvecchi che è forse ancora più paradigmatica di quella di Isbn? Le denunce esplicite o sottaciute di anni di pagamenti miseri, ritardati, mai avuti, hanno avuto una minima eco solo dopo che Federica Graziani e Arianna Lodeserto hanno scelto di rendere eclatante la loro protesta, autobattezzandosi Volontari Involontari.

Il loro caso è quello di due persone che dopo aver accettato una impegnativa traduzione pagata molto poco, hanno sperimentato che quel molto poco era proprio niente. Centinaia di telefonate e mail non sono servite a nulla, e allora da un paio di mesi a questa parte si sono fatte trovare alle presentazioni della Castelvecchi per volantinare, informando su quello che c’è dietro i libri che vengono promossi. L’hanno fatto anche alla presentazione del libro di Fausto Bertinotti, Colpita al cuore. Perché l’Italia non è una Repubblica fondata sul lavoro (mostrando forse il paradosso di tutta la questione) e al Salone del libro, e solo a fronte di questo blitz hanno ricevuto il bonifico dovuto.

Da Castelvecchi infatti non è giunta nessuna replica ufficiale, e Volontari Involontari hanno continuato la loro denuncia.

Quale è la morale di questa storia? È possibile che rivendicare i propri diritti debba implicare un grado di esposizione di questo tipo?

Dall’altra parte, la lettera di Massimo Coppola evidenzia anche un’altra difficoltà. Quella di case editrici di progetto di stare in piedi, senza ricorrere, di fronte ai mali estremi, a estremi rimedi, compreso quello dello sfruttamento dei lavoratori. Ieri, nelle discussioni su social

uno scrittore storico di Isbn, Omar di Monopoli, provava a contestualizzare la vicenda #Occupay, in un post che vale la pena leggere per intero capire quanto spesso forma di organicità, di sintonia culturale, di semplice affetto facciano parte anche dei rapporti tra editore e le persone che contrattualizza:

In qualità di autore italiano tra i più “anziani” (e longevi, se permettete) del catalogo delle edizioni ISBN, in questi giorni al centro di un discussissimo flame che come al solito ha visto guelfi e ghibellini digitali dare addosso all’untore di turno, ci sentiremmo di aggiungere due parole al bell’intervento di Massimo Coppola sul sito della casa editrice: abbiamo avuto l’onore di contribuire sin dall’inizio a questo progetto editoriale originale e innovativo sulla cui qualità crediamo davvero in pochi possano obiettare, e altresì riteniamo sarebbe davvero da ingrati (oltreché miopi) considerare il medesimo solo guardando al mero strascico d’insolvenza economica che ne sta decretando in queste settimane la precoce e (a quanto pare) inevitabile fine. Lo diciamo tra l’altro senza alcuna posa intellettuale e anzi precisando che siamo noi stessi parte lesa, giacché apparteniamo a quella folta schiera di autori che ancora attende alcuni emolumenti dalla casa editrice col codice a barre in copertina.
Eppure l’ovvia incazzatura per quei pochi spiccioli ancora in sospeso non può offuscare l’entusiasmo, la passione e l’apertura che ci sembra abbiano corroborato quell’idea imprenditoriale: quando chi scrive venne contattato da Coppola, Papi e Formenton, a cui avevamo inviato il nostro primo manoscritto, la neonata casa editrice stava già tracciando un proprio personalissimo solco all’interno di un mercato librario stantio e pericolosamente ripiegato su sé stesso (come di fatto si è dimostrato di voler continuare a essere). In ISBN, i nostri lavori sono stati subito ben accolti, efficacemente discussi ed editati, rivisti, limati e, i primi tre, persino pagati ragionevolmente e con svizzera regolarità; la loro diffusione ci ha permesso di girare in lungo e in largo la penisola entrando in contatto con realtà culturali  e con modelli ispirativi che non ci saremmo mai sognati di conoscere e ci hanno fatto incontrare con il pubblico, quello vero, quello che – assurdo pensarlo oggi – ancora entrava in libreria a comprare volumi!
Certo, proprio qualche mese fa, mentre le prime avvisaglie del naufragio si facevano evidenti, abbiamo allentato i rapporti con Milano sino ad un (consensuale e civilissimo) abbandono, ma non potremmo mai recriminare niente a chi per un po’ di anni ci ha permesso di giocare a fare le rockstar: trasferte pagate con rigore, qualche discreto benefit, corsie privilegiate negli ambienti che contavano e qualche attenzione particolare sui media. Ci si sentiva cullati e stimolati alla sfida, in ISBN. E non era cosa da poco. Certo, i tempi sono poi velocemente cambiati e l’intero sistema è collassato, però sarebbe davvero comico oggi identificare nella giovane e scaltra ISBN l’epitome di un malaffare che ha desertificato l’industria culturale di questo nostro sfortunato Belpaese. Insomma, muso duro davanti a chi non paga, poco ma sicuro, non ci sogneremmo mai di suggerire ai nostri colleghi autori e traduttori in credito di stipendio di mordere il freno e abbandonare la battaglia (perché, ripetiamo, è anche una nostra battaglia), ma stiamo attenti a chi si è impantanato in una palude che ha origini antiche e a chi invece ha fatto e continua a fare il furbo per difendere il proprio sepolcrale status quo. Massimo non è diventato certo ricco coi suoi/nostri libri. E la prova ineluttabile di questo sta nel fatto che quando il business funzionava i pagamenti erano regolari ed eseguiti con scrupolo impressionante, e possiamo testimoniare che non si badava a spese per il bene di un autore ma anche e soprattutto per quello del suo lavoro. Pertanto, non diciamo sciocchezze. A morte ISBN, viva viva ISBN!

