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Le false sciamane: intrighi e femminismo nel romanzo di Enchi Fumiko

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(fonte immagine)

di Giorgia Sallusti

«Quando un uomo è ossessionato da una donna, c’è sempre un momento in cui l’opinione del mondo e il proprio onore non sono più un problema»; Enchi Fumiko scrive queste righe in Namamiko. L’inganno delle sciamane (ora in Italia grazie a Safarà con la traduzione di Paola Scrolavezza), e racconta la vicenda tragica dell’amore tra l’Imperatore Ichijō (986 – 1011) e Teishi, la Prima Consorte, che sfiderà il potere politico della corte giapponese del X secolo.

Namamiko è anche la storia di una ikiryō, ovverosia una possessione, uno spirito che lascia il corpo di un vivente e va a perseguitare altre persone fino a consumarle e, a volte, ucciderle. Il tutto messo in scena nella capitale imperiale di un Giappone al suo massimo splendore, tra sete fruscianti, stanze in penombra piene di segreti bisbigliati e palazzi adorni di arte e poesia.

Il romanzo è fondato su storia nota: il Gran Cancelliere Fujiwara no Michinaga,  signore del Midō, come un ragno sapiente, trama per dare in moglie all’imperatore la propria figlia Shōshi, così che ne diventi la favorita a danno di Teishi, tanto amata dal sovrano, e in modo da mantenere nelle sue mani l’egemonia sulla corte. Enchi arricchisce la vicenda inserendo presunte possessioni spiritiche attraverso la voce e il corpo delle due sorelle sciamane, o miko, Ayame e Kureha, fino alla conclusione: la morte di Teishi, giovanissima, per parto. Michinaga ottiene ciò che vuole, del tutto dimentico dei desideri della figlia Shōshi e di Miwa no Kureha, paradigmi della figura femminile passiva e schiacciata dai doveri politici, oppressa da una società che la priva della possibilità di espressione.

Enchi riesce, con uno stile raffinatissimo e dei punti di cucitura di alta sartoria, a inserire il racconto nella cornice storica, falsa ma verosimile, del ritrovamento di un documento chiamato appunto Namamiko Monogatari datato attorno al X secolo, uno pseudobiblion persino più complesso e riuscito del Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki. La plausibilità della presunta opera è credibile poiché trae spunto e si attesta nella tradizione letteraria e popolare giapponese, in cui le possessioni ricorrono con frequenza; lo spirito più famoso è quello della dama Rokujō Miyasudokoro nel Genji Monogatari (Storia di Genji, romanzo di Murasaki Shikibu del X secolo, in Italia per Einaudi con la traduzione di Maria Teresa Orsi); Rokujō, innamorata del principe Genji ma incapace di mostrare i propri sentimenti senza ledere il decoro della corte, viene corrosa dalla gelosia fino a trasformarsi in un demone vendicativo e uccidere due dame amanti del principe.

La storia di Genji e lo pseudobiblion che Enchi finge di ritrovare e racconta in Namamiko sono i figli letterari pasciuti alla stessa corte Heian che ha fatto nascere gli artisti più raffinati della classicità giapponese. L’impatto di Rokujō sulla cultura popolare è molto ampio e comprende anime, manga, film, opere teatrali: ecco perché la potenza dei personaggi e degli intrighi di Enchi colpisce il lettore sia con suggestioni antiche, sia con la modernità dei sentimenti espressi. Non a caso l’autrice è tra gli studiosi che vedono nella letteratura degli ikiryō la necessità, forse inconscia, di dare voce al disagio e all’oppressione delle donne in una società marcatamente patrilineare e poliginica.

