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Le fiabe custodiscono in te la fiamma. Un’intervista a Francesca Matteoni sul suo bellissimo libro “Tutti gli altri”

di Giuseppe Zucco 

Tutti gli altri (Tunuè, 2014) è un romanzo di formazione. Dentro questo libro c’è una bambina – e questa bambina cresce in un paesino dell’Appennino toscano, diventa adolescente, diventa adulta, va in Finlandia, va a Londra, e ogni volta che incontra qualcuno la realtà e il tempo si espandono e si contraggono insieme. In particolare, la voce narrante sembra provenire dal futuro e avere il dono della sapienza, poiché riesce a dare la giusta importanza ai fatti rievocati e a inquadrarli in un disegno compiuto. Tu sei una poetessa, come mai sei passata dalla poesia alla narrativa? Quando hai avuto la prima idea di questo libro? Quanto tempo ci hai messo per scriverlo? Com’è andata?

In realtà non avverto un vero e proprio passaggio. La poesia, quel modo lì di vedere, resta la mia terra che a volte viene fuori nei versi, altre nella prosa. Ho sempre scritto sia poesia che prosa, la difficoltà semmai era entrare in un vero e proprio discorso narrativo. È andata così: vari anni fa, forse nel 2002 o addirittura nel 2001, scrissi dei piccoli racconti su episodi della mia infanzia, ambientati sull’Appennino e in Maremma. Poi, quando mi sono trovata a vivere per molto tempo sola in Inghilterra, sono venuti fuori poesie e altri racconti, appunti, note saggistiche, ma mentre le prime trovavano facilmente una loro forma libro, per il resto è stato più difficile. C’era questo file cumulativo di scritti su cui occorreva lavorare molto e che nel tempo aumentava o si modificava a seconda dei consigli altrui, ma anche della mia prospettiva in mutazione. In tutto direi che, anche se è un libro brevissimo, viene fuori da dieci anni di lavoro. Questo appunto perché non esiste un progetto iniziale di opera narrativa, ma la necessità di dire alcune cose – scrivere è sempre riconquistare un mondo, che nel quotidiano inevitabilmente si perde. Io racconto fiabe un po’ a tutti da quando mi ricordo. Dai tre anni? Cinque? Dalle primissime parole tra cui “A un certo punto, Cappuccetto Rosso…”? Forse queste sono le fiabe che ho raccontato a me stessa e che poi sono, per fortuna, divenute altro perfino da me.

L’infanzia è un periodo decisivo per la protagonista. Lei stessa sembra quasi esserne consapevole. Nei primi anni di vita acquista un particolare sguardo sul mondo che non abbandonerà mai. Scrivi: «Vedo me stessa bambina protetta in una sfera di chiarezza al suo interno, e sento la sorpresa inquisitiva, la ricerca di una comprensione, le cose violentemente vive stupirsi della loro crudeltà, della bellezza.» E ancora: «Ho scritto la mia infanzia in sogno. […] Un gioco ordinario che si trasforma nella più ardita delle scoperte. Non ero mai certa che i miei compagni fossero solo bambini, proprio come me. Parlavo molto, moltissimo, ma giuravo nel silenzio di non dimenticare mai ciò che riuscivo a rubare oltre la soglia del visibile.» Ecco, cos’è per te l’infanzia? E chi sono questi bambini? Cosa scoprono? Cosa rubano oltre la soglia del visibile?

Alle tue prime frasi dico: sì. Non tutti i bambini sono uguali, non tutti fanno voli fantastici con la mente, non tutti sono buoni – alcuni sono cattivissimi -, non tutti sono inconsapevoli. Si dovrebbe smettere di pontificare su com’è il bambino e ascoltarne qualcuno. E anche i compagni di gioco per alcuni, come per la bambina nel libro, sono spesso altro rispetto ai coetanei: amici immaginari, animali, tutti coloro che parlano una lingua incomprensibile che va continuamente immaginata. L’infanzia per me è quel luogo straordinario in cui si è dentro le cose, quel posto perduto in cui il tempo non ha alcun senso. A volte capita anche allora di comprendere che è tutto molto prezioso e non durerà – e quindi cosa fai? Vai sotto un letto, inizi a custodire segreti. Mandi a memoria, come si faceva a scuola con certe poesie. Fai promesse di non tradimento. Impari che l’erba che guardi è anche altro, che quell’odore ti si imprimerà dentro come le vite di coloro che tocchi. Ma soprattutto è il primo, feroce senso di ingiustizia che non devi tradire. Per accettare la tua infanzia, per accettare le possibilità che nonostante tutto sono nell’umano, devi tenere intatta la percezione della ferita. E di tutto ciò che la fa guarire, che è oltre “il visibile”, la cicatrice.