Oppure Nicola Giuliano, il produttore di Paolo Sorrentino, lo difendeva a spada tratta:

Soprattutto che ci sono modi diversi di farlo, l’imprenditore, diciamo 3. Il primo può essere veramente criminale. Apri una azienda, ti paghi lautamente, prendi commesse e anticipi, assumi impegni con dipendenti e fornitori. Accumuli debiti. Per un po’ ti fanno credito, sopratttutto i fornitori. A un certo punto porti i libri in tribunale. Fallisci. I tuoi creditori non troveranno nulla. Tu hai messo il malloppo al sicuro. Dopo un po’ riapri con un altro nome o un prestanome, spesso nello stesso settore. nel paese la memoria è corta e la giustizia segue vie tortuose grazie a leggi concepite per farle perdere ogni rotta. Il secondo è quello che punta alla massimizzazione del profitto. Ogni tua azione e scelta è destinata a questo scopo. Magari avrai pochi dubbi e meno scrupoli, ma rispetti la legge e il fisco. Vuoi guadagnare. Chi può darti torto.
Il terzo modo è quello di chi, nella sua scala di priorità ha in mente innanzitutto il prodotto che fa, la sua qualità, il suo valore; poi la sua azienda in sé, il fatto che stia in salute e che quelli che ci lavorano la sentano come una seconda casa, che ci stiano bene e siano fieri di come è e di quello che fa. Per questo tipo di imprenditore il profitto personale viene molto dopo. Il mio amico Massimo Coppola appartiene a questa terza categoria.

Altri quelli che hanno rimproverato a Coppola senza appello non è tanto l’incapacità imprenditoriale o il dolo, ma soprattutto di aver comunicato la gravità della situazione così in ritardo. Cosa temeva? Di squalificare il marchio? Non è successo comunque, se lui stesso ammette che di fronte alla crisi, i finanziatori e le banche sono stati ferocemente sordi come nessun altro?

Se Coppola è ingiustificabile per come ha trattato i suoi lavoratori, giocando più che d’azzardo, è anche vero che la morte di Isbn non rende felice nessuno.

Qualche anno fa la crisi editoriale, in una delle sue ondate più violente, investì le case editrici di saggistica universitaria. A soccombere fu, tra gli altri, quello che si può considerare uno dei migliori progetti editoriali italiani degli anni novanta: Meltemi.

Luisa Capelli, che ne era alla guida, e che aveva sempre gestito la casa editrice solo con lavoro qualificato, si dovette arrendere, interrompendo le pubblicazioni e chiudendo gli uffici.

Se rispetto a Isbn o ad altri editori in crisi, aveva evitato gli strascichi penosi e le cause legali, e conservato la credibilità, non era riuscita però a salvare il catalogo e il progetto.

Cosa ci insegna questa storia? Che di fronte alla crisi molti imprenditori, per malafede, insipienza, scompostezza, necessità, scaricano il rischio d’impresa sui soggetti più deboli: i lavoratori, spesso atipici, precari. E questa pratica non viene giudicata nemmeno scorretta: la lettera di Coppola in questo senso è trasparente quando ammette che negli ultimi due anni sapeva che non avrebbe potuto pagare e che – senza nessun aiuto esterno – sarebbe andato tutto in vacca. A un certo punto dichiara, in una parentesi:

Se gli stampatori – per fare solo un esempio – fossero sui social, avrebbero ragioni ben più solide per lamentarsi. Probabilmente però, gestendo delle società, hanno una idea più ampia delle motivazioni che possono portare una società come la nostra ad avere difficoltà finanziarie.

non rendendosi conto che forse se uno stampatore crea una società deve mettere in contro un rischio d’impresa (se non ha i soldi, fallisce; se i pagamenti sono in ritardo chiede aiuto alle banche), mentre un lavoratore è in una posizione diversa (se non ha i soldi, non mangia; se i pagamenti sono in ritardo, chiede aiuto ai genitori) o forse non sembra così perché lavora a partita iva?

Il punto dolentissimo – e qui la lettera di Coppola si rivela una testimonianza molto lucida e feroce – è che il rischio d’impresa in un settore delicato come quello editoriale forse ha bisogno di investimenti pubblici e privati più ampi e lungimiranti.

Perché quando Coppola scrive:

La chiusura della Fnac di Milano, che ci portava da sola il 2/3% del fatturato, è solo un semplice esempio delle ripercussioni che una crisi (generalizzata e di mercato) può avere su una società come la nostra.

dimostra l’intelligenza di chi si rende conto di essere parte di una crisi di sistema.

Che fare allora? Certo non assistenzialismo, ma magari un sostegno mirato come per esempio accade in molti paesi europei? Borse per le traduzioni e per i tirocini nelle case editrici, un rapporto tra università e editoria che non sia clientelare o parassitario, finanziamenti per i progetti di qualità…?

In questo modo forse anche le condizioni del lavoro culturale sarebbero automaticamente più tutelate ma anche più trasparenti.

E poter difendere i propri diritti – o anche semplicemente per instaurare un dialogo tra lavoratori e datori di lavoro – non si dovrebbe essere costretti a usare dei flame su twitter.

Ps. È molto strano come, nonostante la deflagrazione mediatica di questa vicenda sia coincisa proprio con i cinque giorni del salone del libro a Torino, di questi temi – lavoro editorale e diritti annessi, per esempio – non si sia parlato se non al bar o nei corridoi o nei blitz di Volontari Involontari, e in nessun incontro del circa migliaio in programma. Questo è un problema.

Commenti
46 Commenti a “Lavorare nell’editoria ai tempi di quando non ti pagavano”
  1. Paolo scrive:

    Articolo interessantissimo. Ma quanti refusi…

  2. tiziana scrive:

    perdonami, ma nel caso di isbn alcune traduzioni (di sicuro la mia di douglas coupland) erano state quasi interamente finanziate, sempre nel mio caso dal canada council che nel maggio 2013 ha rimborsato a isbn una traduzione che di fatto ancora non mi è stata del tutto pagata. questo è un problema.

  3. Diego RIvera scrive:

    Il settore editoriale è sovradimensionato. Molto semplicemente dovranno chiudere molti altri editori e molte altre librerie. Degli attuali addetti la metà, se sono fortunati, conserverà una parvenza di lavoro. A editor, redattori, grafici e traduttori il consiglio di cercarsi rapidamente un lavoro. Un lavoro vero.

