Le «Lezioni americane» di Calvino 25 anni dopo: una pietra sopra? (Prima parte)

di Claudio Giunta

[Ringraziamo l’autore di questo saggio uscito su «Belfagor», nel numero di novembre 2010, per averci dato la possibilità di ripubblicarlo. ]


1.

Delle virtù o qualità o attitudini di cui parla Calvino nelle Lezioni americane[1] (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità) a me piace soprattutto l’esattezza: sia per indole, direi, sia per gli studi che ho fatto. È anche l’unica tra le sei il cui contrario non è mai lodevole. Si possono elogiare – e Calvino di fatto elogia – la ponderatezza o la lentezza, ma essere esatti, precisi, scrupolosi è sempre una buona cosa, anche se ci può essere, come mi è capitato di dire in altre occasioni, parlando del lavoro dei filologi, anche un gusto un po’ feticistico per la precisione, una mistica dell’esattezza di cui sarebbe preferibile fare a meno.

Ora, le Lezioni americane sono un libro per gran parte inesatto. Naturalmente non è detto che un libro che contiene delle inesattezze non possa essere un libro eccellente. Potremmo dire anzi che spesso è così, perché più è ampia la visuale – come accade nei libri migliori – e più è difficile tenere sotto controllo tutti i dettagli: la caccia all’errore non è il modo più adatto per giudicare il lavoro di uno studioso o di un saggista. Ma in primo luogo è una questione di quantità: un libro che contiene molte inesattezze difficilmente è un buon libro, almeno se pretende di essere un saggio e non una storia di fantasia. In secondo luogo, non c’è solo l’inesattezza che riguarda questa o quella affermazione, questa o quella tesi, sicché basterebbe correggere i dettagli perché l’insieme acquisti coerenza. Inesatto, sfocato, può essere il modo stesso di argomentare, di costruire il discorso, e allora non c’è correzione che tenga, e non è segno di pedanteria il farlo osservare. Mi pare che questo sia appunto il caso delle Lezioni americane.

Nella prima lezione, la più famosa, Calvino spende tre pagine per commentare la novella di Cavalcanti nel Decameron, e in particolare il passo in cui Cavalcanti, preso in giro da altri giovani fiorentini, se la cava con una battuta brillante e scappa via:

«Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace»; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò (VI ix 12).

Commenta Calvino:

il preteso ‘epicureismo’ del poeta era in realtà averroismo, per cui l’anima individuale fa parte dell’intelletto universale: le tombe sono casa vostra e non mia in quanto la morte corporea è vinta da chi s’innalza alla contemplazione universale attraverso la speculazione dell’intelletto» (p. 639)

Qui può darsi che Calvino riprenda e interpreti a suo modo gli studi di Maria Corti sul pensiero di Cavalcanti. È un terreno insidioso, perché le nostre informazioni intorno ad esso sono davvero molto scarse. Quel che è certo è però che del presunto averroismo di Cavalcanti qui Boccaccio non parla affatto, e che l’episodio raccontato va spiegato in maniera molto più pedestre, e cioè nel modo in cui lo interpreta Betto Brunelleschi, colui che nella novella figura come il beffatore beffato:

egli ci ha onestamente e in poche parole detta la maggior villania del mondo, per ciò che, se voi riguarderete bene, queste arche sono le case de’ morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che son nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non letterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa nostra (VI ix 14).

Questo, e non quello che pensa Calvino, voleva dire Boccaccio, questo era stato il senso della battuta di Cavalcanti. La quale battuta non ci diverte né ci colpisce per la sua acutezza per la semplice ragione che il comico e l’arguzia invecchiano rapidamente, e oggi ci sembrano insipidi motti di spirito che un tempo (anche non sette secoli fa, basta un decennio) facevano sorridere o addirittura ridere. Come che sia, è sbagliato tentare di compensare questa insipidezza cercando più in profondità verità nascoste che, di fatto, non ci sono.