Namamiko nasce come corollario all’opera Eiga Monogatari (Storie di gloria), dell’XI secolo, di autori vari, basata sulla vita privata e politica di Fujiwara no Michinaga, quasi un’apologia del Cancelliere. Nell’Eiga la scrittrice trova la figura storica di Teishi, vittima della politica e delle macchinazioni di un sistema gerarchico patriarcale, e ne riscrive un ritratto vivido e reale, inserendolo nella narrativa storica; e se la storia ci consegna Michinaga come un politico dalla carriera sfolgorante, Enchi in Namamiko lo presenta invece avvolto da una coltre di cinismo, puntando su di lui con un abile trucco scenografico le luci giuste per farlo risaltare come manipolatorio, e in tal modo esaltando le protagoniste femminili.

Confeziona mirabilmente il testo con la propria voce, o la mano dell’io scrittore, con commenti e supposizioni, ricordi e studi, in un modo così convincente e naturale che, si dice, alcuni storici abbiano davvero tentato di ritrovare il manoscritto che Enchi Fumiko dice di aver letto prima di dar vita al suo romanzo, con un lavoro di collage tra memoria e documento, narrativa e testi classici. Il testo che questi volenterosi studiosi non hanno trovato non è, quindi, mai esistito: la «fonte» è tanto fittizia quanto il risultato; siamo di fronte a un romanzo.

Lo scopo è confermare la rilevanza e la portata politica e artistica di tematiche letterarie, femminili e femministe, reinterpretando i moventi in chiave più moderna, che riesce a viaggiare molto più lontano dei testi originari, forse allontanando il lettore dalla classicità ma rendendo i temi compatibili con l’occhio contemporaneo, a più livelli interpretativi, con una scrittura calibrata perfettamente ai diversi registri linguistici. Le azioni della Prima Consorte Teishi di Enchi, mai anacronistiche, risultano essere sempre leggibili, comprensibili in una profonda verticalità del personaggio, che non viene offuscata neppure dai vari livelli di linguaggio del testo: i picchi stilistici dell’autrice quando cita Sei Shōnagon, poetessa dell’epoca Heian, sono fluidamente agganciati alle parti più squisitamente discorsive della vicenda imperiale: «E se una dama di corte eccentrica come Sei Shōnagon aveva potuto sviluppare liberamente il proprio scintillante talento, e stupire i membri della corte imperiale, in realtà era accaduto perché alla base c’era l’atmosfera sfolgorante e libera che aveva al centro Teishi».

La letteratura femminile ha avuto in Giappone due età felici a distanza di quasi mille anni l’una dall’altra. La prima risale al periodo Heian (794 – 1185), e vede fiorire una narrativa in lingua giapponese contrapposta alla prosa cólta in cinese riservata agli uomini. I romanzi di quest’epoca sono opera di dame di corte o aristocratiche di grande sensibilità estetica (il cosiddetto mono no aware) con la quale tratteggiano un mondo che svanirà di lì a poco:conclusa infatti questa fase della storia giapponese, i clan militari prendono il sopravvento, e la corte imperiale perde il primato di culla artistica e letteraria del paese; le donne, apparentemente, vedono svanire la loro posizione nell’élite culturale. Nel XVII secolo viene loro impedito persino di dedicarsi alla recitazione, considerata troppo erotica; e sulla donna si incolla il principio del ryōsai kenbo, «buona moglie, madre saggia» fino al Novecento.

A cavallo tra le due guerre mondiali, artiste e letterate si riappropriano della scrittura con forza, dopo secoli di sparizione forzata: è allora il momento, tra le altre, di Hayashi Fumiko, Okamoto Kanoko e Enchi Fumiko, quest’ultima vincitrice del Joryū bungakushō, «Premio per la letteratura in stile femminile», nel 1966, per Namamiko, pubblicato a puntate tra il 1959 a fil 1961 sulla rivista Koe («voci»), ma completato nel 1965.Il premio in questione viene assegnato dal 1962 al 2000, ma è spesso contestato poiché lo «stile femminile» sottende a una supposta inferiorità della letteratura scritta da donne rispetto a quella che non ha bisogno di etichette – quella maschile.

