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Le case che siamo tra essere e abitare

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di Giacomo Giossi (fonte immagine)

Tornare a casa, riposarsi tra le mura. Chiudere la porta alle spalle e salire faticosamente le scale come fa Gilbert Valance interpretato meravigliosamente da Michel Piccoli nel commovente eppure stoico film di Manuel de Oliveira Je rentre à la maison. Tornare a casa non è staccare dalla vita, uscire dalle relazioni e ancor meno è un gesto di nostalgico abbandono. Tornare a casa è riprendere spesso l’ordine del discorso, quel dialogo intimo capace di riattivare un discorso pubblico, politico.

E attorno alla casa si aggira un po’ guardingo e un po’ stupito il seducente volumetto di Luca Molinari, Le case che siamo da poco portato in libreria da nottetempo. Molinari non ha scritto un libro di architettura e non ha scritto un libro sentimentale attorno al tema, come spesso purtroppo capita da quando l’architettura ha superato la nazionale di calcio nei discorsi del mattino al bar e gli architetti al pari dei cuochi dominano le tristi cronache mondane.

Molinari scarta per una via diversa che gioca abilmente tra intimo e pubblico, tra pedagogico e politico, si potrebbe quasi dire che della casa l’autore dice tutto, ma sempre e solo rimanendo sulla soglia. Le case che siamo è infatti una sorta di volumetto zen utile ad un’autoanalisi che supera le logica stanca del ricordo per proporre una lettura biografica dell’oggetto per eccellenza: la casa non come luogo, ma come strumento e testimone attivo della vita dei suoi abitanti.

Con lo sguardo semplice e a volte buffo del contenuto che osserva il contenitore, Luca Molinari attraversa la storia e il senso di questo oggetto a cui spesso poco si bada e dentro cui passiamo la nostra vita inseguendolo e dandogli forma in continuazione. La casa di cemento e quella di vetro, la casa studio e quella rifugio, la casa che si fa liquida e si diffonde in ogni ambito e in ogni ora della giornata mischiando i campi del lavoro e quelli del riposo. Molinari in poche pagine illumina, fa riflettere e pone domande che spesso restano aperte, non per sciatteria, ma anzi per offrire all’ospite di turno dando così forma stessa ad un testo che attraversa obliquo la superficie e la profondità.

Resta esterno al testo il verbo abitare che poco ricorre sostituito, del resto come anche nel titolo dal verbo essere. Un modo per legare più strettamente ancora la funzione della casa all’esistere. Uno stare al mondo in cui la casa non è semplicemente il tetto che tiene le quattro mura, ma il tappeto che si fa nomade su cui dormire all’occasione, il divano dell’amico dopo una notte di confusione, la camera da bambini che sarà sempre in qualche modo un ambito ritorno. Non solo dunque stile, confort, ma scelta di vita in senso lato, non il riflesso dunque di scelte culturali e sociali, ma l’esatto contrario perché la casa qui non è per l’appunto solo il nido, ma è anche lo zaino con cui decidiamo di attraversare e di guardare il mondo.

Le case che siamo è un baedeker di viaggio con indirizzi e strade da percorrere, un viaggio che parte dall’esperienza personale o meglio ancora interna, perché esclusivamente all’interno oggi sembra vivere la casa come esperienza. La casa come costruzione globale capace di unire in un discorso pubblico cuore e pelle sembra essersi persa, rinchiusa in quello scampolo di Novecento fatto di grandi eppure sensate utopie così come di fragorosi fallimenti che segnano ancora oggi le città con evidenti ferite. Dalle ferite si può ripartire, più ancora che ricucendo osservando il desiderio, restituendo allo sguardo quell’ambiente capace di accogliere nevrosi e gioia, godimento e fastidio.

Tornare a casa dunque per tornare in sostanza al proprio tempo, ad una relazione con una contemporaneità oggi nascosta e mimetizzata da un’ansia impropria e spesso inutile che poco appartiene ad una necessità umana di calma e di quiete. Le case che siamo è la narrazione felice del luogo da cui desideriamo ogni giorno partire e in cui desideriamo ogni giorno tornare.

Commenti
Un commento a “Le case che siamo tra essere e abitare”
  1. Sergio Garufi scrive:

    grazie della segnalazione, il libro mi incuriosisce molto, lo leggerò.

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