Poco più avanti Calvino commenta alcuni versi dello stesso Cavalcanti che parlano di spiriti. A leggere la pagina di Calvino sembra che questi spiriti siano un’invenzione di Cavalcanti, mentre si tratta ovviamente di una nozione e di un termine del tutto usuali nella fisiologia tardo-antica e medievale, non più idiosincratici di quanto sarebbero, oggi, i termini ‘plasma’ o ‘sinapsi’. Gli spiriti sono fluidi composti da ‘materia sottile’ che consentono le varie funzioni vitali: nutrizione (nel fegato), respirazione (nel cuore), pensiero e immaginazione (nel cervello). Dunque è inesatto dire che sono «impulsi o messaggi immateriali», oppure «entità impalpabili che si spostano tra anima sensitiva e anima intellettiva, tra cuore e mente, tra occhi e voce [occhi e voce? Qui l’impressione è che Calvino abbia smesso, semplicemente, di fare attenzione ai termini, e li abbia accumulati un po’ a caso]». E anche chiamarli, alla moderna, «vettori d’informazione» è scorretto e arbitrario: non sono questo. E – poche righe più sotto – mettere in relazione la presunta funzione trasmettitrice degli spiriti e quella dei congedi delle canzoni o delle ballate («[Lo spirito] è un vettore d’informazione. In alcune poesie questo messaggio-messaggero è lo stesso testo poetico») significa, di nuovo, unificare due cose che non c’entrano niente l’una con l’altra, cioè stabilire un nesso tra elementi eterogenei sulla base di un’analogia puramente verbale (gli spiriti e i congedi sarebbero entrambi, a loro modo, dei messaggeri): un procedimento che, come vedremo, impronta di sé molte pagine delle Lezioni americane, e che – bisogna aggiungere – parecchi lettori curiosamente mostrano di apprezzare in ragione della quantità di «suggestioni» che deriverebbero da questi accozzamenti.

Alle pp. 640-41 Calvino cita e commenta il sonetto di Cavalcanti Biltà di donna. Anche in questo caso, tuttavia, la sua lettura è falsata dalla mancanza di precisione e da un’informazione solo sommaria intorno al testo. Calvino si dilunga sul sesto verso del sonetto, «e bianca neve scender senza venti», e lo paragona a un verso simile della Commedia: «come di neve in alpe sanza vento» (If XIV 30). Ma il confronto è fuorviante se non si dice che, in primo luogo, quello della neve che scende è un topos, e che sui topoi è improprio fondare confronti intertestuali diretti; e che, in secondo luogo, il sonetto di Cavalcanti appartiene a un genere retorico preciso, a quella che si chiama Priameldichtung, genere che consiste in un elenco di cose o spettacoli piacevoli concluso da un ribaltamento retorico, una specie di modo artificiale per esprimere il superlativo: ‘tutto questo è bello ma non è niente in confronto a…’ (in confronto, nel caso del sonetto di Cavalcanti, alla bellezza e alla gentilezza della donna amata). Non saperlo, o non dirlo, porta a interpretazioni arbitrarie come questa: «In Cavalcanti la congiunzione e mette la neve sullo stesso piano delle altre visioni che la precedono e la seguono: una fuga di immagini, che è come un campionario delle bellezze del mondo». D’accordo, ma la visione, la fuga delle immagini, il campionario di bellezze (e la sintassi che accompagna tutto questo: «la congiunzione e») non sono un tratto peculiare della poetica di Cavalcanti, sono il lascito che alla poesia di Cavalcanti consegna la tradizione letteraria: Cavalcanti, per così dire, non aveva scelta.

