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Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila – II parte

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Ed ecco un aggiornamento al pezzo Le feste di compleanno dei nostri figli nel secondo decennio degli anni duemila, uscito qualche tempo fa su questo bog. Diverse persone sono intervenute sul tema, e questi contributi hanno dato all’autore dell’articolo lo spunto per scrivere una seconda parte. Se nella prima aveva raccontato il processo estremamente standardizzato che governa ormai molte feste di compleanno, qui si esplorano due ulteriori aspetti dell’industria che gestisce questo momento di socializzazione dei nostri figli.

di Maurizio Cotrona

Genitori e macchinette.

I genitori si dichiarano prevalentemente depressi all’idea di dover partecipare alla festa di compleanno di un compagno di classe del proprio figlio ma, a parer mio, esagerano.

Specialmente se avete più di un figlio – e dando per scontato che i vostri pargoletti non appartengano alla specie mollusco (che non si staccherebbe dalle vostre gambe neanche comparisse Spiderman in persona) e neppure alla specie furia scatenata (capace di nuocere all’incolumità degli altri invitati se non strettamente piantonati) – le feste potranno rappresentare uno stacco dalla fatica quotidiana. Le mamme troveranno facilmente molteplici argomenti di conversazione a cui appassionarsi e i papà potranno isolarsi per un po’, con la sola accortezza di dover gettare sporadiche occhiate al bambino di cui gli tocca la responsabilità.

L’unica vera insidia sta nelle onnipresenti macchinette a gettone. Se mostrate la minima incertezza su questo fronte, sarete costretti a trascorrere il tempo a dire “no”, “non adesso”, “una volta soltanto”, “basta!” al vostro bambino piagnucolante.

Si va dai semplici distributori di sfere contenenti piccoli gadget a macchine più complesse, e sempre più diffuse, che riproducono – a beneficio dei minori – il meccanismo “ritenta, sarai più fortunato” tipico delle slot machine.

Vengono chiamate “ticket redemption”. Si tratta di attrezzi che richiedono l’inserimento di un gettone del valore mediamente di un euro e il compimento di un’attività poco complessa, come tirare una leva o premere un pulsante; a seconda della buona o della cattiva sorte, il bambino vince un certo numero di tagliandini che vengono sputati dalle macchine al posto dei gettoni. Per evitare che i ragazzi siano delusi, ogni partita assicura dei ticket. Accumulato un certo numero di questi tagliandini, il bambino potrà scegliere in premio un giocattolo,che sarà costato almeno il triplo del suo valore reale. La volta che ho consentito al mio figlio maggiore di sperimentarle, in mezz’ora ha vinto ticket sufficienti a ritirare un fischietto di plastica; ho dovuto trascinarlo via con la forza e ho passato la settimana successiva ad ascoltarlo supplicarmi di riportarlo in quel posto. Queste “ticket redemption”,  lo dico senza incertezze, andrebbero vietate per legge ai minori e, in effetti, lo sono in alcune Regioni, come l’Emilia Romagna e la Valle D’Aosta (non a Roma e Taranto, ahimè).

La mia festa è differente.

L’altra faccia dell’omologazione è la differenziazione obbligatoria, specie per i bambini dai 6 anni in su e per gli ambienti dalle tasche più profonde. Ecco allora fioccare inviti a feste in piscina, al maneggio, alla fattoria didattica, al luna park, al cinema 4D, al bioparco, a letture di libri illustrati, in uno chalet al mare, all’hamburgheria veg, al museo d’arte contemporanea.Un’altra soluzione, in voga a Roma, è quella di invadere spazi di parchi pubblici, rendendoli di fatto inaccessibili ai non invitati. Tutto pur di evitare l’horror vacui, il terrore che ci fa l’idea di trascorrere due ore con trenta bambini sfrenati o annoiati e,  peggio ancora, dover essere noi a doverci inventare il modo di farli giocare assieme.

Allora non resta che dar ragione a Valeria che mi chiede “bisogna proprio festeggiare per forza?”.

No. Non mancano le esperienza positive di genitori che continuano a festeggiare in casa e si divertono a organizzare una caccia al tesoro. “L’unico malus è il dover ripulire tutto alla fine, ma stiamo parlando di due giorni all’anno, non mi sembra un dramma. Per il resto: maggiore libertà per i bambini, maggiori possibilità per gli adulti di farsi quattro chiacchiere in un ambiente più normale e – probabilmente – minori costi”,  mi scrive Federico.

Certo, ci sono considerazioni pratiche di cui tener conto e, se le dimensioni della nostra casa non consentono soluzioni domestiche, viene voglia di dar ragione a Valeria.

Ma non è che, infondo, ci stiamo spaventando per nulla?

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