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Le azdore metal di Markus Öhrn

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(foto di Luca Ghedini)

di Licia Vignotto

Quali buoni motivi potrebbe avere un’anziana pensionata romagnola, vicina ai settanta, per trascorrere il sabato sera a Bologna con la faccia truccata di bianco come i Kiss, frustino di pelle in mano, a sculacciare il sedere nudo di un giovane svedese? Voi riuscireste a immaginare vostra nonna nella stessa condizione, magari circondata da giovani curiosi che la stanno ad osservare in silenzio, appoggiati ai muri di spazio Raum? Personalmente non faccio fatica a immaginare la mia, perché almeno un buonissimo motivo c’è: si chiama Azdora.

Azdora è una parola romagnola, indica la donna di casa, la donna di una volta. Significa reggitrice, colei che sostiene la casa e la famiglia. È una parola antica ma usatissima, basta cercarla su Instagram o su Facebook per capire quanto vecchie e nuove generazioni le siano parimenti affezionate. I tributi si sprecano, immagini di cappelletti e sfoglie tirate ad arte, ricette e piatti sporchi da lavare, sorridenti signore immancabilmente connotate dagli attributi dell’archetipo: mattarello in mano, grembiule preferibilmente fiorito legato alto in vita. Il sito Miti di Romagna raccoglie in una frase l’immaginario collettivo: «rubiconda in viso e un poco sporca di farina, con un fazzoletto in testa o un cappellino per raccogliere i capelli. Il simbolo positivo di una operosità instancabile e il cardine del tradizionale nucleo famigliare». Responsabilità è la parola chiave per capire questa figura: essere un’azdora non comprende solamente allegre session ai fornelli ma un intenso e continuo lavoro di cura, spalle abbastanza larghe da saper farsi carico del peso altrui.

Azdora, dall’aprile 2015, è anche il titolo di uno dei più potenti progetti teatrali realizzati in Italia negli ultimi anni, ideato dall’artista svedese Markus Öhrn per la 45º edizione del festival Santarcangelo dei Teatri, sviluppato grazie alla partecipazione di una trentina di signore over 50, coinvolte “con l’inganno” di una call stampata su carta e distribuita tra i fornai e i parrucchieri della cittadina romagnola. Chi ha risposto lo ha fatto pensando di supportare l’evento impastando piadine e grigliando salsicce, ma si è trovata ad ascoltare le argomentazioni di un ragazzo dolce che spiegava – in inglese, tradotto – come mai gli era venuto in mente di inserire proprio loro in un processo di trasformazione ispirato all’estetica del black metal. Dal rassicurante al perturbante, dall’appropriato allo sconveniente, dalla protezione alla distruzione, attraverso una serie di rituali pubblici e privati. Vincere le loro resistenze non è stato troppo difficile, a Markus è bastato raccontare degli ultimi momenti vissuti accanto a sua nonna, di quando lui le chiese cosa rimpiangesse e lei rispose: «aver sempre pensato agli altri, mai a me stessa». La chiave.

Il percorso si è sviluppato attraverso innumerevoli incontri, tra automobili distrutte, canti in growl, escursioni in spiaggia per disturbare i bagnanti e scherzi d’acqua al mercato del paese, lontano da mariti, figli e nipoti, senza liste di cose da fare o identità preconfezionate da indossare. Avrebbe dovuto concludersi a luglio in occasione del festival 2015, con la proiezione del lavoro svolto e ulteriori rituali aperti al pubblico, ma l’energia innescata era troppa da arginare, troppa banalmente la gioia per aver costruito attorno a questa esperienza una piccola comunità.