Tutto questo non sarebbe grave se da imprecisioni del genere Calvino non facesse derivare conseguenze spropositate come l’idea che «alle origini della letteratura italiana ed europea» (corsivo mio) ci siano due linee aperte rispettivamente da Cavalcanti, poeta della leggerezza, e da Dante, poeta delle cose concrete: idea che Calvino non argomenta se non con affermazioni apodittiche come questa: «Non è un caso che il sonetto di Dante ispirato alla più felice leggerezza (Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io) sia dedicato a Cavalcanti» (p. 642). Qui, come spesso altrove, Calvino tratta abusivamente le parole come cose, e deduce rapporti, parentele, implicazioni semantiche sulla base di analogie che nel migliore dei casi sono solo superficiali. Non è strano, perciò, che argomentazioni così deboli vengano rafforzate con formule impressionistiche come «Non è un caso che…», oppure con quelle scorciatoie per il pensiero che dovrebbero essere gli aforismi: «Come Hofmannsthal ha detto: “La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie”. E Wittgenstein andava ancora più in là di Hofmannsthal, quando diceva: “Ciò che è nascosto, non ci interessa”» (p. 693). Tutti quanti abbiamo da qualche parte una collezione di detti memorabili, ma usarli in questo modo è puerile.


2.

Chi ha a cuore l’esattezza diffida, di solito, degli accostamenti tra opere che appartengono a età, ambienti, generi differenti. Può darsi che questa diffidenza faccia perdere delle buone occasioni e restringa un po’ la visuale, ma è anche un giusto freno alle fantasticherie: in linea di massima, tra il vedere quello che non c’è e il non vedere quello che c’è, il peccato meno grave è il secondo. Le Lezioni americane sono tutte un accostamento. Le pagine sono fitte di titoli, nomi, citazioni; nel giro di poche righe il discorso rimbalza tra Valéry Parmenide Descartes Kant Musil Barthes (pp. 682-83); oppure tra Dante Cavalcanti Valéry Dickinson James Cervantes (pp. 643-44). Novanta autori in centoquattro pagine, contati uno a uno da Alberto Asor Rosa, che a sua volta impiega tre pagine per menzionarli tutti[2].

Qual è, generalmente, la ratio di questi accostamenti? Ecco un passo rappresentativo:

Anche questo incontro d’immagini [si parla di Perseo e Medusa descritti da Ovidio], in cui la sottile grazia del corallo sfiora l’orrore feroce della Gorgone, è così carico di suggestioni che non vorrei sciuparlo tentando commenti o interpretazioni. Quel che posso fare è avvicinare a questi versi d’Ovidio quelli di un poeta moderno, Piccolo testamento di Eugenio Montale… (p. 634).

In queste poche righe ci sono almeno due idee che trovo contestabili. (1) L’idea che sia meglio non turbare le «suggestioni» di un’opera con un commento o con un’interpretazione razionali, che facciano diventare prosa la poesia, che tolgano il vago alle parole. Mi sembrano mal scelti anche i termini: non mi piace l’anglismo suggestioni, che fa venire in mente l’ipnosi, o i ciarlatani da fiera. E non mi piace il verbo sciupare adoperato come caveat contro quei procedimenti di chiarificazione che potrebbero turbare la purezza dell’esperienza estetica. Constato però che il tardo Calvino lo usa anche altrove: «Sono cose che a volerle spiegare si sciupano», scrive a proposito dei presunti misteri del Giappone[3]. Mi pare che il razionalista Calvino si conservi un margine di irrazionalità, un recinto pieno di cose da non sciupare col ragionamento, sorprendentemente ampio. (2) L’idea che ciò che un buon lettore deve fare sia appunto «avvicinare» i testi gli uni agli altri e aspettare che grondino le «suggestioni». Meglio se si tratta di testi che appartengono a epoche molto distanti, in modo che l’esercizio consenta il virtuosismo. Due millenni separano le Metamorfosi di Ovidio dalla Bufera di Montale, ma, nonostante quello che pensa o sembra pensare o sembra voler suggerire Calvino, assolutamente niente di significativo li unisce, e il confronto tra loro non porta, assolutamente, a niente.