  4. riccardo scrive:

    Dilla tutta, caro Raimo. Gli ispettori sono arrivati 2 anni dopo – dico due anni! Per dare il tempo alle aziende (le chiamo aziende non case editrici….) di buttare fuori redattori e altri lavoratori atipici.

  5. Lucio scrive:

    La lettera di Coppola è un capolavoro di ipocrisia: proporre contratti sapendo di non poter pagare è al limite del reato penale (e mi auguro di cuore che qualcuno dei traduttori/redattori/autori non pagati possa rivalersi al più presto in solido sulle proprietà del personaggio in questione: individui di questo calibro capiscono soltanto il linguaggio delle ingiunzioni giudiziarie, ma mirate ai propri beni, non a quelli della società). Però, al posto di chiamare questo atteggiamento con il suo nome – cioè truffa – si cerca di presentare la cosa come l’impresa disperata di un donchisciotte della cultura che lotta contro un sistema cattivo, cercando di risolvere il danno economico provocato con un ricatto morale, venato per di più di un paternalismo schifoso (“gli stampatori sanno, perchè dirigono un’azienda”; mentre i precari dell’editoria possono morire di fame o non sapere come pagare l’affitto, ma in quanto non imprenditori non possono sperare di arrivare all’empireo di consapevolezza del titanico imprenditore-antisistema: ridicolo). L’unico aggettivo che mi viene in mente per qualificare questo comportamento è: disgustoso. La crisi esiste, la difficoltà a pagare i dipendenti è una realtà in tanti settori e gli imprenditori onesti, che non riescono a farcela, ci sono: Coppola, da quello che scrive, appartiene a un’altra categoria, quella di chi è profondamente disonesto e truffaldino. Ha ragione una delle dipendenti a scrivere “solidarietà ai lavoratori, non alla casa editrice”.

  6. Federica scrive:

    Il miglior articolo letto finora sull’argomento, c’è solo un passaggio che a mio avviso cade in fallo: quandi cita Coppola che dice “Se gli stampatori – per fare solo un esempio – fossero sui social, avrebbero ragioni ben più solide per lamentarsi. Probabilmente però, gestendo delle società, hanno una idea più ampia delle motivazioni che possono portare una società come la nostra ad avere difficoltà finanziarie.

    E poi Raimo prosegue “non rendendosi conto che forse se uno stampatore crea una società deve mettere in contro un rischio d’impresa (se non ha i soldi, fallisce; se i pagamenti sono in ritardo chiede aiuto alle banche), mentre un lavoratore è in una posizione diversa (se non ha i soldi, non mangia; se i pagamenti sono in ritardo, chiede aiuto ai genitori) o forse non sembra così perché lavora a partita iva?”

    Non è che non sembra così, non è così. Un freelance, partita IVA o meno che sia, il rischio d’impresa lo mette in conto eccome. Un freelance è un’impresa a tutti gli effetti e come tutte le imprese, più clienti hai meglio è, perché se è insolvente 1 su 10 è appunto da mettere in conto, se è insolvente 1 su 1 sono cavoli amari. Fra l’altro l’editoria avrebbe il vantaggio di non dover rendere conto all’INPS di un buon terzo delle entrate a cambio di niente, perché la partita IVA per lavorare freelance in editoria non è necessaria, giustamente si rientra nel campo del diritto d’autore.
    Una delle questioni fra le tante che affliggono il mondo editoriale italiano è che la filosofia del lavoro freelance non si è affermata, e per molti il lavoro freelance è una forma di precariato, quando in realtà il lavoro freelance è una grande opportunità di essere davvero indipendenti dal singolo cliente, e di affermare perciò la propria professionalità con i propri clienti, prezzi compresi. In altri ambiti come nella traduzione non libresca questa professionalità è molto più affermata, forse perché sono mercati internazionali e non soltanto nazionali.

  7. andrea inglese scrive:

    Per una riflessione anche teorica sulla figura del lavoratore culturale.
    https://www.nazioneindiana.com/2015/05/18/critica-del-lavoratore-culturale/

  8. Michele scrive:

    Ma perchè scrivere ancora: “il rischio d’impresa in un settore delicato come quello editoriale forse ha bisogno di investimenti pubblici e privati più ampi e lungimiranti”???? Non sono affatto d’accordo. L’editoria è già strafinanziata dal denaro pubblico (intere case editrici non piccole vivono di libri pagati da contributi istituzionali) e dal punto di vista industriale è uno dei settori dove le spese di partenza sono più basse ma dove se si azzecca il libro giusto i profitti possono essere altissimi. Forse ci vuole più consapevolezza di essere lavoratrici e lavoratori e di avere di fronte dei padroni, magari più furbi e più capaci a fare la supercazzola della media dei padroni ma con le stesse tare e le stesse ambizioni. Il denaro pubblico è meglio spenderlo altrove e in modo diverso.

  9. Gloria scrive:

    Andreste presi tutti a calci in culo sulla testa, tanto per ricordarvi dove avete posizionato il cervello. Dalle cose che scrivete qui comprendo con chiarezza che vi trovate allo stesso identico punto in cui mi trovavo io DODICI ANNI FA!!!! I sintomi c’erano tutti; io non volli ascoltarli e vederli perché amavo il lavoro nell’editoria e pensavo che le cose “sarebbero migliorate”. Piissima illusione. Oggi sono ridotta con le toppe al culo (non solo in senso metaforico). L’unico sano di mente mi sembra Diego Rivera, che ha capito tutto: il settore editoriale anrà quasi completamente a morire; chi spera o sogna di lavorare con i libri e la cultura farà meglio a trovarsi un altro lavoro. Anzi: farà meglio a trovare un modo per fare i soldi, per farne davvero tantissimi: il denaro sarà l’unica vera àncora di salvezza del futuro. A tutti gli altri (redattori, traduttori, autori) consiglio una BELLA SVEGLIA per uscire fuori dai sonni e dai sogni, e di riprogettare ex novo tutta la loro vita, perché da qui a pochissimi anni non ce ne sarà più per nessuno. Siete tutti avviati verso la fine di Tranquillo, che morì inculato.
    Io ci ho messo DODICI ANNI a capirlo. A voi quanto occorrerà?

