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Lavorare sul fuoco. Scott Spencer e Un Amore Senza Fine

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(fonte immagine)

di Natalia La Terza

Ho letto Un amore senza fine pubblicato nel 1979, candidato al National Book Award e inserito nei migliori libri di quell’anno dal New York Times – piuttosto tardi. Erano passati mesi dalla seconda pubblicazione in Italia, giugno 2015, da Sellerio (la prima, nel 1980, per Mondadori), nella traduzione di Francesco Franconeri.

Era un periodo in cui mi accorgevo che, se uno scrittore o una scrittrice non mi facevano venire la voglia di rileggere la loro prima pagina subito dopo averla finita, avevo paura di non arrivare nemmeno all’ultima. Della storia scritta da Scott Spencer avevo letto il giudizio di Jonathan Lethem, che lo paragonava a uno dei miei libri e uno dei miei film preferiti: Il grande Gatsby e La rabbia giovane, e ne avevo sentito parlare, entusiasta, da Tiziana Lo Porto.

Perché ho riletto la prima pagina di Un amore senza fine prima di voltarla? Perché Scott Spencer mi dice subito quanti anni ha il protagonista. In poche righe fa che il suo stato d’animo sia il mio. Perché la sostanza dell’amore è «incorporea», perché c’è una notte che «divide ancora la mia vita», perché è una serata d’agosto «per nulla eccezionale» e c’è un diciassettenne che dà di matto e incendia la casa della sua ragazza. Non sappiamo nemmeno il motivo, ancora non conosciamo neppure il nome di lei, ma cosa importano i motivi e i nomi.

Un amore senza fine è un romanzo scritto più di trent’anni fa che sembra portare l’età del suo protagonista, ed è bellissimo.

È la vecchia storia raccontata da Salinger dello scrittore, del telefono e delle volte che ti gira. Alla fine del libro non avevo ben chiaro se il mio desiderio fosse quello di chiamare Scott Spencer o David Axelrod, ma ho trovato uno di loro su Facebook e senza pensarci due volte ho cominciato a fargli delle domande.

Quando ti è venuta in mente la storia di Un amore senza fine?

Ho avuto l’idea generale di Un amore senza fine intorno ai 22 anni, anche se ‘idea’ non è la parola giusta – avevo la vaga intuizione che avrei potuto scrivere bene di un certo tipo di attaccamento. Volevo basare la mia storia su certi episodi della mia vita, in particolare su quando il padre della ragazza con cui stavo a 17 anni mi aveva detto di stare lontano da lei e dalla sua famiglia per 30 giorni.

Guardandomi indietro adesso, trovo sorprendente e divertente il fatto che mi agitassi tanto per una cosa che è in realtà un piuttosto insignificante e banale intervento da parte dei genitori. È a malapena una violazione dei diritti umani. Quando cominci ad avere libertà e dignità, il fatto che ti venga chiesto di stare lontano dalla tua ragazza per un mese non è esattamente sconvolgente. Non so perché pensavo che i lettori potessero trovare qualcosa di interessante in questa storia. Ma ero convinto che questa era una storia che io dovevo raccontare. Ero così protettivo nei confronti di questa storia che ho scritto due romanzi prima di pensare di essere in grado di raccontarla. E quando mi sono messo a scriverlo, il romanzo aveva sempre meno e meno e meno e meno somiglianze con qualsiasi cosa mi fosse successa nella vita reale.

Una volta finito, il romanzo aveva perso ogni somiglianza con la mia biografia, ma allo stesso tempo era diventato più autobiografico di quanto potessi immaginare. Il romanzo dipendeva quasi interamente dalla voce del narratore e dalla scrittura stessa, e mentre diventava sempre più un prodotto della mia immaginazione (piuttosto che della mia memoria), Un amore senza fine è finito per diventare un ritratto di tutto quello che c’era in me – la mia solitudine, il mio desiderio di avere rapporti con gli altri, il mio amore per il linguaggio.

Cosa facevi nel periodo in cui scrivevi il romanzo?

Quando ho iniziato a scrivere Un amore senza fine vivevo a New York City, facevo un lavoro complicato ed estenuante, ed ero arrivato alla triste fine di un giovane matrimonio – iniziato a 23 anni e finito verso i 30. Sembra strano ora, pensare di aver iniziato a scrivere Un amore senza fine proprio quando l’amore nella mia vita stava finendo. Lasciai il mio lavoro e mi ritirai in un’isolata fattoria in New Hampshire. Ricevevo i sussidi di disoccupazione che mi davano circa otto dollari a settimana. Avevo un paio di cani. Mi sono innamorato della donna con la quale più tardi avrei avuto dei bambini, e scrivevo tutto il giorno e fino a sera ogni giorno.

