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Dai rifiuti nascono i fiori. La poesia delle “Cose belle”, un documentario dei sogni perduti

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Questo pezzo è uscito su l’Unità.

di Luigi Cancrini 

«Le cose belle» è un piccolo (appena 10 copie) e delizioso film documentario che andrebbe distribuito in tutte le sale del paese, perché è un film lirico e malinconico che racconta dal vivo e dal vero l’importanza di non arrendersi e coltivare la capacità di sognare.

Agostino Ferrente e Giovanni Piperno: i due registi che lo hanno realizzato, ritrovando i quattro adolescenti che nel 1999 avevano loro consegnato i propri desideri per il futuro.

Come è nata l’idea di questo vostro film? 

Il film è una sorta di completamento di un primo documentario di 52 minuti realizzato nel 1999 per Rai3, quando con una sua trasmissione, C’era una volta, aveva aperto a produzioni e registi indipendenti una sua serie sulla condizione dell’infanzia nel mondo. Io, Giovanni, portai delle proposte al responsabile della trasmissione tra le quali c’era anche un lavoro fatto con Agostino (Il film di Mario). Fu lui a suggerirci che avremmo dovuto lavorare insieme, perché eravamo fatti l’uno per l’altro, ad un nuovo documentario da realizzare ragazzini del sud italiano che noi decidemmo di ambientare a Napoli.

La produzione aveva delle scadenze, cioè una data di messa in onda già fissata e noi abbiamo avuto solo quattro settimane per individuare i ragazzini protagonisti e tre settimane per girare. Il documentario lo intitolammo Intervista a mia madre, giacché chiedemmo a tre di loro di intervistare, telecamera alla mano, le rispettive mamme (che nel bene e nel male erano le figure principali delle loro famiglie). Andò molto bene in termini di ascolto e critiche, ma a noi era rimasta la voglia di approfondire le loro storie e dopo due anni siamo tornati e abbiamo insegnato loro ad usare le telecamere senza la nostra presenza. Sono stati i ragazzi allora a girare dei nuovi materiali che noi poi abbiamo utilizzato per scrivere il progetto di un film a metà strada fra finzione e documentario. Ci sono voluti poi dieci anni dal primo documentario, però, perché una piccola produttrice napoletana indipendente, che si chiama Antonella Di Nocera, che è stata anche, purtroppo per poco tempo, Assessore alla Cultura del Comune di Napoli, riuscisse a trovare un finanziamento che ci consentisse l’inizio delle riprese che sono durate dal 2009 al 2013.

Quindi per voi l’idea è stata da subito quella di seguire queste situazioni? 

Più che un’idea concreta, un desiderio. Già nel precedente documentario spesso chiedevamo a loro come s’immaginavano da grandi. Addirittura uno dei ragazzini, Fabio, fa una battuta: Che ci fate con 52 minuti? 52 minuti bastano solo per farmi spostare da qui a lì. Dovete fare un film di almeno un’ora e mezza!

Che tipo di rapporto avete avuto con i protagonisti del vostro film?

Ci siamo messi molto in gioco. Siamo in qualche modo entrati nella loro vita. Nelle loro famiglie. A prescindere da ciò che poi sarebbe diventato materiale filmico. Per Adele siamo riusciti ad ottenere un aiuto da Marco Rossi Doria, allora responsabile del progetto “Chance” dei “maestri di strada” grazie al quale è riuscita ad ottenere licenza media. In linea di massima, però, non avevamo i mezzi per dare davvero una mano che poi non è quello il compito di un documentarista. Quelle che emergevano in contatto con noi erano delle loro potenzialità. Delle risorse che magari sarebbero rimaste inespresse senza il nostro incontro, visto che il contesto sociale in cui sono nati e cresciuti non li aiutava affatto.

Con risultati sempre positivi?

In alcuni casi sì. Quello che molto ci siamo chiesti, fra noi, però, è se le aspettative suscitate dal trovarsi coinvolti in un film che è stato visto da loro e da quelli che accanto a loro vivevano sono state più alte di quelle che la realtà poteva permettere loro di realizzare. C’è sempre la delusione dietro l’angolo per chi non raggiunge gli obiettivi che in un certo momento pensa di poter raggiungere.

Le storie dei vostri ragazzi sfiorano continuamente la patologia. Per quello che vi risulta sono state “intercettate” dai servizi sanitari e sociali? 

No, se non sporadicamente, in modo quasi casuale. Come se queste vicende non avessero mai superato, in quel contesto, il limite di una “normalità” sentita, alla fine, come quasi rassicurante. I servizi sociali esistevano e hanno lavorato bene, d’altra parte, come ben provato dal caso del fratello di Adele, il ragazzo che aveva chiesto aiuto, ottenendolo, per il suo sentirsi donna e non uomo. In un clima caratterizzato da una totale assenza di pregiudizio e da una efficacia a prima vista impensabile in quella che comunque si presentava ai nostri occhi come una situazione non certo di benessere economico e apertura culturale.