  10. Luciano Pagano scrive:

    Bella e interessante disamina. Io posseggo un libro, ad esempio, pubblicato da una casa editrice pugliese, che riporta la dicitura “Questo libro è stato realizzato grazie al programma “Sur” di appoggio per la traduzione del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Argentina”, il che vuol dire che – almeno per le traduzioni – esistono programmi di sostegno, ovviamente non è un caso unico e non è isolato.

  11. Isa scrive:

    Avviso ai naviganti: per chi non se ne fosse accorto, Gloria è un troll.

  12. Silvia Mazzillo scrive:

    a ISA: perchè Gloria sarebbe un troll?

  13. Matteo scrive:

    Isa, visto che ti erigi a purista (http://www.nokappa.it/) potevi anche prenderti la briga di scrivere “provocatrice” anzichè “troll”… blablabla

  14. nazzareno scrive:

    Rileggere oggi, a quasi quindici anni di distanza, “Les intellos précaires” di Anne e Marine Rambach (Fayard, 2001 http://is.gd/iRP4Vu), o quantomeno la recensione che ne fece Cesare Martinetti su «La Stampa» il 27 ottobre 2001 http://is.gd/xsrjOs, e poi dire se non era profetico quel libro. Era già scritto quasi tutto lì, sebbene investigasse solo il panorama francese – o per meglio dire parigino – del vasto arcipelago dei lavoratori (precari) dell’editoria e più in generale della conoscenza.

    PS Scoperto solo adesso: una versione aggiornata del libro è uscita nel 2009, per Stock. http://is.gd/0ZNLgA Il finale di una recensione/intervista http://is.gd/qRnNlr di «Les Inrocks»:

    Comment percevez-vous l’absence de mobilisation collective de ces catégories ?

    Anne Rambach – Lorsqu’on est dans la survie stricte, c’est difficile de se mobiliser. Les syndicats leur semblent souvent très lointains. Et puis, lorsqu’on change sans cesse de boulot, c’est impossible de s’investir dans une forme de mobilisation. On a du mal à se fixer, à s’identifier.

  15. Gloria scrive:

    E’ vero, sono un troll.

  16. Gloria scrive:

    Non è vero, un troll non sono.

  17. Diego RIvera scrive:

    Non so se Gloria sia un troll, io di sicuro non lo sono (almeno non lo ero l’ultima volta che ho controllato). Resta il fatto che non serve un genio per capire che l’industria editoriale sta alla canna del gas e che a farne le spese non saranno solo i più deboli della filiera — saranno tutti: la mattanza di tipografie che è avvenuta nell’ultima decade sta lì a dimostrarlo.

  18. Sir Robin scrive:

    A proposito di “filosofia del lavoro freelance”. Un’impresa, specie se editoriale, è (o dovrebbe essere, o dovrebbe aspirare ad essere) un complesso cognitivo ad alta, altissima intensità di conoscenza. Un soggetto definito e costituito in anni (se non decenni) di crescita, crescita collettiva del personale che ci lavora dentro. Un aggregato di individualità volanti a partita iva che, al contrario, rendono quell’organismo complesso una sorta di nebulosa dal profilo mutante e instabile sforna “prodotti” che vanno a essere povera cosa; più sì che no. Poi dispiace dover leggere – come è capitato altrove – di editori che si lamentano in pubblico (!) della bassa qualità di una traduzione o di una redazione non pienamente soddisfacente fatta da collaboratori esterni e a fronte di cifre irrisorie. A mio avviso si tratta di una competitività fondata su compensi bassi (o perfino inesistenti) dovuti a un mercato che genera un’offerta di lavoratori esorbitante.

  19. Lalo Cura scrive:

    ti erigi?

  20. Lalo Cura scrive:

    c’è una cosa che mi lascia perplesso (ferma restando la mia più totale solidarietà ai lavoratori in questione), ed è il timore, espresso da molti, di incorrere in querele per diffamazione qualora denuncino certe situazioni di più che palese sfruttamento e negazione di diritti

    quale “querela” potrei mai temere se, con un contratto in mano, valido a tutti gli effetti di legge, rivendico il mio sacrosanto diritto ad essere retribuito per il lavoro svolto? quale giudice potrebbe mai accoglierla, a fronte di un reato commesso proprio da chi mi denuncia?

    magari mi sfugge qualche passaggio…

  21. meltemi scrive:

    “Luisa Capelli, che ne era alla guida, e che aveva sempre gestito la casa editrice solo con lavoro qualificato, si dovette arrendere, interrompendo le pubblicazioni e chiudendo gli uffici.
    Se rispetto a Isbn o ad altri editori in crisi, aveva evitato gli strascichi penosi e le cause legali, e conservato la credibilità, non era riuscita però a salvare il catalogo e il progetto”.

    Salve, dipendente della Meltemi. Ho seguito con attenzione il caso Isbn, sentendomi parte in causa. Aspettavo che qualcuno tirasse fuori la casa editrice per cui ho lavorato. Le mie reazioni sulla questione sono ancora confuse ma ci tengo a sottolineare che spesso – come nel caso della Meltemi e di questo post – sulle vicende legate alle case editrici fallite o disastrate vengono dette o scritte cose inesatte e senza cognizione di causa.
    Nella vicenda Meltemi, la casa editrice è fallita per incapacità dell’editore. Le problematiche legate alla crisi delle vendite erano ben note da tempo e non sono state fermate nonostante i ripetuti avvisi dei dipendenti, che avevano il polso della situazione più dell’editore stesso.
    I paraocchi e un po’ di presunzione hanno portato al tracollo: sono stati pubblicati troppi libri, facendo valutazioni di mercato azzardate se non inspiegabili, spesso favorendo amici o scrittori che assicuravano un bacino di vendita irreale, facendo affogare tutti nei costi di distribuzione e di magazzino.

