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Lawrence Durrell e il Quartetto di Alessandria

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

All’inizio, Alessandria lo deluse. Era abituato a ben altro, Lawrence Durrell. Era abituato alle isole, al Mediterraneo luminoso, alla Grecia delle taverne dove il tempo non passa mai. Qui, invece, la frenesia dei commercianti, la sporcizia delle strade, la cupezza di un mare improvvisamente diverso lo gettarono al limite della depressione.

Forse, a tratti, pensò che lentamente le cose sarebbero cambiate. Ma di sicuro non poté immaginare, almeno nell’autunno del 42, che la città di Alessandro, Apollonio Rodio, Plotino e Kavafis, sarebbe diventata la vera protagonista del suo capolavoro: quattro libri nell’insieme noti come Quartetto di Alessandria, uno dei picchi della letteratura novecentesca.

Del resto, in quell’ottobre del 42, quando l’Ambasciata inglese per cui lavorava lo spostò dal Cairo a Alessandria, era ossessionato dall’idea della fine. Sua moglie Nancy se n’era andata a Gerusalemme con la figlia Penelope. Il matrimonio era già in crisi dopo appena sette anni. Stava finendo un’epoca. Forse stava finendo quella specie di tarda giovinezza che si era conquistato faticosamente. Era nato nel 1912 a Jalandhar, in India, ma già a undici anni i genitori lo avevano spedito a studiare in quella che mai sentì come patria. L’Inghilterra per lui era inferno e pudding e quando il padre morì e i tre fratelli tornarono assieme a una madre facile a essere persuasa, Lawrence spinse tutti a fare i bagagli alla volta di Corfù.

Era il 1935. Fino allo scoppio della guerra furono anni di beatitudine. L’amicizia di Henry Miller, le discussioni sull’arte e l’idea che arte e vita debbano dissolversi l’una dentro l’altra. Ossia quel che sarebbe accaduto proprio a Alessandria. Dopo qualche mese, infatti, ormai nel 43, Durrell incontrò una donna dai modi decisi, indecifrabile come la città di cui era la più esemplare cittadina. Attorno a quella donna, avrebbe disegnato il carattere di una delle protagoniste principali del Quartetto.

Si chiamava Yvette Cohen e lo stregò. Era “una tormentata ebrea-greca che aveva la fragranza di Cleopatra, il sedere di un’algerina, i piedi di una smirnina, gli occhi di un’ateniese, la bocca capace di civetterie e grida come le ammalianti donne di Homs e Samarcanda” – così scrive Giorgio Montefoschi, nell’introduzione a Justine, primo volume del Quartetto ripubblicato quattro anni fa. Finalmente Einaudi porta in libreria anche il secondo (Balthazar, introduzione di G. Sertoli che ha anche rivisto la classica traduzione di Liana Johnson, pp. 265, euro 20) con la promessa  che anche gli altri due volumi verranno ripubblicati a breve.

È una storia strana, infatti, quella che caratterizza la vita editoriale di questi libri, tanto ambiti quanto assenti dalle librerie, al punto da essere diventati irreperibili, nelle loro edizioni precedenti, anche al mercato dell’usato. Eppure quando uscirono resero subito celebre l’autore. Erano gli anni Sessanta. Durrell e Yvette avevano lasciato Alessandria nel 45, si erano sposati nel 47 e avevano cominciato a perdersi nel 52 dopo ripetuti crolli psichici di Yvette. Durrell allora si rifugiò a Cipro con la figlia Sappho Jane e fu lì che cominciò a svolgere le fila della memoria, a dissolvere la vita nell’arte, perdendosi nei labirinti della città che infine aveva amato più di ogni altra. Fra il 57 e il 61 uscirono le quattro parti di un gioco letterario e metaletterario apparentemente complicato.

Il Quartetto infatti si apre su un’isola greca senza nome in cui Darley (ossia Durrell) si è rifugiato per cercare di dare finalmente un volto alla città in cui ha vissuto anni misteriosi e magici. “Lontano dalla polvere calcarea” e dai cieli di canapa gonfi “come una ferita”, lontano dall’ “odore di marciapiedi caldi”, egli ha l’impressione di poter finalmente sbrogliare l’enigma del “più grande torchio dell’amore” in cui sia dato vivere: Alessandria.

Solo di un’impressione si tratta, però. Perché il ciclopico sforzo che è rappresentato dal primo tassello dell’opera, Justine, è votato al fallimento. Nel volume in libreria in questi giorni, il lettore potrà immediatamente cogliere uno dei principali motivi dell’impossibilità cui sono condannati gli esseri umani in cerca di se stessi, dell’amore e della felicità. Ancora sulla stessa isola greca si trova Darley, anche all’inizio di Balthazar. Ma dal postale di Smirne sbarca un uomo sbucato dal passato per restituire a Darley il manoscritto che aveva da lui ricevuto, ossia il primo volume della quadrilogia, Justine, trasformato in un groviglio di segni e note che costituiscono un vero e proprio Commentario in cui il senso del primo libro viene ribaltato. Non esistono fatti ma solo punti di vista. È la prima certezza che sgretola ogni possibile ricerca di verità. Eppure essa non basta a spiegare la sconfitta a cui siamo tutti condannati quando tentiamo come Darley di dar senso alla nostra storia.

