Le figurazioni ideali

di Corrado Melluso

Georges Ivanovič Gurdjieff era un filosofo russo. Fu espulso dall’Unione Sovietica, tra le altre cose – sto semplificando – perché pensava che non fosse vero che tutti gli uomini sono uguali. Pensava che esistesse una scala valoriale che divide e smembra la società e che questa funzioni anche su un piano sociale e quindi economico, di possibilità. Semplificazione della semplificazione: se sono intelligentissimo, ma mi credo un idiota, passerò una vita grama, e ugualmente se da idiota mi reputassi intelligentissimo, perché è nella piena coscienza di sé che sta la chiave del proprio successo personale. Anche le nazioni, le culture, funzionano in questo modo: hanno una propria figurazione ideale e tanto più vi si avvicinano tanto più sono progredite. Le leggi, le costituzioni, le idee dei padri fondatori costituiscono questa figurazione iperuranica, il nostro operare quotidiano, le tecniche per raggiungerla.
Se le radici dell’Europa sono cristiane il tronco è assolutamente illuminista, addirittura forse giacobino. L’Europa moderna s’è fondata su sentimenti sì cattolici, ma laicizzati, tanto da potere intravedere nell’illuminismo e in ciò che ne scaturì l’inizio della nostra modernità, mentre gli Stati Uniti, fondati dai pellegrini della Mayflower e costruiti fattivamente da pionieri violenti e moralisti, sono strutturalmente molto diversi da noi e questa diversità si espleta su un piano costitutivo e su un piano morale. Differenze che hanno storicamente portato a una sostanziale incomprensione del fenomeno statunitense di buona parte delle intelligenze europee.
L’insieme del corpus legislativo dà, ad ogni modo, un buono specchio su cui basarsi se si vuole ricostruire l’immagine che la società in analisi vorrebbe – prima del che vorrebbe – essere. Quelle arcaiche, ad esempio, basavano la convivenza civile tra i propri cittadini sulla legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Se uccidi sarai ucciso, se rubi ti sarà tagliata una mano, e così via. Questo avveniva perché società semplici, tribali, trovavano più utile dar sfogo alla vendetta, fatto del tutto privato per cui più duraturo della legge, piuttosto che lasciare che un sottile strato carsico di violenza agisse in maniera controproducente nella pacifica cooperazione tra individui.
Il sistema penale statunitense (e dico statunitense mentre potrei nominare quello di un qualsiasi stato che prevede la pena di morte) funziona un po’ così: hai sbagliato? Bene, pagherai in misura direttamente proporzionale al danno da te arrecato in maniera tale che la tua vittima, prima che la società circostante, si sentirà risarcito il suo dolore. In Europa, però, non siamo figli di conquistadores, non di pionieri, ne tantomeno di rivoluzioni socialiste drammaticamente virate verso la repressione dispotica: siamo figli di atroci mediazioni culturali, pezzi di puzzle fatti incastrare insieme a colpi di frecce, di spade, di bombe, di trincee e carri armati.
Parlavo però degli Stati Uniti come equiparazione naturale, anche e non solo come topos, per l’Europa. Da diversi costumi religiosi discendono diverse società e questo può essere un valore, un indizio nell’analisi etnologica di un popolo. La pratica religiosa protestante e quella cattolica differiscono in vari punti, ma nello specifico ciò che interessa è il movimento dialettico/morale che riguarda l’espiazione di un peccato. La pratica protestante prevede che l’identificazione del peccato e il pentimento siano interiori, che creino un dibattito morale con sé stessi attraverso il quale autoassolversi. Riguardo l’entità della mia colpa giudicherà la società che vivo, verranno valutate le circostanze e decisa una condanna, e negli Stati Uniti, storicamente protestanti, la pena di morte è ammessa proprio a vendicare pubblicamente. Nella pratica cattolica invece l’assoluzione è già di suo pubblica, passa attraverso un prete, il quale, ammesse le mie colpe, deciderà per me la pena. Essendo lui l’emissario, il ponte fra me e Dio, potrò sentirmi libero di percorrere la terra e passeggiare su essa, l’assoluzione in ambito pubblico sarà già avvenuta. La mediazione, però, ne dicevo sopra, ha portato col tempo e con il sangue una certa componente di ideale egalitario francese, cioè l’idea che debba essere uno stato coi suoi principi, con le sue divisioni strutturali del potere, a valutare caso per caso le colpe e le rispettive pene, ponendosi come obiettivo – e qui sta la mediazione – di potere assolvere gli assassini, poterli reintegrare, l’idea che il pentimento possa riabilitare il peccatore per una seconda chance di cittadinanza.
Noi, nelle nostre migliori intenzioni, nelle nostre più squisite figurazioni ideali, vorremmo riuscire a reintegrare ogni malfattore nella società. Lo dice la nostra costituzione, il nostro codice penale: vorremmo rieducare alla cittadinanza, non punire. Le emergenze carcerarie, la mancanza di fondi non dovrebbero farci perdere di vista ciò che vorremmo e quindi dovremmo fare. Un cittadino che sbaglia è utile che stia in carcere perché il carcere gli darà i mezzi per potere uscire dal carcere e fare una vita esemplare, civile. Ecco perché nelle carceri insegnano un lavoro, ecco perché ci sono le scuole lì dentro, ecco perché rifondazione comunista, oramai qualche anno fa, ha presentato una proposta di legge per abolire l’ergastolo, se non per pochi e gravissimi reati. Ecco perché esiste la condizionale: perché se hai commesso un reato e nel frattempo non ne hai commessi altri puoi dirti libero, ci si fida di te.
Non voglio qui entrare nel merito delle questioni processuali riguardanti Cesare Battisti perché non credo sia utile e perché credo di non averne la competenza, la memoria storica. Penso però che sia passato tanto, troppo tempo, e che la nostra repubblica abbia volontariamente o nolontariamente rimosso buona parte di quelle colpe. Penso che ci siamo leccati talmente tanto le ferite da riaprirle, da farvi sgorgare sangue, sangue vivo, in un momento storico in cui dovremmo occuparci delle ferite fresche che ribollono e zampillano come non mai. Siamo diventati anemici. Troppo per potere occupare il nostro tempo, le nostre forze sfinite, per riuscire a mettere in carcere un uomo che mai più avrà motivo di andarci. Lo penso proprio perché vorremmo figurarci pii, caritatevoli, e dovremmo lasciare perdere uno che coi suoi atti ha dimostrato d’essersi pentito, o che quantomeno ha dimostrato che non ripeterà più nessuno dei delitti commessi.
Ho ripetuto più volte nell’ultimo periodo “io penso” perché questi come anche gli altri, quelli di sopra, non sono altro che pensieri, sono miei, sono personali, poco importanti nei fatti, ma è fondamentale la possibilità che mi si dà d’esprimerli. L’esprimere un pensiero non dovrebbe, in una società ottimisticamente democratica, esporre a nessun pericolo, perché se un assessore fa sì che vengano ritirati dagli scaffali delle librerie di un’intera provincia tutti i libri degli editori che hanno espresso un’opinione si pone un problema. Si pone un problema e si crea una nuova ferita. Una ferita che, visti i tempi di reazione, leccheremo tra vent’anni, quando, probabilmente, saremo già cadaveri.