Hai sempre avuto in mente Un amore senza fine o hai pensato ad altri titoli mentre scrivevi?

Sapevo dall’inizio che avrei chiamato il mio romanzo Un amore senza fine, anche se capivo che per molti nel mondo letterario questo tipo di titolo potesse essere una sorta di battuta. Ma ho preso il titolo da una poesia di Delmore Schwartz, in modo da sentirmi un po’ protetto. E ci sentivo anche qualcosa di aggressivo. È un bellissimo titolo e se faceva venire in mente dei romanzi d’amore economici e tascabili, non era colpa del titolo!

Di fatto, volevo che il titolo fosse una sorta di sfida, come se il tema del romanzo sfidasse i lettori sofisticati, abituati a una dieta ferrea di cinismo e ironia, insistendo perché prendessero sul serio le pene d’amore degli adolescenti. Non penso che qualcuno possa capire il cosiddetto ‘amore adulto’ senza riconoscere le sue radici nelle nostre precedenti relazioni. Ma questo ci porta alla domanda: è questa veramente una storia d’amore? Molti lettori – come i registi che hanno frainteso il significato della storia e hanno provato a trasformarla in un dolce film romantico – credono che Un amore senza fine sia una storia d’amore, scritta nell’appassionato ricordo di una passione giovanile. Non desidero discutere con i critici e i lettori che hanno amato il mio libro, ma penso che a una lettura più attenta di Un amore senza fine si riveli un libro principalmente sull’Eros, che è un po’ diverso dall’amore.

Com’è cambiata la tua vita dopo la pubblicazione di Un amore senza fine?

È cambiata tantissimo. Per la prima volta nella mia vita avevo dei soldi in banca. Ero in grado di pagare i miei debiti e di comprarmi una macchina. Potevo comprarmi una casa in campagna, con un terreno e uno stagno, ed era una casa abbastanza grande per invitare degli ospiti nel fine settimana. Era un genere di lusso che non avrei immaginato nemmeno per un minuto di poter avere. E in qualche modo, sono riuscito a tenermi la casa e il terreno per tutti questi anni. Ma, negli aspetti più fondamentali, la vita è rimasta la stessa – o almeno riconoscibile. Lavoro sempre di mattina. Mi dispero ancora su qualsiasi cosa io stia scrivendo. E dormo ancora con una penna e un blocco d’appunti sul comodino, nella speranza che qualcosa di straordinario mi accada di notte, cosa che però non è ancora mai successa.

Quali erano gli scrittori che ammiravi di più mentre scrivevi Un amore senza fine?

Quando scrivevo Un amore senza fine, gli scrittori che leggevo di più erano Richard Yates e Larry Wiowode – il suo immenso (e generoso) Beyond the bedroom wall ha avuto un enorme impatto su di me. Ero anche molto preso da The black prince di Iris Murdoch. Come scrittore mi facevo i fatti miei – anche quando sono tornato a New York, non conoscevo quasi nessuno che scrivesse. Comunque, dopo la pubblicazione di Un amore senza fine, ho ricevuto una lettera di complimenti da Richard Yates. Di tutto il successo che ha avuto il libro, quello è stato il momento più gratificante per me.

Appare all’inizio del romanzo e me lo sono chiesta fino alla fine, e oltre. Di tutti i modi in cui David poteva attaccare la famiglia Butterfield, perché il fuoco?

Ho lavorato tanto sul fuoco che dà inizio al libro. Sono sempre stato affascinato dal fuoco – lo sono ancora! Sono stato per un periodo volontario dei vigili del fuoco – che ti fa capire come le cose siano fatte in piccolo nelle città del New England. Non mi sono mai ritrovato in un vero incendio – spegnere il fuoco di un camino è stato l’apice del mio anno da volontario. Visto che Un amore senza fine è un libro sulla passione, l’idea del fuoco era la prima a venire in mente. A quei tempi ho letto La psicoanalisi del fuoco di Gaston Bachelard con grande interesse. Mi piacerebbe tornare a quel libro: sarebbe interessante rileggerlo e vedere cosa significa per me ora.

Jade è l’amore senza fine di David. Ma il personaggio femminile che mi è sembrato dominasse la prima parte del romanzo è quello di Ann, la madre di Jade, per la quale David prova un amore platonico ambiguo. Ci sono stati momenti in cui ho avuto dei dubbi sulla Butterfield che sarebbe stata scelta dal protagonista. Con il suo grande amore perduto, un marito, tre figli e una casa incendiata, Ann mi è sembrata la più giovane di tutti. È il personaggio che vive con maggior entusiasmo, l’unico che, alla fine del libro, inizia qualcosa che ha sempre desiderato, non importa con quanto ritardo sui tempi. Jade è tranquilla, pigra, quasi banale. Quando ha dei problemi, sono «astratte preoccupazioni».

