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Le cose sognate e ora viste. Alberto Prunetti, l’Inghilterra e il lavoro in 108 metri

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Do you curse where you come from?
Hazey Jane I, Nick Drake, 1971

Vali molto di più
di un aumento economico
meriti molto di più di un posto garantito
che non avrai che non avrai
grande è la confusione
sopra e sotto il cielo
osare l’impossibile osare
osare perdere
grande è l’impossibile
osare la confusione
il cielo sopra e sotto
ci si può solo perdere
Manifesto, CCCP, 1987

Quando al mio paese non c’era neanche
la chiesa, c’era già l’altoforno.
108 metri, Alberto Prunetti, 2018

Per alcuni gli anni Ottanta iniziano nel 1978, quando Aldo Moro viene rapito e ucciso dagli “uomini delle Brigate Rosse”, per altri nel 1982, con il presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’ex partigiano, che esulta ai mondiali di calcio in Spagna. Io condivido la tesi di chi sostiene che gli anni Ottanta inizino, ed è strano per un decennio inteso in senso storiografico, proprio allo scoccare dello zero, nell’ottobre del 1980. Con la marcia dei 40.000.

L’estate è stata attraversata da una dura battaglia sindacale, che ricorda a molti quella del 1969, preludio all’autunno caldo. Poi il 2 agosto a Bologna, in stazione, scoppia una bomba. Muoiono 85 persone. Norberto Bobbio si domanda: non chiediamoci da dove viene ma cosa lascia davanti a noi?

Fra le cose che lascia ci sono la stanchezza, la paura, il desiderio di un ritorno all’ordine che ben è incarnato dalla marcia dei colletti bianchi di Torino, compatti contro gli scioperi degli operai ma anche, dicono , contro il clima di paura che si respira nel paese. Ucciso l’operaio Guido Rossa, ucciso il giornalista Walter Tobagi, non si può certo dire che i “compagni” che hanno imbracciato le armi contribuiscano a una causa sindacale già fortemente lacerata dal suo interno. Finisce la centralità operaia, ora e per sempre.

Poi Bologna, il suggello nero, Bologna lo stigma, a chiudere un decennio, a dire: vedete, non si può fare, se il paese continua a pretendere giustizia sociale e riforme questo è l’unico esito possibile. Bologna è quello che vede l’angelo della storia, macerie alle sue spalle, mentre indica un futuro di terrore, a meno che…

Marciano i 40.000 a Torino mentre una generazione alle soglie dell’adolescenza sta a guardare, si affaccia alla politica in modo autonomo quando già sembra troppo tardi, antagonista il ministro della Pubblica Istruzione Franca Falcucci non più quello dell’Interno Francesco Cossiga. Piumini, una colonna sonora che oscilla fra il punk e il pop. Operai in cassa integrazione, un referendum sulla scala mobile che è fra i primi ricordi incomprensibili della Rai Tv. Sono gli anni Ottanta che son fatti di una materia diversa dagli anni che li hanno preceduti, ma noi ancora non sappiamo quale questa sia e stiamo a guardare e speriamo un po’ che ci assomiglieranno, o che almeno nel racconto, almeno nel ricordo, ci lasceranno giocare una parte, non per forza da protagonisti.

In questa intersezione temporale che separa i Settanta dagli Ottanta Alberto Prunetti, come me, cresce nella provincia di Grosseto, ma non ci incontriamo mai. Anche perché lui sta nella nobile Follonica, nobile per chi fa politica. Dai collettivi studenteschi di Grosseto, città senza fabbrica, solo terziario, agricoltura e commercio, si guardano i compagni di Follonica come i torinesi guardavano gli olivettiani di Ivrea negli anni Sessanta. Con ammirazione e rispetto.

«Ohhhh, fate silenzio, parla il figlio di un operaio dell’Italsider».

L’élite operaia abita lì, da lì ci dà la linea.

Ma non sono tempi di linea se non quella dei CCCP da un lato, di yocca dall’altro che ci costringe a diete ridicole ascoltando Annarella, sognando Londra, la Londra dei Pet Shop Boys e degli Style Council. La Londra dei Clash. Gli ultimi juke box sul corso per ascoltarli, i nastrini (o musicassette) a casa, il circolo ARCI per ballare la sera, sempre con i compagni, quelli della FGCI che sta già sgretolandosi nei movimenti, quello ambientalista innanzitutto perché le fabbriche inquinano (Acna, Chernobyl) e in Maremma si muore per l’arsenico dell’ENI, per l’amianto dell’Italsider, la fabbrica che l’élite operaia l’ha fatta campare per poi ammazzarla, giorno dopo giorno con l’eternit: una fibra, basta una fibra respirata e dopo 30 anni non c’è più niente da fare.