    La gestione dei soli dipendenti, senza la presenza dell’editore impegnato in una campagna elettorale per le elezioni europee, con un direttore editoriale più attento e in grado di ascoltare tutti, la casa editrice aveva un bilancio temporaneo in positivo, riducendo le pubblicazioni e lavorando bene sul catalogo già esistente.

    I debiti con i fornitori, che hanno causato la chiusura, sono diventati ingestibili quando l’editore ha rifiutato di impugnare gli atti dell’ufficiale giudiziario che invocava i pagamenti entro i termini di legge, perdendo così ogni diritto e la possibilità di allungare la vita della casa editrice, saldare i debiti e mantenere vivo il lavoro dei dipendenti.
    La sua opposizione – possibile per legge – avrebbe di fatto fermato il countdown del fallimento: l’editore ha testualmente detto che avrebbe gestito tutto puntando sui rapporti personali. Il risultato lo conoscete.
    Un salvatore avrebbe anche ripianato i debiti, ma iniziando con un nuovo marchio. L’editore ha rifiutato.

    Tornando al nocciolo della questione, l’editore non ha evitato assolutamente nulla e gli strascichi legali vanno avanti da sei anni, forse sette. Ormai ho perso il conto. Tutte le insolvenze sono finite in tribunale, la casa editrice è fallita, i dipendenti non hanno ricevuto i tfr, i fornitori non sono stati pagati, e ci sono in ballo cifre a sette zeri.

    Le cause legali vanno avanti da sei, sette anni, e se per voi non sono penosi e lunghi sette anni.

  22. Isa scrive:

    Cercando di procedere con ordine: Gloria è un troll, @Silvia Mazzillo, o una provocatrice che dir si voglia(anziché vuole l’accento grave, @Matteo, e su internet si parla in internettese) nella forma e nella sostanza. Senza aggiungere molto alla discussione scrive le stesse cose, allo stesso modo, in tutti i blog che affrontano questioni di questo genere, anche sotto nomi diversi, e tutto sommato un po’ mi dispiace per lei (o lui, si firma anche con pseudonimi maschili) perché, dai suoi commenti, a trasparire più forte di ogni altra cosa è una grande nostalgia per un mestiere editoriale.

    Poi, @Federica: un freelance non è un’impresa, neanche per idea. Un freelance è uno che ha una lancia, la sa manovrare e la mette al servizio di chi è disposto a pagarlo per questo. Solo che, a differenza dei liberi lancieri medievali, se un editore non mi paga io non posso andare a infilzarlo con quella stessa lancia. Posso solo andare da un giudice – se posso permettermi un avvocato che mi rappresenti, e con quello che guadagno NON POSSO, a dirgli che, malgrado quello avesse firmato un contratto in cui prometteva di pagarmi, non lo ha fatto, anche se io gli ho consegnato il mio lavoro e quel lavoro andava bene. E il giudice, se in base alle pezze d’appoggio che gli porto mi crede, può intimargli di pagarmi. Ci vogliono quei due o tre anni, che vuoi che sia; nel frattempo, l’editore ha messo al riparo il suo patrimonio, e può dire al giudice: io i soldi non li ho. Non ce ne sono più. E perché può fare così? Perché è un’impresa. Una società. Una persona giuridica che può distinguere tra patrimonio aziendale e personale. Io invece sono solo una persona fisica, che ha fatto l’incauta scelta del lavoro autonomo anziché subordinato (peccato che il mio mestiere, da subordinati, non si possa fare. È accaduto in un passato leggendario, ma non accade più da cinquant’anni). Una persona fisica che deve mangiare, un professionista che sa manovrare la sua lancia, l’ha messa a disposizione, e si è fidato. Se io firmo che ti traduco il tale libro, e tu firmi che per questo mi pagherai la tale somma entro la tale data, non ti stai assumendo un rischio d’impresa (quello riguarda la decisione di acquistare una certa opera, e il suo successo commerciale): stai comprando del lavoro professionale, e quel lavoro devi pagarlo *comunque vadano le cose*. In realtà la questione è ancora più complicata di così, ma ora non voglio perdermi in troppe spiegazioni tecniche (salvo dire che la cessione del diritto d’autore non è soggetta a IVA e quindi i traduttori editoriali, che sono autori, non lavorano con partita IVA). Ma il rischio d’impresa non c’entra proprio niente con il lavoro di un traduttore freelance, salvo quando gli editori lo scaricano sulle nostre spalle trattenendo i nostri compensi a scopo di autofinanziamento. Se fossero disponibili a dividere con noi i successi, pagandoci un anticipo e poi le royalties come prevede la legge, se ne potrebbe anche parlare. Ma loro, disponibili, non sono. Svolgere un lavoro autonomo senza partita IVA e credersi un’impresa è, alla meglio, intelligenza col nemico, e alla peggio sindrome di Stoccolma.

  23. Luisa Capelli scrive:

    Caro Christian,
    grazie per avermi citata e per avere, ancora una volta, cercato di affrontare il ragionamento rendendo conto della complessità in cui si dibatte l’industria editoriale e che in questi giorni sembra orientato solo a individuare buoni e cattivi.
    Avrei voluto argomentare con maggiore calma, a partire dall’invito a ragionare sul perché, per esempio, durante il Salone del libro di Torino appena concluso, al tema del lavoro culturale non sia stato dedicato nemmeno un dibattito, mentre è chiaro come questo sia un punto cruciale. Così, mentre si lascia deflagrare la conflittualità tra soggetti che, a volte, condividono analoghe condizioni di sfruttamento, si rende più opaca la possibilità, per tutti, di riconoscersi in una narrazione comune – il Quinto Stato o come lo vogliamo chiamare – e contestualmente si perde l’occasione per analizzare contraddizioni e ambiguità presenti anche tra i lavoratori precari della conoscenza (su cui scrive puntualmente Andrea Inglese: https://www.nazioneindiana.com/2015/05/18/critica-del-lavoratore-culturale/).