Penso che tu abbia percepito – e percepito bene – che Jade è forse il meno presente di tutti i personaggi principali. Lei sarebbe stata molto diversa se Un amore senza fine fosse stato scritto in terza persona, ma visto che la storia è raccontata dalla voce di David, lei esiste principalmente come oggetto di desiderio. Quello che lui prova per lei, come lei fa sentire lui, la sua famiglia, il suo posto nel mondo, com’è fare sesso con lei, come si sente quando lei gli manca, e quando la desidera – tutte queste cose sono più vivide nel libro di Jade stessa. L’ho fatto apposta. La natura annichilente dell’ossessione è stata una delle scoperte che ho fatto mentre scrivevo il libro, di cui ho fatto diverse stesure, nel corso di circa quattro anni.

Mi ha colpita come, lungo il romanzo, si torni spesso ai nuclei familiari. Mi piace che il capitolo 15 si apra con una frase come «Era scontato» e poi si riveli tutt’altro. Quando, dopo anni, David e Jade si incontrano, salgono su un pullman insieme ma non vanno a vivere da soli, non sono gelosi della loro intimità, vanno dritti dritti nell’affollatissima comune dove abitano gli amici di lei. Da casa Butterfield alla Gertrud. Perché i due protagonisti stanno così poco per i fatti loro?

È interessante quello che mi chiedi su David e Jade che vanno a vivere insieme nella città del suo college, dopo essersi ritrovati. Penso che siano entrambi contenti di avere il caos umano di tanti coinquilini. Vogliono essere distratti l’uno dall’altra. Lui è troppo per lei e lei non è veramente la persona che lui ha immaginato durante la loro lunga separazione. Lei è molto più ordinaria di quanto lui voglia che sia. Mettere la lettera di Jade a David verso la fine del libro è stato un modo per far vedere chi è lei fuori dalla passione di lui per lei. E lei è una giovane ragazza molto ordinaria.

«E c’era Jade. Rannicchiata in una poltrona, indossava un camicione vecchia maniera e un paio di poco lusinghieri calzoni al ginocchio. Aveva un’aria casta, sonnolenta, l’aspetto in disarmo tipico di una sedicenne che trascorra il sabato sera in famiglia. Quasi non osavo guardarla; temevo che avrei semplicemente finito col gettarmi attraverso i vetri per rivendicarla come mia.». Questo passaggio mi piace molto perché racchiude quello che fa innamorare David e quello che rende Jade così diversa dalla madre. Con la figura di Ann, in Un amore senza fine, entrano nella narrazione quei piccoli dettagli che improvvisamente fanno ridere mentre leggi anche in momenti che non sono per niente divertenti. Penso ai cliché che lei porta con sé, all’ironia su un certo tipo di persona che tutti possiamo conoscere.Tutto questo viene reso tragico dal fatto che abbia quarant’anni e non venti, ma nel ritrarla non perdi mai di delicatezza. Lei è quella che nel romanzo legge di più e che scrive lettere lunghissime, e molto belle.

La propensione di Jade a rimanere con i piedi per terra si è formata in parte in reazione al subbuglio della sua relazione con David e in parte in reazione a sua madre, Ann. Ann è timidamente bizzarra, un po’ fredda, un po’ egoista, e così fissata su di sé e su di quello di cui lei hai bisogno che dormirebbe con il ragazzo della figlia. Ho amato scrivere le scene di Ann. E le sue lettere mi hanno dato l’opportunità di scrivere in uno stile diverso, lontano dalla prosa euforica di David. Per me, questo libro era principalmente un libro sulla sua scrittura, così come un quadro, non importa quale sia il soggetto, è alla fine sul… dipingere.

Commenti
2 Commenti a “Lavorare sul fuoco. Scott Spencer e Un Amore Senza Fine”
  1. Marinella scrive:

    ‘ Lui è troppo per lei e lei non è veramente la persona che lui ha immaginato durante la loro lunga separazione. Lei è molto più ordinaria di quanto lui voglia che sia’.

    Questo è il senso del romanzo e il senso di molte ossessioni.

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  1. […] “Molti lettori – come i registi che hanno frainteso il significato della storia e hanno provato a trasformarla in un dolce film romantico – credono che sia una storia d’amore, scritta nell’appassionato ricordo di una passione giovanile. Non desidero discutere con i critici e i lettori che hanno amato il mio libro, ma penso che a una lettura più attenta di si riveli un libro principalmente sull’Eros, che è un po’ diverso dall’amore” (Scott Spencer intervistato da Natalia La Terza, per Minima&Moralia) […]



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