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L’avvenire secondo Julien Gracq

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Sole 24 ore, che ringraziamo.

La ricezione in Italia di Julien Gracq (1910-2007), tra i massimi prosatori francesi del ‘900, impareggiabile stilista, narratore irriducibile a ogni canone di genere o corrente, non è stata delle più fortunate. Le sue opere tradotte in italiano, passate sotto silenzio anche le rare volte che furono edite in collane di prestigio, sono oggi quasi tutte fuori commercio.

Meritoriamente, da un anno a questa parte, L’orma editore sta tentando di reintrodurre Gracq nel novero dei classici novecenteschi fruibili ai lettori italiani. Dopo avere riproposto nel 2017 quello che è considerato il capolavoro dello scrittore francese, La riva delle Sirti, L’orma torna in libreria con una gemma della bibliografia gracchiana: Acque strette (1976), un breve testo narrativo d’intonazione autobiografica, sinora inedito in Italia, e presentato nella sontuosa traduzione di Lorenzo Flabbi.

Acque strette è la rievocazione trasognata di un placido tragitto fluviale che, nell’infanzia, l’autore era solito percorrere a bordo di una piccola e sgangherata imbarcazione, in compagnia dei suoi famigliari. La vocazione iniziatica di questa prevedibile, domestica deriva è l’enigma da cui prende avvio, nelle prime righe, la fantasticheria di Gracq: «Per quale motivo si è presto radicata in me la sensazione che, se soltanto il viaggio – il viaggio che non preveda l’idea di un ritorno – è in grado di aprirci le porte e cambiarci davvero l’esistenza, un altro tipo di sortilegio, più nascosto, come originato da una bacchetta magica, si leghi invece alla passeggiata prediletta fra tutte, all’escursione senza avventure né imprevisti che dopo poche ore ci riconduce all’attracco da cui partimmo, alla cinta familiare di casa?».

La chiave dell’enigma, sepolta lungo le sponde dell’Èvre, un piccolo affluente della Loira, affiora nell’incantesimo prospettico di luoghi che «offrono un anticipo, un’anteprima dei colori che assumerà la nostra vita; al contatto con questa terra promessa, ogni nostra piega si distende come si dischiude nell’acqua un fiore giapponese: inspiegabilmente ci sentiamo in un territorio di conoscenza, come circondati da volti di una famiglia di là da venire».

Nel caso di Gracq, i volti di questa famiglia sono perlopiù volti di scrittori:quelli di Poe, Nerval, Balzac, Rimbaud, Verne, Proust… La rievocazione del lento procedere sulle acque, restituito al presente, come se non avesse mai cessato di compiersi, si accompagna ai vivi ricordi delle letture che, in un cortocircuito temporale, hanno illuminato il percorso dell’Èvre dopo essere state da esso indotte, prefigurate. L’idillio d’infanzia si trasforma così in un manifesto di poetica, con la serena certezza che esperienze di vita ed esperienze di lettura concorrano, indissociabili le une dalle altre, nell’atto della scrittura, concepito come la virtù di «rianimare, risvegliare e congiungere» tutto ciò che si è amato.

Non può allora stupire se, tra gli scrittori convocati da Gracq in questo onirico paesaggio fluviale, Proust è l’unico la cui presenza si rivela, per eccesso di affinità, ingombrante. Citato di scorcio, l’autore della Recherche è perfidamente ridotto alla “trovata” della memoria involontaria: «il ricordo, all’improvviso, spezza le catene di un genio imprigionato nella materia, come quegli spiritelli rinchiusi in una bottiglia dal maleficio di unastrega».

Angoscia dell’influenza, sindrome da secondogenito di Mnemosine: certo. Ma quando, nelle ultime righe di Acque strette, la poetica della reminiscenza di Gracq si volge, all’opposto di quella proustiana, verso un indefinito e deperibile avvenire, l’accento di sovrana rinuncia con cui si porge al lettore è di una profondità e bellezza senza antesignani né eguali: «tutto ciò che ha il colore del sogno è, per natura, profetico e rivolto al futuro, e le malie che un tempo mi guidavano nel percorso adesso non avrebbero più né virtù né vigore: oggi nessuna di quelle immagini saprebbe indicarmi la strada, e per me non è più il tempo di presentarmi agli appuntamenti che potrebbe ancora darmi l’Èvre».

Filippo D’Angelo è nato a Genova nel 1973. Ha pubblicato per minimum fax il romanzo La fine dell’altro mondo (2012) e l’antologia Troppe puttane! Troppo canottaggio! Da Balzac a Proust, consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese (2014).
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