In altri casi il confronto tra i testi è meno infondato, ma resta superficiale perché il rapporto non è approfondito o perché il concetto unificante, il denominatore comune trovato da Calvino è troppo generico.

Nel suo saggio su Eureka di Poe, Valéry s’interroga sulla cosmogonia, genere letterario prima che speculazione scientifica, e compie una brillante confutazione dell’idea d’universo, che è anche una riaffermazione della forza mitica che ogni immagine di universo porta con sé. Anche qui come in Leopardi, l’attrattiva e la repulsione per l’infinito… (pp. 685-86).

Che significa «confutare l’idea d’universo»? E che cos’è la «forza mitica che ogni immagine di universo porta con sé»? «Credo – scrive Calvino parlando del suo stile – che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile» (pp. 677-78). Ma non è appunto a questo genere di prosa approssimativa e sbadata che appartiene il linguaggio del passo appena citato? E davvero il confronto con Leopardi, con la sua attrazione-repulsione per l’infinito (ma in che senso, e dove, Leopardi troverebbe respingente l’idea di infinito?), rivela qualcosa di nuovo o di diverso su Valéry, o su Leopardi, o sull’infinito?

Talvolta l’accostamento non è superficiale, cioè va al di là del mero livello verbale, e pretende di avere valore conoscitivo:

L’affermazione di Flaubert, «Le bon Dieu est dans le détail», la spiegherei alla luce della filosofia di Giordano Bruno, grande cosmologo visionario, che vede l’universo infinito e composto di mondi innumerevoli, ma non può dirlo «totalmente infinito» perché ciascuno di questi mondi è finito; mentre «totalmente finito» è Dio «perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente» (p. 687).

Calvino non dice altro perché, di fatto, non c’è altro da dire. Flaubert parla di una cosa, lo stile del romanzo, e Giordano Bruno di un’altra, il cosmo. Non c’è ragione di credere che Flaubert pensasse a Bruno, non c’è ragione di credere che l’avesse letto. Non importa: si possono dire le stesse cose dette da un altro, con altre parole, anche ignorandolo. Ma qui non sono soltanto le parole a essere diverse, è il concetto: l’analogia tra la frase «Il buon Dio è nel dettaglio» e la cosmologia di Bruno è del tutto inconsistente.


3.

Dato che quelli che importano sono i collegamenti tra le cose (romanzi, poesie, idee, parole) e non le cose stesse, il modo in cui le cose vengono trattate è spesso sciatto: Calvino cita un determinato testo per provare un suo assunto, ma di fatto il testo non dice ciò che Calvino vuole fargli dire. Per esempio. Leopardi conclude il Cantico del gallo silvestre con l’immagine della «quiete altissima» che riempirà il cosmo dopo la fine del mondo: «Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Commenta Calvino: «Dove si vede che lo spaventoso e l’inconcepibile sono, non il vuoto infinito, ma l’esistenza» (p. 686). Ma in realtà non è così: lo spaventoso e l’inconcepibile è proprio il vuoto infinito, non l’esistenza. Quella che Calvino dà di Leopardi è una lettura spiritualistica, misticheggiante, che questo passo di Leopardi (come, direi, qualsiasi altro passo di Leopardi) non ammette.

Altro esempio. Un brano di Henry James tratto da The Beast in the Jungle dovrebbe esemplificare «la narrazione d’un ragionamento o d’un processo psicologico in cui agiscono elementi sottili e impercettibili, o qualunque descrizione che comporti un alto grado d’astrazione» (p. 644). È sempre giusto ricordare che le Lezioni americane sono degli appunti, non un libro: è molto probabile che Calvino sarebbe tornato sopra passaggi così fumosi e, francamente, mal scritti (cosa sarebbero gli «elementi sottili e impercettibili»?). Questo va ripetuto soprattutto contro l’eccesso di zelo dei suoi apologeti. Ma il fatto è che il brano di James – che Calvino trova «aprendo un suo libro a caso», e non ha l’aria di un’iperbole – non illustra il concetto che Calvino vorrebbe illustrare. È anzi un campione particolarmente contorto e ampolloso della prosa di James, l’esatto contrario dell’idea di leggerezza che Calvino ha in mente.