Se c’è una cosa che la bambina impara subito è che il mondo è ostile e che gli altri, in genere, sono degli avversari. «Non mi fidavo dei paesani. Li avevo visti prendere gli animali domestici a calci, e poi ti guardavano sempre come se in te ci fosse una stortura che prima o poi si sarebbe manifestata. Montanini duri, senza fantasia: li giudicavo, nella mia infanzia, e più in generale non mi fidavo degli adulti e nemmeno poi tanto degli altri bambini: era sempre una questione di me contro loro, di loro contro tutto ciò che vedevo inerme e sacro.» Ma questo scontro non verte sull’imposizione di regole opprimenti. È più che altro dovuto a un atmosfera densa e grigia che gravita sulla bambina e che non le permette di respirare liberamente – cosa che un po’ ricorda il graduale senso di soffocamento che mette in ginocchio Esther Greenwood, la protagonista de La campana di vetro di Sylvia Plath (Oscar Mondadori, 2005). Allora a cosa è dovuto, principalmente? A un fatto caratteriale (la bambina ama la solitudine ed è popolata da un ricchissimo mondo interiore)? A una diversa percezione della realtà (la bambina filtra la realtà attraverso le favole e le leggende popolari)? A un innato senso della giustizia (la bambina parteggia per i più deboli e più in generale equipara gli esseri umani agli animali e alle piante, «il popolo dei muti»)? Cosa scatena questa presa di posizione, questa distanza?

Ho forse un po’ già risposto e tu mi fornisci molte alternative buone. Ecco io vorrei che ogni lettore rispondesse alla tua domanda come crede, perché le mie considerazioni non sono imponibili. Ma, stando nel personale, senza distanza, senza accogliere che il male esiste, non si riuscirà mai a perdonare coloro che magari da bambini abbiamo disprezzato. Perdonarli per come sono e perdonare noi stessi per come si è. Che non significa autoassolversi, tutt’altro. Questa è una bambina che s’infiamma e a volte condanna; l’autrice è un’adulta altamente infiammabile. Eppure, perché l’essere umano ci commuove anche quando fa a pezzi ciò che amiamo? È una domanda che non smetto di pormi e a cui penso di non poter dare risposte esaustive. C’è una poesia di Yeats, Dialogue of self and soul, che conclude un affannato dibattere tra anima e ego sulle inquietudini, sulle nostre imperfezioni, sulle vie di fuga nel divino, con il benedire tutto – benedire la vita che resiste nonostante noi e ci tiene al suo interno. La bambina sa delle cose che forse gli altri non sanno, ma proprio per questo non può permettersi mai di chiamarsi fuori dalla massa umana – ognuno è portatore di un valore e responsabile di questo. È così che diveniamo abitabili, facciamo il mondo abitabile.

Un terreno su cui si gioca questo scontro è il corpo della protagonista. «Mentre vivi che cosa sai, riconosci appena che il mondo intorno a te non è te, che gli altri non vedono come te, e finché non muori la tua diversità è il corpo in cui ti inceppi.» Ma il corpo, ovviamente, nasconde molto altro. È il solo strumento di cui siamo dotati per fare della vita un costante esperimento. È il filtro attraverso cui prendono forma i sentimenti e le passioni. È lo spazio in cui gli accadimenti «scendendo per i muscoli, nella residenza del tempo a venire» diventano memoria e ricordo. E la bambina, crescendo, non tarderà a fare del proprio corpo un’avventura. Eppure il rapporto che la protagonista intesse con il suo corpo la porta a riflettere più sulla morte che sulla vita. Scrivi: «Accorgersi che il proprio corpo è un linguaggio e che in esso noi leggiamo costantemente della fine.» O anche: «L’ossessione della morte è l’ossessione del corpo.» Come mai?

Perché il corpo è tutto ciò che abbiamo e lui, sì, ci tradisce. Porta i segni del deteriorarsi, cambia e non possiamo impedirlo, cede. È naturale. Ed è giusto – di quella giustizia che sta oltre le decisioni umane e le leggi con cui regolamentiamo il nostro vivere sociale. Ma se impari a sapere della fine, potrai guardare con più rispetto e compassione quanto di dignitoso e stupefacente essa delimita.

