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Le figurine dei calciatori

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Veniva settembre, il mese che sanciva l’inizio dell’anno scolastico e del campionato di calcio di Serie A. Veniva un mattino di luce brillante, nell’aria ancora tiepida della fine dell’estate, quando davanti al cancello d’ingresso della scuola faceva la sua comparsa un essere umano singolare, l’annunciatore di un tempo nuovo di beatitudine e di divertimento: l’uomo delle figurine Panini, le grandi raccolte per la gioventù. Con sé aveva una grossa borsa di tela da cui estraeva album e pacchetti dai colori scintillanti, i frutti primaticci della nuova stagione. Noi ragazzini lo circondavamo, lo assalivamo, sottraevamo tutto il contenuto della borsa, sapevamo che era gratis, perlomeno quel primo abbocco, e poi, una volta tornati a casa, imploravamo le nostre madri di correre in edicola a comprarci i primi dieci pacchetti. Cinque pacchetti erano la dose minima capace di placare la mia ansia; dieci pacchetti il giusto, la piena soddisfazione; venti pacchetti una fantasia che a mia memoria non si è mai realizzata, se non in qualche circostanza del tutto speciale, e ancor oggi, a ripetere tra me e me “venti-pacchetti-di-figurine-Calciatori” avverto un moto di piacere gonfiarmi il diaframma, e un desiderio pre-sessuale dilagare nelle viscere.

galderisiLe figurine Calciatori della mia infanzia erano di formato più piccolo rispetto alle attuali. Sul retro della figurina, oltre al numero di collocazione nell’album, c’era scritto: IL MAGNIFICO ALBUM per la raccolta di queste figurine è in vendita nelle edicole e cartolerie al prezzo propaganda di L. 500. Chi non lo trovasse può richiederlo inviando L.500 in francobolli a: EDIZIONI PANINI viale Emilio Po 380, 41100 Modena. Perso in squisite fantasticherie infantili, immaginavo viale Emilio Po a Modena come il paese dei balocchi, il cuore pulsante del mondo, ove regnava incontrastato l’omino in armatura con la spropositata lancia da giostra che sottolineava la scritta PANINI.

Ma il vero gusto del possedere quante più figurine Calciatori, nel mio caso, non era dato dall’attaccarle sulle pagine dell’album, ossia lo scopo essenziale per cui venivano messe in commercio, bensì suddividerle per squadre, e con esse organizzare un campionato di calcio alternativo, praticando un gioco da tavolo di mia invenzione, una sorta di variante del Subbuteo in cui al posto delle miniature in plastica riproducenti le fattezze dei calciatori c’erano le figurine, e in cui non era previsto che ci si sfidasse in due, poiché ero io a condurre al tempo stesso il gioco dell’una e dell’altra squadra. Il vero, succulento piacere che mi davano le figurine Panini, il godimento massimo ed estremo della mia infanzia, stava nell’edificare questo mondo calcistico parallelo, questo universo nel quale io incarnavo il Dio sommo e assoluto, e in cui le figurine non figuravano, ma giocavano.

Ciascuna squadra scendeva in campo con sei giocatori. Il classico schema tattico era il 2-1-2: un portiere, due difensori, un centrocampista e due attaccanti. Ma c’erano squadre che praticavano il 2-2-1, o moduli più difensivisti come il 3-2-1. Il campo da gioco era il tavolo della cucina, oppure una zona del pavimento delimitata dai rettangoli delle mattonelle, con le fughe che indicavano le linee di fondo. Il massimo desiderabile era un tappeto a pelo corto che riproduceva l’effetto dell’erba. Le porte erano vecchie reti da Subbuteo. Nelle partite più importanti a bordo campo disponevo i tabelloni pubblicitari. Erano composti da strisce di cartone ripiegate su cui avevo diligentemente disegnato i loghi delle pubblicità più in voga negli stadi degli anni Ottanta: Stock 84, F.lli Dieci, Rifle, Irge. C’erano palloni di vari tipi. Il migliore, ossia quello che usavo per le competizioni ufficiali, era composto da un pezzo di carta appallottolato e ricoperto con dello scotch. Il pallone senza scotch era un pallone leggero, da cortile, un Super Tele, un Santos, o più semplicemente il pallone con cui le squadre facevano il riscaldamento pre-partita; il pallone con lo scotch era un pallone di cuoio da gara. La differenza nel gioco era netta, il pallone con lo scotch era più pesante ma scorreva meglio. Colpendolo con l’angolo della figurina – destro o sinistro a seconda del piede preferito dal calciatore – il pallone copriva lunghe distanze di campo. zico Se lo colpivo con forza con il lembo esterno della figurina, riuscivo a imprimere un effetto alla traiettoria. Ciò ovviamente dipendeva dalla tecnica di cui era dotato il singolo giocatore. Se a calciare una punizione dal limite era la squadra dell’Udinese, nel manovrare la figurina di Zico (Arthur Antunes Coimbra • Presenze 24 • reti 19 • dal Flamengo 1983-84) avrei dato il meglio di me. Il pallone avrebbe allora virato a mezz’aria insaccandosi dritto all’incrocio dei pali, e il portiere sarebbe volato vanamente, o peggio, sarebbe rimasto inerme a osservare la palla infilarsi nel sette, per poi guardarsi intorno con aria smarrita.

