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Il crepuscolarismo punk di Francesco Targhetta

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Questo articolo è uscito in forma abbreviata su “Alias / il manifesto”. (Fonte immagine)

Potrà sembrare paradossale, ma uno dei più significativi narratori italiani di questi anni non scrive in prosa, bensì in versi. Sto parlando di Francesco Targhetta, il quale, ancor prima di affermarsi con il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012), aveva già dimostrato la sue doti narrative nella raccolta poetica di esordio, Fiaschi (2009), in cui tratteggia una serie di situazioni, vicende e personaggi che rivelano il lato oscuro e inquietante della ricca provincia veneta (il titolo giocava proprio sull’ambivalenza del termine “fiasco”, che può significare bottiglia di vino, ma anche fallimento). Del resto, il poeta trevigiano è l’esponente di punta di una nuova leva di autori veneti che hanno messo fortemente in discussione le magnifiche sorti economiche del Nordest (si pensi al recente e importante esordio narrativo di Francesco Maino, Cartongesso).

Con la sua ultima plaquette poetica, Le cose sono due (Valigie Rosse, fotografie di Riccardo Bargellini, pp. 52, euro 12), che si è aggiudicata la più recente edizione del “Premio Ciampi”, Targhetta torna alle atmosfere e alle forme dei suoi esordi, concentrando la narratività in singole istantanee, tanto icastiche quanto dense di storie. Rispetto a Fiaschi e a Perciò veniamo bene nelle fotografie, prevalentemente incentrati sul microcosmo giovanile, Targhetta, in questa plaquette, presta maggiore attenzione all’età adulta e, specie nella seconda sezione, a certi anziani, veri derelitti della provincia contemporanea.

È il caso dei «vecchi con moldave» dell’omonima lirica: «Negli inverni delle scritte fasciste / sugli svincoli, sui rami, e sui muri, / vanno come divi i vecchi con moldave / virando con vanto davanti ai tabacchi, / agli occhi dei vuoti acconciatori / maschili: spalline ottanta, capelli / tinti, gli zigomi duri come i baristi, / a bere caffè asciugando le bave / li regge con gelo la loro badante, / e fuori, poi, i palazzi di muffa». Targhetta avverte la condizione senile, in qualche modo, come congeniale, giacché la sua scrittura trae ispirazione da tutto ciò che sta per disfarsi, non importa se cose o, come in questo caso, esseri umani. In questo senso, il poeta mette efficacemente a frutto la lezione dell’amato Govoni e di certo crepuscolarismo (si legga anche la squisita prosa Le quattro vedove), sia pure innestata nel quadro di un immaginario pop, anzi punk, assolutamente contemporaneo.

Nel connubio, apparentemente ossimorico, tra tonalità punk e raffinatezza formale risiede il fascino singolare di questi versi, che «dietro la loro cordiale leggibilità e quasi giocosa sprezzatura», come osserva Paolo Maccari nell’attenta postfazione, «rivelano una sapiente strutturazione retorica». Come esempio, Maccari cit questo folgorante frammento, costruito su sapienti variazioni metriche e suggestive allitterazioni, volte a suscitare un’atmosferma di macabra giocosità infantile: «finché è sera dentro le stanze / e niente, attorno, si è mosso, / come (ricordi?) belle statuine, / marce, però: / hanno i volti smangiati, / gli occhi venati di rosso».

Tema dominante del libretto è l’isolamento esistenziale: in primo luogo, quello dell’autore stesso, delle sue varie controfigure e, naturalmente, degli anziani (con o senza badanti moldave al seguito), ma anche, ad esempio, una certa professoressa che si trattiene in sala insagnanti oltre il normale orario lavorativo, riordinando i compiti dei suoi allievi e sistemando il registro, per poi trovare «le strade più sgombre, / più duro, a casa, il pane in cassetta».

Qualsiasi forma di solidarietà, o anche soltanto di comunicazione, tra queste monadi umane sembra impossibile; così come è inautentico il gesto di carità di cui parla una delle poesie più esemplari, nella quale l’io lirico fa l’elemosina a un clochard: «l’obolo, non vedi, l’hai dato / a te stesso, se speri adesso / che l’abbia speso per una grappa / o un bicchiere di vino, / caldo, magari, brulé, / se da un po’ hai l’impressione / di poter / aiutare soltanto a dimenticare, / come un auspicio affinché riesca / finalmente anche a te». Auspicio destinato a rimanere tale, dal momento che il tono ironico che di queste liriche ne attenua, forse, ma non permette certo di dimenticare, l’amarezza dei contenuti. Le cose sono due, per l’appunto: «o arrivi a cogliere il senso del tutto / o confondi corrompi ti ingarbugli». I raffinati versi punk di Francesco Targhetta snocciolano la confusione, mentre il senso ultimo delle cose rimane inafferrabile.

Raoul Bruni è nato Firenze e vive a Varsavia, dove insegna lingua e letteratura italiana all’Università Cardinale S.Wyszyński. Ha pubblicato, tra l’altro, i volumi Il divino entusiasmo dei poeti. Storia di un topos (Aragno 2010) e Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo (Le Lettere 2014). Ultimamente ha curato La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani di Adriano Tilgher e Su Leopardi di Giuseppe Rensi (entrambi pubblicati da Aragno nel 2018).
Collabora inoltre con “Alias”, “L’Indice” e altri periodici cartacei e on-line.
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