La morte, l’idea della morte, visita fin da bambina i pensieri della protagonista. Ma su questo territorio, lì dove tutto diventa occulto, pauroso e indicibile, gli animali del bosco le vengono in soccorso. «I morti non te li fanno vedere. Da bambino conosci solo le lapidi e le fotografie del cimitero, non sai cosa succede ai corpi […] Con gli animali è diverso. Se ne stanno ovunque, lasciano tracce di cui nessuno si cura; gli orbettini massacrati con un sasso, i passerotti uccisi dai gatti, le lucertole senza coda, lo sterminio degli insetti.» Come mai ricorrono più volte queste immagini lungo il romanzo? E in che modo soccorrono la protagonista?

Questa è difficile. Ha a che fare con tutto il “non capire” e le frottole, non le fiabe, che spesso raccontano gli adulti, perché hanno paura di avvicinarsi troppo alla morte parlandone con i bambini. E allora si dice: “è andato in cielo”; “è una stella”; “veglia da lontano”. Ti rispondo con un disegno, fatto da mia cugina Arianna quando aveva quattro anni. Era morta la nostra gatta. Io soffrivo molto perché l’amavo. Mia cugina chiedeva dov’era e io da brava adulta mentii: “In cielo, tra gli altri gatti-angelo”. Mia cugina mi ascoltava appena, intenta su un foglio con i colori. Le chiesi cosa stesse disegnando. Lei, icastica, mi mostrò l’opera e disse qualcosa come: “Questo è il cielo. Qui sotto c’è il prato verde, vedi? Poi quella marrone è la terra. E la gatta sta lì”. La guardai. Tirai un sospiro e mi venne da sorridere un po’ amaro: “Hai proprio ragione”.

Gli animali, tra l’altro, sono una presenza fissa. Ce ne sono tantissimi. Da quelli dei boschi a quelli delle terre più fredde. E gli animali, la vita animale, sono una delle poche certezze che restituiscono serenità alla protagonista. «Avevo dentro questo senso di riconciliazione, di lentezza, della vita così piccola, dimenticabile, senza peso, e pensavo agli animali, là fuori, alle renne, alle lontre segrete nei torrenti […] all’orso, che era insieme un’immagine di infanzia e di ferocia.» Rispetto, per esempio, a un romanzo come La ferocia di Nicola Lagioia (Einaudi, 2014), dove gli animali tornano spesso, ricordando soprattutto lo stato di natura e l’istinto di sopraffazione, qui c’è una visione diversa degli animali, una visione quasi francescana. Gli animali possono quasi essere chiamati fratelli e sorelle, alludendo continuamente a una vita altra – una vita quasi impossibile da condividere, estrema, feroce, refrattaria, invisibile, ma proprio per questo piena, pura, riconciliata con la terra, sempre accesa da «la fantasia della migrazione, dell’attraversamento». È così?

Sì. Gli animali sono proprio la forza primigenia della vita. Attenzione: non sono buoni o migliori di noi. Hanno un’altra lingua, sono l’altro assoluto e in questo ci sollevano dal peso della nostra esistenza. È una consolazione che un animale completamente indifferente al tuo destino, come può essere una bestia boschiva, venga fuori e dal suo corpo lasci uscire questo monito: “Tranquilla, tanto finisci anche tu. Ti fa orrore? Chiediti se hai amato abbastanza, piuttosto. Tutto questo che è bellissimo, precario, ciclico resta o si ripete ugualmente. E quindi? Hai ancora molto per cui lamentarti?”

Oltre agli animali, ci sono le piante. Ogni pianta ha il suo nome. Ed è commovente trovare in queste pagine tutti quei nomi – l’euforbia, per dire, questa vita minuta. Ma presto su alberi, fiori e arbusti si allunga l’ombra di Giacomo Leopardi e del modo tenebroso con cui interpretava la natura: « […] mi stupivo sempre molto di come il paesaggio potesse restare lo stesso, gelido e quieto, i rami vuoti del nocciolo selvatico confusamente sporti dalla rete del campo sul muricciolo del mio giardino, la linea bruna degli Appennini davanti a me, con un accenno di neve tra i gruppi di paesi. Nulla mi giudicava e nulla era turbato dalle mie vicende personali.» A tendere l’orecchio, qui si sente l’eco de La ginestra. Quanto ti senti vicina a questa visione del mondo e della natura?

Il Leopardi della ginestra? È uno di quei miracoli della letteratura che mi risuona dentro con costanza. L’indifferenza della natura, tuttavia è qui benevola. Se da una parte accolgo in pieno la solidarietà umana e il senso di fratellanza o sorellanza (che splendide, poco diffuse, parole), che deriva dall’essere soli in un universo naturale fondamentalmente disinteressato a noi, dall’altra però questo consegnarci alle cose come sono, scandirne i nomi, libera dal fardello che sono gli altri. In qualche modo ci pulisce e ci permette di volgersi di nuovo all’individuo accanto senza tutto l’astio, l’angoscia, il furore che la vicinanza umana scatena.