    Devo però scrivere senza attendere oltre, essendo stata chiamata in causa da un o una ex dipendente della Meltemi che, con molta approssimazione, attribuisce unicamente “all’incapacità dell’editore” le cause che hanno condotto alla chiusura della casa editrice.
    Entrerò nel merito solo di pochi fatti, poiché per altri, per fortuna, parlano, oltre all’impegno che penso di avere svolto al massimo delle mie possibilità, le relazioni costruite nel corso di una vita e, per quanto riguarda la Meltemi, il catalogo delle opere pubblicate (che non mi pare costituito da libri di amici “favoriti”).
    La prima questione riguarda il mio impegno per due campagne elettorali, le europee del 2009 e le regionali del 2010. In entrambi i casi si è trattato di pochi mesi: ho accettato la candidatura per le europee il 5 aprile e le elezioni si sono svolte il 6/7 giugno; per le regionali, ho accettato la candidatura a gennaio 2010 e le elezioni si sono svolte il 28/29 marzo. Circa quattro mesi di campagna elettorale che non hanno certamente determinato l’assenza del direttore editoriale.
    Il secondo punto riguarda la situazione della Meltemi, grave a tal punto già alla fine del 2008, da spingermi a lanciare un appello che è ancora leggibile qui: http://www.meltemieditore.it/sottoscrizione.asp. Quanto ha preceduto e seguito quel momento: i numerosi colloqui e incontri alla ricerca di partner, i rifinanziamenti con risorse personali, i tentativi di capire se fosse possibile far quadrare i conti senza diventare un editore a pagamento, sono tutti documentati, e scrivere di un “salvatore che avrebbe ripianato i debiti”, la cui generosa offerta sarebbe stata da me rifiutata, può solo indicare una grande ingenuità, se non superficialità, nell’affrontare la questione. E purtroppo, dal 2008 in poi, non vi è stato mai “un bilancio temporaneo in positivo”, come testimoniano con chiarezza i bilanci.
    Ultimo punto, la situazione dei dipendenti. La Meltemi ha chiuso il 30 aprile del 2010. Alcuni dipendenti avevano diritto a percepire ancora stipendi fino ad agosto 2010, tutti regolarmente pagati. Non sono riuscita a pagare le liquidazioni, ma la Meltemi oggi ha un credito (avendo continuato a vendere fino al dicembre 2013 volumi in catalogo) che mi augurò consentirà, prima di tutto, di far fronte a quel debito. Chi mi conosce sa o può facilmente immaginare che se avessi avuto ancora risorse personali cui attingere, sarebbero state destinate a quello scopo.

    Su tutto il resto mi auguro ci sia occasione di tornare a discutere in futuro.

  24. Myles na Gopaleen scrive:

    Ricordo/segnalo ai lettori di m&m il caso di Auguste Poulet-Malassis, amico di Baudelaire ed eccentrico editore de I fiori del male, del Banville “maturo” e di tanti altri, pure minori: nel 1862 fallì e finì prima nel carcere di Clichy e poi in esilio, nonostante alcuni giornali lo difendessero e parlassero di “désastre immerité”. Ma per bilanciare ricordo anche il pezzo in cui Martin Eden scuote come un tappeto il direttore commerciale del Transcontinental, fino a farsi pagare il dovuto… (temo che questa scena non tranquillizzerà gli editori insolventi, specie se pensano al minaccioso spettro di Bianciardi, peraltro splendidamente antimeridianizzato). Comunque alla fine – se validi – i cataloghi e i libri e le fatiche rimangono, come prova il caso di Poulet-Malassis (e parentesi dovuta: pur non solidarizzando con nessuno ritengo ingiusto etichettare Isbn quale editore “truffaldino”, come è stato fatto in un commento – semmai “fallimentare” e “insolvente”, anche per colpe proprie, ma “truffaldino” è un’altra cosa).

  25. Federica scrive:

    “Se io firmo che ti traduco il tale libro, e tu firmi che per questo mi pagherai la tale somma entro la tale data, non ti stai assumendo un rischio d’impresa (quello riguarda la decisione di acquistare una certa opera, e il suo successo commerciale): stai comprando del lavoro professionale, e quel lavoro devi pagarlo *comunque vadano le cose.”
    Infatti Isabella: il rischio d’impresa non se lo sta assumendo lui, te lo stai assumendo tu, e lo fai ogni volta che firmi un contratto con pagamento post-consegna. Questo aspetto accomuna i lavoratori autonomi alle imprese, oh sì.

  26. meltemi scrive:

    giusto per non apparire pavido, e per chiarezza, il commento a titolo “meltemi” è di gianluca pellegrino, responsabile e-commerce e sito di meltemi editore. saluti

  27. |\quasi|scrive/| scrive:

    Quanta bile, compagni di merende.

    Io credo che stiamo solo assistendo alla (definitiva?) liquefazione della cultura in nome dell’efficienza economico-relazionale, unica e assoluta virtù teologale di chi oggi è davvero in grado di controllare la ricchezza.

    A che servono i libri? A che serve scrivere? Qual è il senso di un centro di produzione libraria in un mondo globalizzato nella misura in cui la periferia è ovunque e il centro è tale solo in quanto in grado di collocarsi in tempo reale – in termini di risorse e influenza – pressoché dappertutto? Sapevate che a Londra si stampano euro? So’ forti ‘st’inglesi, ahò.

    Niente di nuovo, no? È Baumann.

    Il problema non è né l’editore cattivo né i suoi bischeri collaboratori.

    Il problema è che le cose stanno cambiando davvero e nessuno ha capito come, e per quanto.
    Un indizio: in finanza la nozione fondamentale è quella di prezzo relativo, quanto vale una cosa
    rispetto a un’altra nel momento in cui si decide di scambiarle.

    Ah. E lavorare nell’editoria non è dunque decidere di scambiare i libri per i soldi, in quel certo senso?

    Rivolgiamoci alle pubbliche finanze argomentando come si abbia proprio bisogno dei loro soldi
    per salvare la cultura. Sì. Ci ascolteranno e quel che è peggio è che capiranno alla perfezione.
    Come la mamma che accarezza la testa del figlio cinquenne perché le dispiace di non potergli
    comprare la bici nuova.