E così via. Calvino trova affascinante l’idea che Mallarmé «abbia dedicato gli ultimi anni della sua vita al progetto d’un libro assoluto come fine ultimo dell’universo, misterioso lavoro di cui egli ha distrutto ogni traccia» (pp. 723-24). Sul vagheggiamento del Libro da parte di Mallarmé ho sempre trovato sensato il commento di Croce: «impotenza e fissazione». Ma comunque la si pensi su questa mistica, qui Calvino mette di nuovo insieme due cose che non hanno alcun rapporto: l’ideale del «Libro unico e definitivo» e la frase «Tout, au monde, existe pour aboutir à un livre», che Mallarmé ha pronunciato ad altro proposito e che nel frattempo, per l’usura del tempo e per lo zelo dell’industria culturale (o perché lo era già all’inizio), è diventata kitsch.

Molto diffuso nella critica contemporanea, e molto calviniano, è l’interesse per la metaletteratura, un interesse che – nella critica contemporanea e in Calvino – prende a volte i tratti della mania: i libri che parlano di altri libri, i libri che sono fatti di altri libri, i romanzi di Queneau e di Perec, i racconti di Borges, eccetera. Una variante settoriale di questa mania è la metaforizzazione della scrittura intesa come atto materiale, penna che scorre sul foglio. Il reportage dal Giappone è pieno d’immagini del genere: «Nel giardino [giapponese] i vari elementi sono messi insieme secondo criteri d’armonia e criteri di significato, come le parole di una poesia»[4]. Nella prima delle Lezioni americane Calvino scrive:

Poi c’è il filo della scrittura come metafora della sostanza pulviscolare del mondo: già per Lucrezio le lettere erano atomi in continuo movimento che con le loro permutazioni creavano le parole e i suoni più diversi; idea che fu ripresa da una lunga tradizione di pensatori per cui i segreti del mondo erano contenuti nella combinatoria dei segni della scrittura: l’Ars Magna di Ramón Llull, la Kabbala dei rabbini spagnoli e quella di Pico della Mirandola… Anche Galileo vedrà nell’alfabeto il modello d’ogni combinatoria d’unità minime… Poi Leibniz… (pp. 652-53).

È il procedimento già visto, cioè la confusione già vista: un pensiero appena sbozzato, nomi messi assieme non si capisce bene per quale motivo, un’argomentazione che sfuma nell’elenco, un elenco che sfuma nei puntini di sospensione: «Poi Leibniz…». Ma qui anche la metafora della scrittura è usata a sproposito. Nel De rerum natura, Lucrezio non dice affatto che le lettere sono «atomi in continuo movimento» che creano «le parole e i suoni» (le parole scritte, d’accordo, ma i suoni?). Lucrezio dice (De rerum natura II 688-94) molto più banalmente che come le stesse lettere dell’alfabeto, variamente disponendosi, formano parole diverse, così gli atomi, variamente raggruppandosi in figurae (‘forme, strutture’), producono cose diverse. Le lettere delle parole sono insomma paragonate agli atomi, ma il paragone non implica alcuna illazione sulla loro natura ‘atomica’, a differenza di quanto lascia intendere il commento di Calvino.