Ma tutti gli altri, come indica il titolo del libro, non sono solo gli abitanti di Torri, e gli animali, le piante, guardati nel loro insieme. Tutti gli altri sono soprattutto gli amici più cari e gli amori di una vita che la protagonista incontra e perde fisicamente nel corso del tempo. Tutti gli altri sono le persone che ti segnano per sempre, e che affondano il loro ricordo tra la carne e le ossa. Proprio per questo, situandosi su quella linea mediana della letteratura che parte dalle poesie di Emily Dickinson e passa attraverso i libri di Virginia Woolf, Sylvia Plath, Amelia Rosselli, questo è un libro sulla mancanza e sul dolore, sul fare i conti con il dolore, sull’imparare a convivere con il dolore, evitando di farsi travolgere. È come se il romanzo mappasse la distensione larga di questo rintocco funebre, arrivando a sfiorarne gli estremi confini: questo «S’impara che il dolore ha una qualità che si avvicina al martirio e alcuni dolori non hanno nessun diritto d’essere. Si ripone la colpa nel senso scabroso della morte, dove una carne è uguale all’altra e si dissolve il valore dell’umano.», e questo «Occorre tanto tempo per accettare, far sì che la pena scopra un punto di approdo, senza la meschinità accentratrice della propria sofferenza.» È così? E quanto e fino a che punto la letteratura e la poesia possono catalizzare questo dolore, dargli forma?

Cerco di dirti qualcosa che abbia un significato. Prima però ci tengo a fare una precisazione: Torri, piccola frazione della Sambuca Pistoiese, è una presenza fondativa, forte in tutto quanto scrivo. Ma lo scoglio vero è sempre stata la mia città natale, quel “selvaggio borgo natio” che è Pistoia e con cui non so se sarò mai in grado di fare del tutto pace né se ne vale la pena. Forse mi occorrerà davvero tutta la vita. Nei paesi piccoli osservi meglio le chiusure. Ma fai anche prima a riconoscerti. È paradossale e vero. Nelle realtà urbane medie, dove si finisce per conoscerci tutti, i rancori ristagnano più a lungo e questo ha il suo peso anche sul dolore esperito, perché non è mai questione solo di te e la perdita, ma di te, la perdita e l’ingerenza altrui. Citi quattro autrici che mi hanno segnato in periodi diversi e a cui ritorno con frequenza, forse ora specialmente a quella Emily che come un ragazzino canta passando davanti al cimitero per farsi forza. Io non so quanto la letteratura dia forma al dolore, so che alcuni libri mi hanno salvato, come hanno salvato altri, restituendomi l’essenza, ciò che va preservato, ciò che possiamo sempre dire. Vi sono i Bambini bruciati alla Stig Dagerman, assoluti e senza perdono, e vi sono i custodi delle fiamme. Quando, per citarne un’altra, ho incontrato l’autobiografia di Janet Frame, Un angelo alla mia tavola, nonostante certo non possa identificarmi con le vicissitudini della protagonista, che grazie a un premio letterario sfuggì alla lobotomia, ho scoperto che un’altra ragazza nell’altro emisfero aveva attraversato la pena con la fiaba e per questo non poteva abbrutirsi nonostante la sofferenza. Ho capito che non ero sola. Quando ho letto quel passo formidabile di Busi nel Seminario sulla gioventù: “Grazie, papà, per tutto l’odio ricambiato. E così via.”, ho avuto ben chiaro che i sentimenti vanno detti perfino nella loro brutalità, il coltello puntato contro di sé prima di tutto, contro la famigerata “origine”, e poi passare oltre, voltare pagina. Trovare la pazienza, intuire, come in una poesia di Franco Buffoni, che se resisti e non tradisci te stesso: “Vincerai tu. Dovrai patire”.

Nonostante il dolore diffuso, però, il mondo che tu racconti, questo mondo esplorato con gli occhi di una bambina, questo mondo incantato che trova e ritrova continuamente senso – un senso che si libera della razionalità più stretta e che proprio per questo appare più reale – alla fine può essere abitato. Nel mondo (re)incantato i lettori possono trovare il loro spazio – e imparare a loro volta a incantare la loro vita e il loro mondo, un po’ come avviene ai bambini quando si imbattono nelle fiabe, che come mi hai detto una volta «sono sempre vere». Ecco, tu, tra le altre cose, sei una studiosa delle fiabe: quanto ti hanno aiutato le fiabe e i mondi fiabeschi a costruire questo particolare sguardo incantato?