    Facciamoci tutti quanti un bel bagno di umiltà, osserviamo le cose che vediamo con i nostri occhi
    e non solo quelle che ci mostrano gli attentamente selezionati autori dei nostri pensieri.

    Farlo – come noto – è la malattia senile dell’intellettuale.

    Forse Bianciardi… quel comunista. Però un brav’uomo, decisamente.

    E lo dico da fasista, nero-vestito. Ché se mi vedono a punto nero mi sparano a vista.

    Ciao nè,

    Q.

  28. Gloria scrive:

    Isa sei una grandissima stronza nonché testa di minchia! Non sono un troll, la mia testimonianza è autentica, e tu sei una poveretta che vive sulle nuvole. Quasi/Scrive ha detto tra le poche cose sensate che si possono leggere qui. Sei tu a non aver ancora capito che le cose stanno cambiando definitivamente e che questo cambiamento ha avuto inizio negli anni Ottanta, con una progressiva opera – scientemente politica – di deculturazione del nostro Paese (ma, a questo punto, direi del mondo): ma questa, magari, te la spiego un’altra volta.

  29. Serena scrive:

    Mi sento in parte di condividere con Gloria, perché la situazione di declino volutamente perpetrato dai soliti 4 criminali del quartierino si verifica anche fuori dall’Italia. Ad esempio, in Croazia i libri vengono pubblicati sempre più con fondi europei, però al traduttore si dice: bene, allora ti pago la traduzione di questo romanzo con i fondi europei, però nello stesso contratto metto una clausola che mi autorizza a farti tradurre altri 2 libri gratis. Come dire, è quasi un insulto parlare di “cultura dell’editoria”, perché prevale sempre più in larga misura la logica del supermercato.

    Ho lavorato poco con l’editoria italiana perché non pagava. Poi ho fatto altri lavori, come tutti, credo. Fuori dall’Italia, perché davvero stavo entrando in depressione. Però a tutt’oggi, la mia specializzazione in traduzione di poesia è stata pagata solo quando ho tradotto all’estero, per festival o occupandomi io stessa della curatela. Le traduzioni su riviste online, le collaborazioni, lo scouting e la preparazione di schede editoriali che hanno poi consentito a editori di continuare a pubblicare, quello no. Non si pagano, capirai. Sei solo “brava e volenterosa”, anzi dovresti essere grata se ti pubblicano!! Una volta, oltre dieci anni fa, dopo aver fatto una prova di traduzione per un grande editore con sede tra Lombardia e Veneto, ho persino ritrovato dopo pochi mesi, alla Feltrinelli di Bologna, la mia prova di traduzione pubblicata nel libro, Nome del traduttore non riportato, forse avevano messo insieme il libro con una serie di prove di traduzione assegnate a tanti malcapitati come la sottoscritta. E a me era stato detto che non andava bene…..l’editor mi lasciò senza feedback, solo un vago “riprova quando sarai più grande”. Questo molti anni fa.
    Per questo, ora che un po’ più grande sono diventata, queste discussioni mi portano verso le conclusioni realiste già avanzate con veemente intelligenza da Gloria. E concordo con Federica, il rischio di impresa appartiene alla professione del freelance, sostenere il contrario è assai parziale e immaturo.
    La cultura, in queste professioni, è una parola vaga e lontana. Siamo storicamente legati a una mentalità masochistica, ancestralmente mediterranei ergo votati alla truffa, a subirla o a compierla. Il do ut des, a casa nostra, vale solo per gli amici, o gli amici degli amici, mentre non è insito nella prassi comune. Pur sentendo umana empatia per Coppola, non mi sentirei di sostenere le sue affermazioni, non è un Don Chisciotte, ma un imprenditore che ha calcolato a suo vantaggio le possibilità di lavorare con le capacità intellettuali e artistiche degli altri (anche se, perdonatemi, nel caso di Isbn quelle capacità sono davvero poche….ma questi sono gusti personali :)