E non è più: «zitti parla il figlio di un operaio dell’Italsider», ma: «zitti, parla il figlio di un operaio dell’Italsider malato».

Un operaio, come Renato Prunetti.

Ma quando inizia questa storia Alberto ha solo l’orgoglio non la paura, come scrive nel suo primo bellissimo libro, Amianto: «Quando da piccolo la maestra mi chiedeva quale era il lavoro di mio padre, io imparai presto a dire “tubista”, anche se non capivo cosa volesse dire. Era qualcosa per cui tornava a casa solo un fine settimana ogni due con la tuta verde e i vestiti sporchi. Poi imparai un altro termine: “metalmeccanico”. Questo lo capivo meglio, perché sembrava simile a meccanico, ma un po’ più corazzato. Era un lavoro speciale, o così sembrava a me, perché si faceva lontano. Non mi sentivo affatto sminuito dall’essere un figlio di un operaio, perché a scuola, alle elementari e poi anche alle medie, eravamo tutti figli di operai».

Ecco a Follonica sono tutti figli di operai. O così sembra al bambino Alberto. 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018) è l’illusione che manca: la consapevolezza che non si è (non si era) tutti figli della stessa classe sociale. E qualcuno, a un certo punto, ce lo ha fatto notare.

Tutti figli di operai.  Perché finché il meccanismo dell’esclusione sociale si consuma a scuola è chiaro anche a un bambino, opera su criteri visibili e quindi contrastabili: «c’erano tre sezioni a scuola, in una andavano i figli dei professionisti, nell’altra quelli degli operai e nella terza i figli dei contadini e i bocciati della classe degli operai)» (Amianto). Ma tutto può essere superato grazie allo studio perché fin dentro la scuola dell’obbligo la spinta democratica degli anni Settanta porta il piccolo figlio di un tubista a diplomarsi al Liceo: «Intendiamoci: non ero certo toccato dalla magia o dalla genialità. La faccenda era semplice. È che dalle mie parti un collettivo di gesuiti, vicini ai cattolici del dissenso, negli anni Settanta aveva creato prima un doposcuola per i figli degli operai, poi un istituto medio sperimentale. Uno di quei gesuiti nel 1968 aveva addirittura occupato la basilica di San Pietro ed era stato sgomberato dai lanzichenecchi. Anche se negli anni Ottanta gran parte dei gesuiti se n’erano già andati, in città rimanevano gli educatori formati col metodo della pedagogia degli oppressi. E così nel pomeriggio ci mandavano nei quartieri a fare inchieste operaie e a stampare e ciclostilare i nostri giornalini. Ci avevano insegnato a fare fin da piccoli sociologia della classe dei lavoratori, a esigere curiosità e chiarezza dai nostri insegnanti. Loro dicevano che serviva a diventare protagonisti della storia, che alla domanda cosa vuoi fare da grande la risposta giusta non era l’ingegnere o l’architetto ma da grande voglio cambiare il mondo» (108 metri).

Solo che una volta diventato grande il mondo è diventato diverso, sembra fatto di gomma, non ci sta più a farsi cambiare. Soprattutto se a volerlo cambiare è il figlio di un operaio.

Scrive Alberto: «dal liceo esco in un giorno di luglio, maturo come una pera cotta. Dopo quella lunga estate le cose si fanno più distanti, più isolate, più grandi. Anche se mi sposto di soli settanta chilometri, perché l’università la faccio a Siena quando ormai siamo già dentro gli anni Novanta. Cambia tutto, anche attorno a me. Gli operai come il mi’ babbo son stati sconfitti dieci anni prima. Gli spazzini diventano operatori ecologici, gli infermieri operatori sanitari. Scompare il padrone e spuntano gli imprenditori. Intanto l’università ribolle ma non contagia la società. La Pantera è già passata. (..) E io mi infilo dentro i miei libri e sogno di fuggire da questa Terra dove gli umani usano il decanter e la carta igienica triplo velo».