Poiché ci siamo parlati su questo e già, vedi, anticipo con le fiabe, ti racconto un altro episodio. Ero a Torri (ancora!), avevo cinque o sei anni, comunque sapevo leggere. La Rina, una signora che veniva a villeggiare in paese, mi regalò Il brutto anatroccolo di Andersen. Ogni cosa importante stava lì dentro e istintivamente lo riconobbi. Le fiabe custodiscono in te la fiamma di cui dicevo prima, perché ti mostrano cosa succede quando questa brucia e ferisce – che sia il disprezzo degli altri, il lutto, una “banale” inquietudine dello stare al mondo. Devi saperlo, che nelle fiabe tutti i bambini sono morti. Dormono sonni impossibili. Sono anatroccoli senza identità, ma perché nessuno ha il diritto di attribuirtene una, devi tu abolire ogni confine identitario, spaccare quel ghiaccio kafkiano per stare dentro te stesso, per amare. Devi sapere soprattutto che occorre un ingrediente semplice, da proverbio del mio defunto nonno, per passare oltre la foresta stregata e poi farne una dimora: il coraggio.

«Le mie giornate sono questo scoprire e chiedere del passato, uno strascico vago di informazioni, di fili che si riallacciano nel paesaggio, quasi che niente avesse mai significato di per sé, isolato nell’attimo in cui accade. Incontro di nuovo gli eventi trascorsi, brillano in frammenti ignoti, come la neve sui vivi e sui morti, smantellano l’inganno degli anni, del loro spostamento.» Questa considerazione che fa a un certo punto la protagonista mi sembra anche il modo con cui funziona il romanzo, dove il passato è sempre presente, dove piccole scene narrative sono continuamente ruminate e sottoposte a vaglio, cercando senza pace un senso ultimo. Potremmo considerare Tutti gli altri anche come un romanzo sulla memoria, su come funziona la memoria?

Sì. E come funziona la memoria? La memoria è la dimostrazione che il tempo lineare non esiste, ma esiste la sua illusione ed è quella che nutriamo per tutta l’età adulta. Non voglio dire che non si invecchia, non ci vengono le rughe come alla Baba Jaga e ci cresce la terza gamba in un bastone storto: il corpo è vero. Il tempo… dipende dalle prospettive. Forse quando perdi qualcuno che ami (e che non potrai smettere di amare) capisci meglio ciò che voglio dire. Il tempo si ferma lì, si ferma al trauma. Ogni movimento che fai è un cerchio che si allarga da quel punto, che lo stempera senza negargli importanza, fino alla riva.

Il romanzo è scandito da brevi capitoli – ma il primo e l’ultimo in qualche modo coincidono, il tempo si riavvolge, la bambina ritorna bambina, e guarda caso ritrova proprio sua madre, che nelle pagine precedenti era apparsa di sfuggita. Tutto questo fa il paio con quanto scrivi a un certo punto: «Una partenza. Un ritorno. La consapevolezza indicibile che ovunque noi possiamo andare, qualsiasi ferita inferta e subita o ambizione, sogno di grandezza ci vaghi per la mente, c’è una memoria che resta fissa, non ha fretta, ci attende sul limitare delle cose e le ricompone, come se mai ci fossimo dispersi.» Se fosse così, sarebbe proprio un motivo di speranza. E tutto questo sembra tanto appoggiarsi su una tua personale teoria del tempo e dei sentimenti. Allora, che cosa ci attende, lì dove sarà, al nostro ritorno?

Che domanda meravigliosa, Giuseppe. Non so se è opportuno scriverlo, ma lo scrivo lo stesso. Al ritorno forse ci attende quel giardino del cuore anderseniano dove tutto è riposto, ma non dimenticato. Per incontrarlo di nuovo tuttavia dobbiamo essere crudeli con noi stessi. Molto è in realtà ciò che andrà dimenticato e vorrà dire che non fa parte di noi né lo faceva quando è arrivato. Ma quando stiamo di nuovo immemori davanti all’esperienza in un altrove sentimentale, perfino geografico, troviamo la chiave magica che gira nella serratura del nostro tempo. Come fa Bastian, divenuto un bambino nudo e senza nome ne La Storia Infinita di Ende, per ritrovare il suo mondo e suo padre. Ecco, non c’è allora il lieto fine. È proprio il finale che si apre. E se la madre, come la nonna, appaiono solo fuggevolmente qui (ma sono le destinatarie di un altro mio libro un po’ strambo di poesia), è perché l’ereditarietà esiste. Questa protagonista si porta dentro queste voci, ci dialoga fino alla fine e a loro, in qualche modo, si riconsegna in una triade femminile, non più davvero figlia né nipote, piuttosto sorella, compagna.

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
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