Commenti
Un commento a “Le figurazioni ideali”
  1. Eva scrive:

    Ma il putiferio che ancora scatena nell’opinione pubblica italiana il caso Battisti dimostra chiaramente che il popolo italiano non ha ancora rimosso le colpe di cui si parla nell’articolo, né tanto meno è riuscito ad elaborare i vari lutti degli Anni di Piombo. A questo mancato processo non sono certamente estranei i media italiani, troppo spesso colpevoli di aver diffuso notizie confuse e fondate su inchieste giornalistiche superficiali, quando non volutamente mistificanti. Ad esempio è opinione diffusa che Cesare Battisti abbia effettivamente ucciso il gioielliere Torreggiani e reso paralitico il figlio allora quattordicenne, sparandogli alla schiena (era stato invece lo stesso gioielliere a sparare sul figlio nel tentativo di difendersi). Inoltre, Battisti è stato condannato, per il suddetto caso, come co-ideatore e co-organizzatore dell’omicidio, non come esecutore materiale.
    E’ probabile che i vari processi a Cesare Battisti siano stati condizionati da un certo comune sentire, legato al momento in cui essi si sono svolti e a cui non sono estranee anche certe leggi (spesso incostituzionali), promulgate in stato di emergenza e che probabilmente hanno condizionato le sentenze, ma questo non siamo noi a deciderlo, per le stesse motivazioni che sono alla base dell’articolo: e cioè i secoli di storia del pensiero e del diritto che ci hanno portato all’Europa di oggi. Sette processi hanno stabilito che Cesare Battisti è colpevole di quattro omicidi ( tre in qualità di concorrente, uno come co-organizzatore) e lo hanno condannato all’ergastolo. Forse Cesare Battisti si è pentito, ma non lo ha mai detto in modo chiaro. Forse la sua condotta degli ultimi anni può essere testimone, in sua vece, di questo pentimento, ma tutto questo non cancella una colpa per la quale è stato condannato e non ha mai pagato, o ha pagato solo in minima parte il prezzo che lui ha deciso, non ciò che invece la legge aveva stabilito per i crimini a lui attribuiti.
    Forse Cesare Battisti è davvero innocente, come dice, e forse è davvero la vittima di enormi errori di indagine e di persecuzioni politiche, ma è stato condannato in vari processi e non spetta a noi assolverlo per “buona condotta” (così come non spetta a noi condannarlo): deve essere lo stato “ coi suoi principi, con le sue divisioni strutturali del potere, a valutare caso per caso le colpe e le rispettive pene, ponendosi come obiettivo (…) di poter assolvere gli assassini, poterli reintegrare, l’idea che il pentimento possa riabilitare il peccatore per una seconda chance di cittadinanza”.
    Dura lex, sed lex.

    Detto questo, sono perfettamente d’accordo sul fatto che esistono ben altre priorità, per noi italiani, che perder tempo ad inseguire un pregiudicato che certo non è un novello Jean Valjean. Tanto più che noi italiani siamo ben lontani dall’integrità morale e dall’ etica professionale di un Monsieur Javert.
    E sì, “penso” anch’io che in una società democratica dovremmo sentirci tutti liberi di esprimere i nostri “io penso”, senza timori di eventuali ritorsioni (e quasi mi fa arrossire il condizionale di quel “dovremmo”), ma lo stato esiste anche per mediare fra i milioni di pensieri ed è lì, tramite la legge, ad evitare che salti fuori un “io penso” più forte e più prepotente di un altro. O insomma, questo è quello di cui uno stato forte dei suoi valori democratici dovrebbe (un altro triste condizionale) preoccuparsi.

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