Molti umanisti, me compreso, sono affascinati non veramente dalla scienza, che è troppo difficile, ma dal suo apparato (grafici, tabelle, formule) e dal suo linguaggio. Quanto all’apparato, per un paio di decenni, nel secolo scorso, la critica letteraria ne ha fatto un uso così largo e così immotivato che è difficile, rileggendo oggi quei saggi, non provare un senso d’imbarazzo di fronte a tanti sforzi tanto mal diretti[5]. Quanto al linguaggio, non appartiene soltanto a quegli anni l’impiego superficiale, puramente nominalistico di termini e concetti scientifici per illustrare termini o concetti delle discipline umanistiche. Ricordo che mi fece molta impressione, quand’ero studente, leggere un passo in cui Contini riusciva a paragonare una certa componente della sua tesi (il tema era l’attribuzione del Fiore a Dante) alla «mantissa del logaritmo». Era una similitudine elegante, anche perché non si vendeva come qualcosa di più di quel che era: una similitudine. Ma nella prosa critica del secondo Novecento il linguaggio della scienza è stato adoperato spesso non solo come un motivo decorativo ma anche con pretese di serietà e forza conoscitiva. Vediamo come queste due varianti si presentano nelle Lezioni americane. Nel brano che segue, il linguaggio della geometria è degradato a retorica, cioè appunto a motivo decorativo:

Perché io non sono un cultore della divagazione; potrei dire che preferisco affidarmi alla linea retta, nella speranza che continui all’infinito e mi renda irraggiungibile. Preferisco calcolare lungamente la mia traiettoria di fuga, aspettando di potermi lanciare come una freccia e scomparire all’orizzonte. Oppure, se troppi ostacoli mi sbarrano il cammino, calcolare la serie di segmenti rettilinei che mi portino fuori dal labirinto nel più breve tempo possibile (pp. 669-70).

La linea retta che continua all’infinito, la traiettoria di fuga, i segmenti rettilinei… Qui i tecnicismi sono pure metafore che non hanno l’effetto di rendere il discorso più chiaro ma (dato che è questo precisamente il compito delle metafore) di complicarlo: frammenti di linguaggio scientifico aumentano l’opacità, colorano la prosa di poesia. Benissimo: ma allora è contraddittorio perorare la causa delle idee chiare e distinte, e del linguaggio chiaro e distinto.

In altri casi c’è invece, come ho detto, l’idea di poter cogliere una reale analogia tra le «dimostrazioni della scienza» e la sfera della cultura umanistica:

Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi… Poi, l’informatica (p. 636).

Dopodiché, a queste vaghe considerazioni circa la ‘sottigliezza’ del DNA e dei neutrini Calvino avvicina il De rerum natura di Lucrezio, le Metamorfosi di Ovidio e altre cose sottili e leggere come Guido Cavalcanti nel Decameron: «È legittimo estrapolare dal discorso delle scienze un’immagine del mondo che corrisponda ai miei desideri? Se l’operazione che sto tentando mi attrae, è perché sento che essa potrebbe riannodarsi a un filo molto antico nella storia della poesia».

Più avanti, parlando del Pasticciaccio di Gadda, Calvino scrive:

Prima ancora che la scienza avesse ufficialmente riconosciuto il principio che l’osservazione interviene a modificare in qualche modo il fenomeno osservato, Gadda sapeva che… (p. 719).

In realtà, il principio d’indeterminazione di Heisenberg è del 1927, il Pasticciaccio del 1957, ma non è questo il punto. Il punto è che non c’è nessuna vera ragione di citare il principio d’indeterminazione per spiegare le idee e la scrittura di Gadda: così come non c’è nessuna ragione di mescolare, come ogni tanto si fa, la relatività di Einstein con il relativismo morale del nostro tempo; o, per tornare all’esempio precedente, di «estrapolare dal discorso delle scienze un’immagine del mondo»: l’immagine estrapolata dallo scrittore per forza di suggestioni verbali, e non alla luce di una vera conoscenza dei fatti scientifici, è arbitraria, falsa e irrilevante. Questi giochi di parole non portano a niente, non dicono niente né sulla scienza né sul mondo. Sono un modo spiccio per sentirsi ‘nel vivo del dibattito’ e ‘uomini del proprio tempo’ impegnati nel processo di unificazione delle ‘due culture’. Per essere ancora più chiari: è una forma di snobismo a cui è bene non dare troppo credito.