Forse si deve cominciare da una delle mille frasi celebri che questi quattro libri ci regalano, fra descrizioni di lascivia impagabile, dominate dall’odore del gelsomino appassito e la polvere del deserto che s’infila ovunque, comparendo per magia tra vestiti da sempre chiusi negli armadi, dentro i libri, sotto le unghie. “Una città diventa un mondo quando si ama uno dei suoi abitanti” scrive Darley, quando la seduzione di Justine si è compiuta. Ma chi è questa “figlia della città che stabilisce che le sue donne desiderino non la voluttà del piacere ma del dolore”? Dal momento in cui, sposata a un ricco finanziere copto, Justine si china su Darley e gli si offre attraverso baci che sono “pugnalate dolci”, noi scopriamo che tutta la selva di personaggi dei quali siamo destinati a innamorarci gira attorno a questo essere incomprensibile e al mistero che cela in sé.

Nel primo libro, Darley resta intrappolato in una sensualità che porta il segno della contraddizione: una donna che dice di “godere tragicamente” forse per via di una violenza subita in passato di cui ogni volta cerca di rievocare il dolore. In Balthazar tuttavia la prospettiva si ribalta. Fin dall’inizio, veniamo informati che l’amore di Justine per Darley non era che finzione, uno schermo dietro cui si nascondeva un altro amante ancora, tal Pursewarden, sarcastico inglese, anch’egli scrittore legato all’Intelligence britannica. Ma è davvero un’altra questa Justine innamorata di leggerezza?

Alessandria “più la odiamo e più le apparteniamo” e più questo accade e più la città scivola nelle nebbie della memoria. Dovremo aspettare il terzo volume, Mountolive, dal nome di un diplomatico inglese, in cui un ulteriore spostamento del punto di vista ci spingerà a fare i conti con la pretesa di obiettività di certa letteratura. Durrell (o forse Darley?) compone un romanzo naturalistico, in terza persona, in cui lo scrittore onnisciente sembra offrirci finalmente una risposta. Ci troveremo di fronte a trame spionistiche e a una nuova sorpresa circa l’identità di Justine. Ma sarà l’ultimo volume, Clea, dal nome della pittrice che amò Justine e amerà Darley, a obbligarci verso una risposta tanto definitiva quanto evanescente. Una risposta che si annida non nel cambio del punto di vista ma nel salto temporale a cui saremo costretti. Darley lascerà l’isola greca, infatti. Tornerà nella sua città, nell’amata Alessandria, per scoprire che quella città è ormai scomparsa.

Fu quel che capitò a Durrell stesso, evidentemente. La sua vita proseguì soprattutto in Francia, ma la parentesi alessandrina rimase inarrivabile e irreplicabile.  Molte altre sono le opere lasciate da questo sublime scrittore che morì settantottenne dopo la perdita della terza moglie, un quarto matrimonio finito in fretta e il suicidio della figlia Sappho. I suoi lettori appassionati possiedono tutto, dalla poesia alla prosa di viaggio. Ma non smettono di tornare a Alessandria, dove nessuno ama chi crede di amare, fra personaggi da cui è impossibile separarsi definitivamente, fra pederasti, bambine prostitute, sessualità ingorda, famiglie distruttrici, mostruosità mai accettate, follia, tradimento, e mai tranquillità, mai requie, mai pace. I nuovi cultori dovranno pregare perché il terzo e quarto volume escano al più presto. O si lasceranno portare alla ricerca disperante di libri consunti, pagine strappate e ingiallite, zeppe di una polvere sbucata chissà da dove. Pur di non perdere il filo nel labirinto del Quartetto, l’eterno diabolico inganno della memoria e della letteratura.

La famiglia Durrell

“Quello che ci vuole per noi è il sole” disse Larry “Stamattina mi è arrivata una lettera. Pare che Corfù sia magnifica”. Gerald Durrell aveva quasi dieci anni quando nel 1934 suo fratello Lawrence, detto Larry, convinse la madre vedova a lasciare la “tetraggine dell’estate inglese” e migrare “come uno stormo di rondini” alla volta di Corfù.

Ne avrebbe scritto vent’anni dopo, in un libro fortunatissimo: La mia famiglia e altri animali (Adelphi, pp. 353, euro 10). Le cinque stagioni che la famiglia Durrell passò a Corfù raccontate attraverso gli occhi del bambino curioso, irrefrenabile, appassionato di natura, che sarebbe diventato uno dei più amati zoologi, sono esilaranti.

L’India dove i quattro Durrell erano nati era lontana. Per Lawrence l’Inghilterra era l’inferno. I due fratelli Leslie e Margot spalleggiarono il futuro scrittore, ma dal libro chi sembra averne approfittato di più fu proprio Gerald. I suoi resoconti naturalistici sono straordinari. Eppure, fra tartarughe, ragni, gazze e altre miriadi di animali che il bambino porta a popolare le tre case in cui i Durrell vissero a Corfù, spiccano le geniali prese in giro di Larry.

“Accompagnato da due bauli di libri e da una ventiquattrore con i suoi vestiti” il fratello maggiore ha già deciso di immolare la sua vita all’arte, fin da quando si decide di partire. E Gerald non smetterà di osservarlo con il disincanto del primo giorno: “Larry passava le giornate là dentro con la sua macchina da scrivere e ne usciva con aria sognante solo all’ora dei pasti. La seconda mattina, aveva un diavolo per capello perché un contadino aveva legato il suo asino accanto alla siepe. A intervalli regolari, la bestia alzava il muso e gettava un lugubre raglio. “Ma ditemi voi!” proruppe Larry “Non è da ridere che le future generazioni debbano essere private della mia opera solo perché un ilota cretino ha legato quella puzzolente bestia da soma vicino alla mia finestra?”

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