Enchi Fumiko (1905 – 1986) è stata non solo una scrittrice ma anche una delle maggiori studiose di letteratura giapponese. Come suo padre, Ueda Kazutoshi, era una classicista:la sua traduzione delGenji Monogatari in giapponese moderno è stata fondamentaleper una nuova rilettura dell’opera classica. Inoltre, il suo proto-femminismo è uno degli aspetti che la rendono autrice tra le più importanti del Novecento, la prima donna, inoltre, ad apparire come figura di primaria importanza sulla scena letteraria. La forza muliebre non deve più sottostare a imperativi di moderazione o temperanza: è giunto il momento che prenda coscienza di sé nell’autodeterminazione come individuo indipendente.

Enchi inizia la sua attività letteraria negli anni Venti, e nel 1928 riceve appassionati consensi grazie all’opera teatrale Banshun sōya (Una notte tumultuosa in tarda primavera), peraltro la prima di una donna a essere rappresentata al Piccolo Teatro di Tsukiji. Continua a scrivere, sia romanzi sia per il teatro, e nel 1957 arriva la consacrazione con il premio Noma per Onnazaka (in Italia per Safarà, 2017, traduzione di Lydia Origlia). Il tema dei soprusi maschili sulle donne è sempre presente, e continua anche in Onnamen (Maschere di donna, traduzione di Graziana Canova Tura,Marsilio 1999): «Anche il sadico malanimo di Buddha o di Cristo verso la donna non è stato altro che un tentativo di sottomettere un avversario col quale non potevano competere».

Negli anni Settanta Enchi Fumiko perderà in breve tempo il marito, e alcune amiche di lunghissima data tra cui la scrittrice Hirabayashi Taiko (1905 – 1972), fonte di conforto e confronto in una lunga vita di scrittura. Questi dolori si assommeranno a una salute sempre più malferma, e le sua scrittura diventerà amara e graffiata, attenta alla malattia e alla decadenza fisica dovuta alla vecchiaia, riflettendo il principio giapponese del mujōkan, la consapevolezza della transitorietà umana, presente già in Namamiko: «a ben pensarci, le fortune e le sfortune degli esseri umani dopotutto non sono altro che illusioni, che passano veloci e durano lo spazio di un istante».

Le donne di Enchi sono il paradigma di ciò che la condizione femminile è stata in Giappone (ma potremmo estendere l’esempio molto oltre i confini nipponici), e sembrano all’apparenza voler rappresentare una forza passiva ideale: da qui il sopracitato ryōsai kenbo. Ma in loro scorre un fiume sotterraneo di passioni e protesta, che a volte si manifesta come magma incandescente: l’uso politico del corpo delle donne, ben visibile nelle manipolazioni delle miko, può essere ribaltato e diventare un punto di forza, come accade a Mieko, una delle protagoniste di Maschere di donna. Nelle figure delle sciamane di Namamiko si può osservare questo potere fluire sotto la superficie del mondo sensibile: lo shintoismo, religione autoctona del Giappone, emerge come un regno che permette una forma di controllo femminile, anche se soltanto nel modo soprannaturale, attraverso dunque la mediazione delle sacerdotesse.

Di Namamiko il critico letterario Etō Jun disse, nel 1988, che era una denuncia del «principio maschile» sempre trionfante nella politica e nella società, e al contempo un’esaltazione del «principio femminile» fatto di emozioni raffinate capace di ottenere soltanto effimere vittorie morali nella vita terrena: Teishi conclude la sua storia confermando la propria purezza, ma deve morire per farlo. Lo spazio della corte in cui il romanzo si muove sembra riflettere questa suggestione: i palazzi suddivisi da porte scorrevoli, le stanze buie, cortine e paraventi in difesa di una zona fragile privata che nasconde le donne agli sguardi del mondo esterno e della Storia. La donna che ispira così tanta ossessione, d’amore per Ichijō e di invidia e sete di potere per Michinaga, ribalta quindi l’equilibrio di potere nei giochi consumati a palazzo: «Lei, fra tutte le donne della sua epoca, si è distinta per essere stata l’unica in grado di contrastare il signore del Midō».

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