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La nuova retorica del merito

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Nel lessico della nuova stagione renziana, le parole “merito” e “meritocrazia” sembrano aver scalzato “riforme” e “riformismo” quale onnipresente architrave di ogni discorso politico. Le prime sembrano aver inglobato e sostituite le seconde, tanto che oggi non c’è riforma “auspicabile” che non preveda la sostituzione dei “vecchi” con i “giovani”, e l’avanzamento tra i giovani di “quelli veramente bravi”.

Ma come si calcola il merito? E chi stabilisce la scala di valori? E, poi, una volta stabilita questa, chi farà da misuratore? E chi controllerà i misuratori? E chi controllerà i controllori dei misuratori?

Basta liberare il campo dai tic linguistici, gli slogan, le frasi ad effetto, per rendersi conto di come la nuova retorica sul merito, quale unica arma per sgretolare un’Italia asfittica e gerontocratica, poggi in realtà su un grande vuoto. E su un novero di questioni irrisolte.

Il termine “meritocrazia” fu coniato dal sociologo ed economista inglese Michael Young in un vecchio libro del 1958, oggi riproposto dalle Edizioni di comunità: L’avvento della meritocrazia. In una sorta di saggio romanzato distopico Young (importante e dimenticato intellettuale laburista del dopoguerra) immaginò una Gran Bretagna del 2033 interamente retta da criteri meritocratici. O meglio: un paese in cui l’avvento della meritocrazia avrebbe prodotto un regime illiberale governato da una nuova upper class.

L’io narrante del libro è uno “bravo” del 2033 che difende il sistema in cui è nato. Nella ricostruzione distopica di Young (che, come detto, scrive nel 1958) è la trasformazione della scuola “negli anni ottanta del secolo scorso” ad aver gettato le basi del nuovo corso. Il merito viene stabilito da test di intelligenza sempre più raffinati e applicati a una età sempre più bassa: non solo ai bambini, anche ai feti. Per i migliori, poi, ci saranno scuole diverse, separate da tutti gli altri.

Tuttavia sono due i tarli della società meritocratica del futuro. Il primo è che l’unica l’intelligenza ammessa è quella funzionale. Ogni forma di intelligenza critica o autocritica è bandita, tanto che il merito diventa una forma di autismo. Il secondo è che anche una società siffatta non è esente da forme di cooptazione e nepotismo. Pure per i geni i figli sopiezze core da infilare nei posti chiave – anche quando sono un po’ meno geni dei padri.

En passant Young prevede la crisi della sinistra e del sindacato, il “vecchiume” della parola uguaglianza e l’esautorarsi del parlamento. Tuttavia, nelle pagine finali del libro, la società da lui prefigurata implode perché i nuovi esclusi non ci stanno e danno vita a una rivolta “populista”.

L’avvento della meritocrazia di Young è uno di quei libri che hanno avuto una strana sorte. Benché il termine sia adottato negativamente, il libro è diventato un manifesto per i più convinti assertori della meritocrazia, da Abravanel in giù. E allora viene da pensare che ci sia stato un cortocircuito nello stesso utilizzo del termine. Non si tratta solo di rivestire positivamente ciò che fino a ieri poggiava su parecchie ambiguità.

Oggi chi invoca la meritocrazia come la panacea contro ogni male italico non vuole certo creare una nuova upper class illiberale. Piuttosto fa proprio uno dei tanti tic della neolingua anti-politica e anti-casta. Chiunque pronunci la frase “devono andare avanti solo i bravi”, non sarà mai disposto ad ammettere di non essere fra questi, né che suo figlio non sia il nuovo Messi o il nuovo Mozart. Forse il segno dei tempi, sessant’anni dopo Young, è che l’abuso delle parole “merito” e “meritocrazia” ha incontrato un altro avvento. Quello individuato da Cristopher Lasch: il narcisismo di massa.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
6 Commenti a “La nuova retorica del merito”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    A parte che per quei pochi tg che mi tocca di guardare le mie orecchie registrano la scomparsa di “meritocrazia” e “merito” in favore di “chi non vuole le riforme è contro l’i-Taglia” e altri simili neofascismi…
    a parte che anche la parola “riforma” è ambigua di suo, figurarsi uscita da certe cloache…
    in ogni modo codesto pezzo precedente esauriva il già di suo poco prolifico discorso:
    http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-fascino-pericoloso-della-meritocrazia/

  2. Stefano Trucco scrive:

    La meritocrazia è il governo di quelli convinti di meritarselo senza aver fatto nulla per dimostrarlo, al massimo aver preso una laurea.

  3. laura scrive:

    ma perchè invece di denunciare chi si autocelebra pur non avendone il diritto intellettuale non difendiamo chi, pur avendo i requisiti non ha accesso alla possibilità di una vita diversa?

  4. fafner scrive:

    Tra l’altro basta valutare i nomi che Renzi ha nominato in ruoli di potere con un feroce spoils system. Di ministre evanescenti e vigilesse tacerò. Dirò soltanto del suo avvocato e presidente dei suoi finanziatori, Bianchi, messo nel cda dell’Enel. Esattamente come Alfano ha fatto in Eni, dove mette Gemma. Almeno Alfano non è percepito come alfiere della meritocrazia.

  5. Fabio Mercanti scrive:

    Proviamo a non parlare solo di politica, il merito si applica ovunque. Non è la società dei bravi – quelli bravi a scuola, quelli con i voti migliori, quelli che superano brillantemente i test – ma di ambienti professionali in cui si valorizza chi dimostra di meritare qualcosa in più (avanzamento carriera, ruolo, stipendio, responsabilità) perchè può far bene a tutti. E per valutare questo non basta un foglio excel, lo sappiamo tutti, ma a volte potrebbe essere utile.

    La retorica del merito però non ha senso in un paese in cui da sempre si vanta il vantaggio di aver conquistato una posizione senza merito. Le riforme forse potrebbero servire per cambiare questo atteggiamento.

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