Quella che si sente con forza particolare nel materiale che avete girato è la forza dei legami familiari. È così? 

Sicuramente sì. Il legame con la madre ma anche con i padri e i fratelli o le sorelle è sempre in primo piano. Condiziona profondamente la vita. Confermando un senso di appartenenza quasi totale, come se l’organismo vivente fosse la famiglia e i singoli ne fossero dei pezzi, le membra di un unico corpo.

I vostri ragazzi sono cresciuti in un ambiente duro ed hanno vissuto una vita difficile. Nessuno di loro è scivolato, tuttavia, in una situazione deviante: nonostante questo sia abbastanza comune in quei contesti. 

Sì. L’immagine che ne abbiamo avuto a volte è quella dei fiori, che crescono belli anche in mezzo ai rifiuti. E se il fiore è una metafora, i rifiuti nel periodo delle nostre riprese non lo erano, essendone la città sommersa come raccontato a livello globale da un romanzo e un film di successo come Gomorra.

La forza dei legami famigliari, il senso di appartenenza e di vicinanza potrebbero aver agito come un fattore di protezione. Nella mia esperienza di infanzie infelici (nel Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia del Comune di Roma) la caratteristica delle situazioni più gravi è quella di venir fuori da famiglie in cui i genitori trascurano pesantemente (la parola inglese, molto espressiva è “neglect”) i loro figli lasciandoli esposti alla violenza fisica e a quella psicologica dell’abbandono. 

Non siamo in grado di confermarlo se non forse intuitivamente. Sì. Questa potrebbe essere una spiegazione. Anche se la forza del legame, a volte, ci ha spaventato.

Perché?

Abbiamo discusso molto, per esempio, su Enzo. Il padre, secondo me, Giovanni, ha limitato molto la sua possibilità di vivere la vita normale e spensierata, di un dodicenne, “costringendolo” ad esibirsi cantando con lui nelle trattorie già da quando era piccolo. Secondo Agostino, invece, oltre a questo aspetto, innegabile, c’era anche il fatto che Enzo si è sentito utile da subito e ha potuto coltivare quello che comunque era un talento. E infatti quando li abbiamo ritrovati adulti, era l’unico dei quattro che avesse una vita lavorativa in qualche modo strutturata.

Un talento vero? 

“Quando siamo tornati nel 2009 ne abbiamo dubitato, giacché si rifiutava sempre di cantare. Però durante un corcertino organizzata a Venezia per presentare il film ancora in progress lui ci ha chiesto di cantare Passione che non aveva voluto mai cantare durante le riprese e noi gliene abbiamo dato la possibilità: ebbene, lo ha fatto in modo talmente straordinario che decidemmo subito di riaprire il film e girare ex novo la scena con la quale lo abbiamo chiuso.”

Cosa fa Enzo adesso? 

Canta. Nei ristoranti. E con un certo successo.

Come è stato accolto il film a Napoli? 

Alcuni, soprattutto se intellettuali, ma solo all’inizio, hanno sofferto rispecchiandosi un volto di Napoli evidentemente problematico. In un certo senso si sono adeguati alla famigerata critica di Andreotti al neorealismo, secondo cui i panni si lavano in famiglia ed evidentemente noi registi, uno romano, l’altro pugliese, non eravamo considerati parte della famiglia. Quindi hanno pensato che fossimo andati lì con uno sguardo simile a quello del turista che fa un “safari”.

E voi che ne pensate? 

Che non è vero. Che abbiamo fatto vedere soprattutto “le cose belle”. Quelle che ci sono anche in realtà periferiche povere e molto trascurate: soprattutto da chi fa politica. E che noi abbiamo conosciuto e sentito, invece, come una realtà umana complessa da cui c’è stato molto da imparare. Attraversata da lampi di umanità. Dolente e allegra. Straordinariamente coerente con le canzoni che per noi ce la raccontano da sempre. Che era importante conoscere e far conoscere.

Cosa ve ne è restato? 

Una malinconia forte perché ciò a cui storie così ti mettono di fronte è la sofferenza di persone che nascono e vivono in luoghi molto più difficili di quelli in cui siamo nati e cresciuti noi. Anche se loro affrontano questa sofferenza con una dignità a tratti davvero straordinaria, facendone in vario modo musica e poesia.

Come se quello cui ci si trova di fronte fosse comunque un grande spreco quotidiano di risorse umane. 

Tornando alla metafora dei fiori, diciamo che ce ne sono tanti, il compito dei registi può essere quello di individuarli, poi spetta ad altri annaffiati. Certo lo spreco c’è! E non è facile o forse possibile porre rimedio da parte di chi lo sente e lo condivide con loro.

Commenti
Un commento a “Dai rifiuti nascono i fiori. La poesia delle “Cose belle”, un documentario dei sogni perduti”
  1. Francesco Longo scrive:

    Un film lirico? Questo?
    Potrei avere un esempio di una scena lirica di questo film? O un esempio di un film senza una scena lirica?

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