Sono i nodi che vengono al pettine, se non c’è integrazione (cit. Bianciardi) almeno che via sia la fuga (cit. Salvatores).

Così Alberto va a Londra. Così inizia 108 metri. È lui, Alberto, il nuovo eroe della classe lavoratrice che pensa di essere tanto ganzo e distante dalla sua classe d’origine, mentre invece che è un fottuto figlio di operai si vede, anzi si sente, da un miglio (and you think you’re so clever and classless and free / But you’re still fucking peasants as far as I can see). E poi altro che cervelli in fuga, dall’Italia scappano braccia e gambe, verso l’Inghilterra dove la promessa di un  welfare per tutti rende pensabile anche pulire i cessi.

Ma nel frattempo l’acciaio, che insegue Prunetti da quando è nato (l’acciaio di Piombino, l’acciaio della fonderia diventata biblioteca, l’acciaio delle rotaie del treno che lo portano via) è diventato l’acciaio di Margaret Thatcher, the Iron lady, che è ferro, ma insomma cambia poco.

Le cose sognate e ora viste. È vero, Alberto Londra la sogna fin dalle scuole superiori, la paura di rimanere «prigioniero di quel pezzo di Maremma che sta tra due fabbriche e un lembo di mare. I figlioli della classe media a fine estate partivano per girarsi l’Europa, andavano a Capo Nord, tornavano raccontando meraviglie di Londra e Amsterdam, di erba e dischi e ragazze bionde e inarrivabili. Io al massimo arrivavo “Da Nedo”, la birreria in fondo alla strada, con un’amica metallara figlia di un ferroviere e l’inglese lo biascicavo come ai tempi della prima media. Non ero mai andato oltre le colonne d’Ercole della zona industriale di Livorno, con l’eccezione di qualche trasferta infantile al seguito di Renato, rigorosamente ammirando le amene periferie industriali e gli incliti poli chimici dello Stivale. E pensare che a 12 anni i miei mi avevano fatto, incomprensibilmente, l’abbonamento al Touring Club. M’arrivò una rivista con la foto del Lago di Garda e c’era anche una tessera gialla per avere uno sconto nei campeggi».

Alberto parte, lascia la Maremma, e come canta Francesco Guccini sbatte contro le cose sognate e ora viste. Per niente uguali al sogno. Quello che trova è il cuore di questo libro e non voglio raccontarlo, ma leggetelo perché ne vale la pena anche perché 108 metri non è solo molto bello ma anche molto divertente, fin dalla descrizione della partenza all’aeroporto di Pisa, accompagnato dal babbo e dalla mamma. «Banco del check in. Tipi eleganti e formali in giacca e cravatta e gli occhi dei miei vecchi piantati sulle spalle. L’orrendo borsone in plastica blu della Tupperware, privo di rotelle, sale a fatica sulla bilancia. Strano. Renato, il mi’ babbo, aveva insistito per portarlo lui e non mi sembrava che fosse così pesante: l’ultima volta che l’avevo sollevato, i manici non mi segavano le mani. Tutto il personale della compagnia aerea mi guardava strabiliato: ero tre volte sopra il limite e non sapevo cosa fare. Mi spiegarono che dovevo togliere qualcosa… anzi, quasi tutto. Aprii il borsone e a quel punto si mise Renato di mezzo: era stato lui a infilare in borsa a tradimento un pappagallo da idraulico e un serratubi da tre chili. E non solo. C’era una raspa da maniscalco che per lui valeva un tesoro e la mi’ mamma aveva messo anche un ferro da stiro per le camicie».

Ma nella borsa Alberto porta con sé, più pesante del pappagallo idraulico, della chiave inglese, del ferro da stiro, il suo passato, la voglia di cambiare il mondo, l’incontro da ragazzino con Ernesto Balducci che mangia e si sbrodola il vestito e Alberto si domanda ma come può un prete che si dice comunista essere così avido di cibo. «Poi un giorno leggo la sua biografia e scopro che per anni lui, che era figlio di minatori, ai tempi della guerra aveva fatto un solo pasto al giorno. La mamma lo mandava nei boschi a rubare le castagne, poi gliele bolliva e gliele metteva in tasca. E con quelle castagne bollite doveva reggerci lo stomaco tutti i giorni fino a sera, quando poi il babbo tornava dalla miniera: al buio lui vedeva la luce delle lampade all’acetilene dei minatori e a quel punto avvisava la mamma e lei buttava la pasta a cuocere nel brodo per la cena. E allora sì, chiaro come il sole, quel bimbo, da adulto, aveva fame, aveva fame da morire, aveva fame di vivere, di studiare, di leggere, di trasformare il mondo». Vivere, studiare, leggere, trasformare il mondo. Per farlo allora tocca tornare a casa. Anche se pure lì, ora, sembra tutto inutile perché non c’è più lavoro,  non c’è più decoro. Come se Dio o chi per lui, stesse cercando di dividerci. Di farci del male. Di farci annegare.