Commenti
8 Commenti a “Le «Lezioni americane» di Calvino 25 anni dopo: una pietra sopra? (Prima parte)”
  1. arno scrive:

    Per non rubarle troppo tempo, che è la cosa più preziosa che abbiamo a sentir Seneca, le voglio dire che il suo articolo su Calvino vale più che molto. Elegante ma giustamente spietato. Peccato però sprecare tanto acume ( e tempo prezioso) per un libro così piccolo ormai morto e sepolto.

  2. flo scrive:

    non avreste dovuto spezzettarlo, mi sembra un pezzo che ha senso solo se letto nella sua interezza. è davvero una bella analisi, coraggiosa e piena di spunti di riflessione. è curioso, per esempio, che si contesti al libro proprio la mancanza di esattezza. Questo non significa, in qualche modo che i 5 punti fissati da Calvino rimangono comunque un riferimento imprescindibile?

  3. Simone Ghelli scrive:

    E’ evidente che si scontrino qua due metodi opposti di far procedere il pensiero: l’importanza di questo Calvino, mi pare, sta nel rappresentare al meglio lo spirito del proprio tempo – ed in questo è invece precisissimo: è un metodo del pensiero (che molti hanno definito postmoderno), che procede per accostamenti arbitrari. Certo, immagino che Giunta voglia criticare proprio questa visione del mondo, contrapponendogliene una più precisa e rigorosa (filologica?), ma è come ostinarsi a raddrizzare un quadro senza averne capito prima il verso… Voglio dire: a questo modo se ne verrebbero giù interi libri di Deleuze, tanto per dire – ma non sarebbe una gran novità: ci han già provato in molti, soprattutto con i due sul cinema… Lo stesso direi che vale per l’idea di non voler “sciupare” la poesia con la prosa: l’idea impressionista di un linguaggio critico che mimi quello del proprio oggetto – anche questo, in campo cinematografico, è un refrain che torna molto spesso, e dunque, in fondo, Calvino non s’inventa niente: prende semplicemente ciò che gli serve.

  4. Luca scrive:

    Sono contento di aver letto un’analisi così serrata, che sviluppa bene le idee che ho avuto anche io su questo libro. Detto questo, però, non ci libereremo mai di questa cultura se non ci interroghiamo sul valore della nostra tradizione. Il nostro compito ora è forse capire, oltre che accusare. Il post- moderno è una perversione della cultura umanistica cui il nostro mondo non dovrà mai più cedere: esso è ancora visto come una risposta, come un’attraente modo per celare la lontananza, la difficoltà, la complessità e ( forse, addirittura, in certi casi) l’inservibilità del mondo simbolico che abbiamo ereditato, trasformandolo in una serie di simulacri a beneficio di intellettuali narcisisti. il fatto che esso ancora imperi e che si trasformi (attraverso i canali della cultura) in potere, discorso sociale, accademia, arte e letteratura.. è forse indice del fatto che non abbiamo trovato ad esso un’alternativa, o almeno non del tutto.

  5. Per la precisione, il Pasticciaccio risale al 1946 e il principio di indeterminazione è stato a lungo contestato in ambito scientifico (es. vedi il Einstein-Podolsky-Rosen), ben oltre quella data. Quindi ci sembra che la frase di Calvino sia sostanzialmente corretta.
    Poi è vero che spesso il letterato si interessa alla scienza solo per la sua terminologia, ma questo lo dice lo stesso Calvino (e Manganelli, e anche il nostro).

  6. Livia C. Taloon scrive:

    Diversi studiosi -anche tra i più contemporanei- hanno appunto studiato il rapporto tra Montale e Ovidio; basta fare qualche ricerca su Internet…… Saranno tutti nemici dell’esatezza?

  7. pippo scrive:

    che libro di merda!

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