Le performance durante la manifestazione sono state accolte con calore: grandi titoli sui giornali ma anche un diffuso passaparola tra gli abitanti, oltre che tra gli appassionati e gli addetti ai lavori. Non sono mancate le critiche, ma chiunque abbia avuto una nonna difficilmente ha potuto ignorare la bellezza e il valore della proposta. L’Università di Urbino, impegnata in una ricerca sul pubblico del teatro contemporaneo, ha riconosciuto in questo processo modalità di coinvolgimento particolarmente efficaci e ha voluto farne un caso studio. «Öhrn ha saputo attivare più livelli di partecipazione – spiegano Laura Gelmini e Stefano Brilli, responsabili della ricerca – , rivolgendosi alle azdore, agli spettatori ma anche alla popolazione di Santarcangelo. Il suo non è un vero e proprio pubblico, manca il classico punto di vista frontale rispetto alla rappresentazione, è un testimone. La modalità del rituale ha in sé qualcosa di farsesco, per quanto l’atmosfera sia a tratti inquietante c’è sempre una componente di divertimento, una grande ironia di fondo. Le azioni sembrano poco serie ma il processo è serissimo. Le interviste che abbiamo fatto a chi ha assistito riportano un grande investimento cognitivo e simbolico, qualcosa che va oltre la necessità di interpretare ciò che si è visto. Una riflessione più duratura nasce dal rovesciamento dell’archetipo femminile ed è stato interessante notare come, benché le azdore rompano la tradizione che le associa alla cura, questo valore torni attraverso l’approccio di chi guarda, che spesso ha voluto abbandonarsi a loro, e attraverso il rapporto quasi materno che le donne hanno sviluppato nei confronti di Öhrn, che viene tatuato e fustigato, ma anche sistemato, abbracciato, rivestito. L’elemento distruttivo sembra non riuscire a prevaricare».

Ciò che si è potuto vedere sabato 13 febbraio a Bologna, grazie alla collaborazione avviata con spazio Raum e l’associazione Xing, è stata l’anteprima di ciò che verrà proposto al prossimo festival: un rituale pagano macchiato di disinfettante, sangue e vernice, all’interno del quale la suggestione sonora guadagna uno spazio preponderante. In mezzo al fumo e all’oscurità, mentre alcune signore si affaccendavano attorno al corpo immobilizzato di Markus, altre saturavano l’aria già densa di suoni ipnotici e abissali, distorsioni profonde e grida tanto decise quanto latrate.

È la direttrice artistica di Santarcangelo dei Teatri, Silvia Bottiroli, ad anticipare ciò che verosimilmente sarà bene non perdere: «per edizione 2016 le azdore lanceranno il vinile che stanno preparando e suoneranno in concerto. Proprio in questi giorni sono iniziate le registrazioni, si tratterà di un album noise metal». Per Silvia questo progetto è stato e continua ad essere la produzione più importante mai realizzata: «si è creato un incontro che non sembrava possibile, grazie alla generosità grandissima di Markus e all’altrettanta generosità dimostrata dalle signore. Ed è esattamente questo che vorrei fosse sempre di più il festival: un posto in cui ci siano le condizioni affinché gli incontri accadano. Non è la prima volta che realizziamo dei progetti integrando la città ma nessun altro è stato altrettanto forte. Gli artisti che coinvolgono persone lontane dal teatro di solito vanno incontro a due rischi: quello di relazionarsi poco perché troppo concentrati sulla loro visione e quello di aprirsi troppo al dialogo, perdendo di vista la filatura artistica. Markus sorprende perché riesce a mantenere un profilo altissimo su entrambi i versanti. Il suo non è un lavoro sociale, nemmeno educativo, ma non è nemmeno una visione costruita e applicata. Fa riflettere sul tipo di impatto che può avere la pratica artistica contemporanea. Il rischio del fraintendimento c’è e va bene, fa parte del gioco, è impensabile riuscire ad avere tutto sotto controllo in questo contesto. Bisogna dire che l’impegno per l’emancipazione queste donne se lo stanno assumendo, tutto».

Commenti
Un commento a “Le azdore metal di Markus Öhrn”
  1. pachi scrive:

    Gran progetto e bellissimo pezzo, bravi

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