Non c’è più lavoro. Non c’è più decoro. Annega Piombino con le sue acciaierie, annega un mondo del lavoro pensato come fucina di diritti e non di sfruttamento, di solidarietà e non di competizione sfrenata. Annega nel mar Tirreno l’idea di una riconversione economica che rispetti gli uomini e l’ambiente. Che non faccia più morire. Che non chieda di buttare sangue in cambio di uno stipendio. Annega Renato, inghiottito dalla malattia. Ad Alberto il compito dunque di ripescare questa storia. Una storia vista da dentro e da fuori. Un’ego-histoire? Un’ autofiction? Spiega Alberto in una discussione che si è aperta sul genere dell’ibrido narrativo: «Anche il Renato di 108 metri, come avevo già spiegato in passato a proposito di Amianto, non si sovrappone completamente al Renato storico-biografico e a volte è diverso. «Ad esempio, qualcuno mi ha fatto notare che non era così collerico come io l’ho dipinto. E per capirci a me non interessava raccontare il vero Renato. Né interessava fare lo storytelling dei cazzi miei o della mia famiglia (per questo ci sono poco nei libri mia mamma e mia sorella, con cui mi vedo spesso e con cui ho una relazione personale che tengo al riparo dalla curiosità dei lettori). Renato, con cui purtroppo non posso avere alcuna relazione, è ormai un correlativo oggettivo, l’eroe working class che serve a raccontare il declino della civiltà industriale e del proletariato di fabbrica. Pertanto ho usato il calco di mio padre per costruire una figura che non è fittizia, è vera, ma la sua verità non sta nella riproduzione del Renato storico ma nella condensazione (composite) di diversi “babbi operai” che ho conosciuto, genitori dei miei coetanei, in un unico personaggio. Un character».

Così allora forse non è il bellissimo La strada di Wigan Pier di George Orwell, molto citato in tante recensioni a 108 metri, l’antecedente di Prunetti, perché Orwell fa inchiesta come sempre hanno fatto inchiesta i borghesi che vogliono cambiare il mondo. Prunetti non è un borghese, non guarda, non è spettatore e il mondo che vuole cambiare è il suo, strada facendo, e la sua storia la racconta da sé. Per sé e per chi ha costruito quei binari perfetti, lunghi 108 metri, forgiati a Piombino che l’hanno aiutato ad andarsene da Follonica ma anche a tornare e iniziare a scrivere.

«Ma io vi dico anche: ricordatevi che mentre andate via, tu-tum, tu-tum, tu-tum, ogni 108 metri della vostra fuga siete sopra un binario costruito dagli operai delle acciaierie di Piombino, i migliori fonditori di rotaie al mondo, e se ora voi scappate su questi treni superveloci del cavolo è perché i vostri babbi hanno buttato il minerale e il coke nell’altoforno con la giusta dose di ossigeno e gas tecnici e hanno sagomato l’acciaio e l’hanno molato a regola d’arte, e speriamo che questi binari che oggi vi portano via un giorno vi riportino a casa e che ci troviate ancora vivi per riabbracciarvi».

(post scriptum a mo’ di una canzone degli Style Council)

Homebreakers (o di quelli che se ne vanno per cercare un lavoro nell’era della Thatcher)

Good morning day, how do you do
I wonder – what will you do for me?
I should be on my way, I should be earning pay,
I should be all the things that I’m not –
And I’ve tried on my own, now there’s nothing to keep me at home,
Like my Brother has too – gotta leave to get out of this view,
You see they tell you to move around –
If you can’t find work in your own town.

As I rise from my bed I can hear the old man
Blaming Heaven and Mother for this
30 Years with one firm, 13 months redundant,
Yes I’d say that’s unlucky for some –

Now our tears fall like rain, as my Mother walks me to my train,
With a kiss and a wave – “Come home weekends” – that’s if I can save.
I swear I’ll take it out on the man –
Whoever devised this economy plan.