  30. Gloria scrive:

    Serena, come ho già scritto in qualche altro post, purtroppo le cose che leggo qui io le ho vissute sulla mia pelle DODICI ANNI FA, e all’epoca non volli dar retta a tutti i segnali di declino dell’editoria che mi arrivavano da tutte le parti, perché fare l’editor mi piaceva. Pensavo che la situazione, col tempo, sarebbe migliorata, ma mi sono soltanto illusa. Oggi pago conseguenze che definire amarissime è un eufemismo, e mi rendo conto di aver buttato nello scarico del water non solo anni di fatica e di studio, ma praticamente tutta la mia vita, visto che non sono più una ragazza. Potrei scrivere un commento lunghissimo e molto particolareggiato dei motivi per cui si è arrivati a questo punto a partire dai primi anni Ottanta, ma non ho voglia di rivangare trent’anni di schifo e degrado progessivo del nostro Paese fornendo spiegazioni e dettagli che farebbero rimanere a bocca aperta i più: lo farei soltanto dietro compenso.
    Oggi è chiaro (anzi: DEVE ESSERE CHIARO) che i libri non li vuole più nessuno (anche a ciò si è pervenuti per motivi ben precisi, che se mi mettessi ad elencarli qualcuno griderebbe alla bestemmia o alla lesa maestà) e che l’editoria, in Italia, è un settore in via di smantellamento definitivo.
    Le professioni di traduttore ed editor faranno la fine dei dinosauri: attualmente, con programmi come Systrian 7 o Neuro Tran 2000 è possibile ridurre il carico di lavoro di una traduzione di testo scientifico o letterario di almeno l’80%, con conseguente abbattimento dei compensi: l’epoca dei traduttori che si mettevano allo scranno con la pila di bozze da tradurre, parola per parola, è già consegnata ad un passato che non tornerà. Il lavoro di traduzione consisterà sempre più in un blando lavoro di revisione di una traduzione già effettuata da un software. Analogo discorso vale per l’attività di editing. Se poi metti in conto che la ricerca sulle intelligenze artificiali, tra qualche anno, raggiungerà livelli di sofisticatezza ancora più eminenti di quelli attuali, non sarà difficile a nessuno intuire lo scenario futuro che si prepara: le redazioni dei colossi editoriali saranno costituite da un ristrettissimo numero di persone iperspecializzate che, raramente, si avvarranno di qualche collaboratore esterno che sbrigherà le frattaglie quasi a costo zero. In più, l’esplosione della “scrittura di massa” (già sintomatica su Internet), la sostituzione del formato cartaceo con quello digitale e la vendita dei testi online a prezzi sempre più stracciati, segneranno definitivamente il passaggio ad un’epoca postletteraria e postculturale, e sanciranno in maniera ultimativa la morte dell’autore così come è stato inteso in passato.
    Se, per esempio, mi chiamo Feltrinelli, cosa me ne importa di tenere in piedi tutto un ambaradan di librerie sul territorio nazionale e di rapporti contrattuali con tipografi e stamperie, quando posso vendere i libri online con un abbattimento dei costi a dir poco clamoroso?
    Questo è, né più né meno, che il futuro che ci aspetta. L’unica cosa che i giovani possono fare è fuggire a gambe levate da una tale trappola e lasciare tutti gli editori insolventi al loro sacrosanto destino di fallimento.
    Un’ultima dritta: cercate o inventatevi un metodo per fare i soldi, ma per farne davvero tantissimi, perché il denaro è destinato a fare sempre più la differenza nel mondo a venire. Non perdete tempo a crogiolarvi in uno stato di adolescenza prolungata, con cazzate sentimentali e intellettualistiche che non vi porteranno da nessuna parte, se non alla rovina. Altrove sono più avanti di noi: Taylor Swift, a 24 anni, ha già un patrimonio personale di 186 milioni di dollari, e il tour di concerti che sta organizzando ed è in procinto di partire, stime alla mano, le porterà in tasca almeno 200 milioni di dollari. Ed ha soltanto 24 anni. Pensateci. Prima aprite gli occhi su cosa è veramente questo cazzo di sistema e prima vi salvate. Non perdete tempo con politici e programmi televisivi condotti da famosi giornalisti: per voi, tutti questi non possono fare niente: sono essi stessi parassiti del “Meccanismo” e campano sulle nostre disgrazie. Una soluzione collettiva non è possibile, mi dispiace. Trovatene una individuale e trovatela in fretta. Altrimenti siete condannati ad un destino di miseria. E, porcoddio!, nessuno di noi è nato per essere costretto a mettere insieme le monetine per dover pagare le bollette (ammesso che ancora ci riesca)!

  31. Dubbio malefico scrive:

    “Potrei scrivere un commento lunghissimo e molto particolareggiato dei motivi per cui si è arrivati a questo punto a partire dai primi anni Ottanta, ma non ho voglia di rivangare trent’anni di schifo e degrado progessivo del nostro Paese fornendo spiegazioni e dettagli che farebbero rimanere a bocca aperta i più”.
    Eh no, Gloria, ora devi scriverlo!

  32. Gloria scrive:

    Mi occorrerebbero alcuni giorni per prepararlo come si deve. Per meno di 1500 euro non mi ci metto. Me li dai tu?

  33. Dubbio malefico scrive:

    Guarda, posso spingermi fino a promettere 2000 euro, tanto vista l’aria che tira non ti sorprenderesti se poi dichiaro fallimento e non li tiro fuori :p
    E comunque il mercato funziona in un altro modo: prima hai successo e ti fai un nome, poi hai il potere contrattuale di “sparare” una cifra così alta. Da Rihanna e Taylor Swift non hai imparato niente :)

    Scherzi a parte, sono un esterno al mondo delle lettere e della cultura e, contemporaneamente, un appassionato. Da un lato lavoro in un contesto di business tecnologico che mi ha permesso di seguire le reali dinamiche alla base del mercato. Dall’altro lato ho ricevuto una buona formazione umanistica di base e penso di avere sufficienti strumenti culturali per cogliere le finezze del pensiero. Mi piacerebbe conoscere il parere di una persona come te, che è – o è stata – interna al mondo dell’editoria e della cultura umanistica e che, pur dotata di un solido bagaglio di studi umanistici, ha uno sguardo lucido e disincantato su come gira il mondo al di fuori dell’ovattata società degli idealismi letterari. Se lo prepari, leggo con piacere ed attenzione. :)

  34. Gloria scrive:

    Inutile provocazione. Ci ho pensato bene: il costo è di 2000 euro (quindi la stessa cifra che mi proponi tu) e il pagamento è anticipato. Se ti sta bene è così, sennò te ne pòi annà affanculo a passo di marcia pure tu.

  35. Gloria scrive:

    P.S.: La cifra non è affatto alta: è totalmente forfaittaria e arrotondata per difetto.

  36. Dubbio malefico scrive:

    “Vedo le carte!”. E bluff fu.

  37. Gloria scrive:

    Io non ti ho chiesto niente. Se il tuo sistema reticolare attivatore non avesse indivuato in me preparazione, capacità di analisi e vita vissuta non mi avresti mai esortato a stendere un lungo resoconto sullo “stato dell’arte” che ho soltanto fatto balenare come ipotesi di lavoro nel mio post precedente e di cui ho già detto che potrei redigerlo esclusivamente dietro compenso per la nausea che mi provocherebbe il rivangare le stazioni della mia personale discesa agli inferi (nella quale, sono sicura, molti si riconoscerebbero).
    Se lo hai fatto è perché hai capito benissimo chi sono.
    Perché dunque ora rigiri la frittata, se non per il fatto di essere il solito rottoinculo che disprezza l’uva solo perché non può coglierla o se la vorrebbe veder servita in tavola a buon mercato?
    Vai bello, vai. Vai a prendere per il culo qualcun altra: io le merde rinsecchite come te ci metto mezzo secondo ad inquadrarle. Aria!

  38. Gloria scrive:

    errata corrige = individuato
    maledetta tastiera!

  39. Silvia Mazzillo scrive:

    @Isa sei una provocatrice?

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