All the love in the world – can’t put –
Dinner on the table –
All the hate that I feel no love could put right

Good morning day, how do you do
I wonder – what will you do for me?
I should be on my way, I should be earning pay,
I should be all the things that I’m not –

And I’ve tried on my own, now there’s nothing to keep me at home,
All the love and the strength has been taken by this Government,
You see they, tell you to move around –
If you can’t find work in your own town.

Father’s in the kitchen, counting out coins,
Mother’s in the bedroom, looking through pictures of her boys,
Oneis in London, looking for a job,
The other’s in Whitehall – Looking for those responsible!

Vanessa Roghi è una storica del tempo presente. Fa ricerca sugli intellettuali e la loro storia: ha scritto di donne e preti, di Manzoni e Le Monnier, di diritto degli autori e della fatica di guadagnarsi da vivere con la scrittura. Le piace pensare che l’immaginario storico possa avere un posto nel dibattito storiografico, fa di tutto per portarcelo. Insegna alla Sapienza Visualità e storia. Fa documentari di storia per Rai tre. fa parte di SIM Storie in movimento, SIS Società italiana delle storiche, Iamhist International Association for media and History. Ha un progetto bellissimo con i suoi studenti della Sapienza su Immaginimmaginario @ on Youtube. Fa anche politica: è consigliere con delega alla cultura, centro storico e città dei bambini e delle bambine nel Comune di Anguillara Sabazia. Ha due bambine che si chiamano Alice e Anita. Pensava che dopo Nick Drake e Fabrizio De Andrè la musica avesse poco da dire poi meno male sono arrivati i Radiohead.
Commenti
7 Commenti a “Le cose sognate e ora viste. Alberto Prunetti, l’Inghilterra e il lavoro in 108 metri”
  1. bidé scrive:

    Di mondiali in Messico ne sono stati giocati due, in nessuno dei due Pertini ha esultato.

  2. Vanessa scrive:

    Si lo so :) correggo

  3. maurizio scrive:

    L’apoteosi del citazionismo. Questo voler racchiudere in un pensiero, un nome, un disco ,un cantante…in una citazione quello che nulla è stato è il minimo comun denominatore di questa pletoras insopportabile di analizzatori del tempo perduto. Nulla nel senso che tutto l’orrore e il meraviglioso di quegli anni non è “passato” non è stato presente ne fu sentore di futuro. Molti di noi li hanno attraversati e adesso sono qui a cercare di cantare con una melodia stonata quello che non fu canzone e che aveva e che ha ancora lo stesso sapore del reflusso gastrico. Bisognerebbe tornare a valutare il tempo non in decenni ma secondo l’idealità che lo ha caratterizzato e quegli anni, a voler proprio citare fu solo” pubertà infelice spesso urlata a mezza voce”

  4. Vanessa scrive:

    :) ognuno può farlo liberamente e come vuole, citazionismo è una malattia grave?

  5. Vanessa scrive:

    Comunque adoro essere ridotta a uno stereotipo culturale (cit)

  6. Martino scrive:

    L’ho letto.
    Mi è piaciuto.

    Poi mi chiedo: a cosa mi serve?

    Non vivo più negli anni 80 (neppure negli anni 60 e 70, ma la moda di parlare di quelli sta passando, ora è la stazione degli anni 80).
    I miei problemi sono ora, il mondo andrebbe cambiato ora.

    Incomincio a essere stanco di chi mi parla solo del passato, è un modo per stare in una campana di vetro.
    Sembra di vivere nell’album di foto di famiglia, ogni ora, ogni minuto solo a ricordare.
    Quando avrò 90anni sarà tempo di guardare indietro, ora sarebbe tempo di agire.
    Invece mi trovo invischiato in questi testi che una volta riletti ti lasciano più stanchezza di prima perchè la vita è adesso (pijate Baglioni) ma se è passata a parlare solo del passato non è mai, non accade e in fondo non esiste.

  7. Vanessa scrive:

    Io di mestiere faccio la storica quindi un po’ ce l’ho come ragione sociale di parlare del passato. Se uno legge testi di storici che parlano di libri ambientati nel passato sto rischio lo corre. Sennò c’è tanto altro. Mi sembra. Io conosco gente che pensa sempre e solo al presente per esempio.

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