Schieravo dunque le due squadre sul rettangolo di gioco. Fischio dell’arbitro. Inizio della partita. Manovravo alternativamente una squadra e l’altra. Un tocco ciascuno, il portatore di palla e il difensore avversario. Quindici minuti per tempo, con un intervallo di due minuti. I rapporti di forza erano dati dallo sviluppo naturale delle azioni. Regolavo l’intensità della manovra sulla base delle caratteristiche di ciascuna squadra. Ma non lo facevo consapevolmente, o meglio, le differenze di qualità di gioco emergevano quasi da un livello subconscio. I giocatori di maggior classe erano capaci di colpi migliori, i difensori più arcigni facevano entrate assassine sulle caviglie degli attaccanti.

Non c’era niente di prestabilito, muovevo le figurine in campo rispettando un canovaccio. Più che una partita inscenavo la storia di una partita, cercavo di renderla il più possibile realistica. La verosimiglianza di una partita era data dal mantenersi entro il limite di uno scarto minimo dalla realtà. La Cremonese non avrebbe potuto vincere per quattro a zero in casa della Juventus; al massimo avrebbe potuto strappare un pareggio, e – una volta su cento – vincere per uno a zero. Ero il Deus absconditus che tuttavia concedeva ai singoli calciatori e alle squadre la facoltà del libero arbitrio. La mia statura di divinità si manifestava in un modo tale da non violare la libertà del calciatore, la qualità di gioco di cui egli era capace era sempre il risultato di una sua scelta, non un dato di fatto evidente e inconfutabile per la ragione. Il calciatore viveva e agiva di propria iniziativa, e le mie mani che lo manovravano non facevano che riflettere un accordo sovrasensibile. Non c’era nulla di più equilibrato, realistico, oggettivo, razionale di ogni singola azione di gioco che simulavo. Neppure la mia fede calcistica per la Lazio ammetteva che io propendessi a favore dei biancocelesti quand’essi erano parte in causa della partita, a meno che oggettivamente non lo meritassero. Ero severo, rigoroso, maneggiavo le figurine in campo come in stato di trance, ed era come se mi limitassi a trasferire sul campo di gioco il volere del fato. Più che un Dio decisionale, ero un esecutore supremo e sommamente devoto al principio di realtà.

Non ammettevo per esempio che le partite terminassero con risultati statisticamente improbabili: sei a cinque, sette a nove, dieci a uno. Apprezzavo moltissimo, anzi, lo zero a zero, il risultato a reti bianche (che immagine deliziosamente poetica!), o uno striminzito uno a zero; per non parlare del due a zero, il più classico dei risultati. Le squadre giocavano un campionato a sé, seguivo il calendario del vero campionato a sedici squadre di Serie A stampato nell’album Panini: quindici giornate a girone, trenta in totale, otto partite a giornata, duecentoquaranta partite complessive per decretare il vincitore dello scudetto, le squadre che avrebbero giocato la Coppa Uefa, le tre che sarebbero retrocesse in Serie B. A volte organizzavo anche la Coppa Italia. Un anno, con le figurine del Mundial España ’82, inscenai il campionato del mondo. La finale fu Germania-URSS. La squadra rivelazione del torneo fu la Scozia del capocannoniere Kenny Dalglish.

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Ma il vero cuore del divertimento stava nelle radiocronache delle partite. “Amici ascoltatori, vi do il benvenuto in diretta dallo stadio ‘Cino e Lillo Del Duca’ di Ascoli, dove tra pochi minuti avrà inizio Ascoli-Milan, partita valida per la tredicesima giornata del campionato nazionale divisione Serie A…”. Ora, in quegli anni trascorrevo il fine settimana nel paese dei miei nonni, il sabato pomeriggio andavo a casa di un cugino che aveva la mia stessa età. In quei pomeriggi allestivamo il gioco in terrazzo, una partita sul tavolo e un’altra sul pavimento, e ci passavamo la linea da un campo all’altro, come in Tutto il calcio minuto per minuto. Ah che imbarazzo, quando mia zia entrava a raccogliere la biancheria stesa sul filo…, al che simulavo un serio infortunio di gioco occorso a un calciatore in campo, o un imprevisto che interrompesse la partita per qualche minuto, una scusa qualsiasi insomma per passare la linea al campo di gioco di mio cugino. Quando poi una delle due squadre segnava un gol, le radiocronache venivano interrotte dell’urlo: “Attenzione! Attenzione! Intervengo da Ascoli, dove il Milan è passato in vantaggio grazie a un colpo di testa di Mark Hateley…”, seguiva la riproposizione del replay a beneficio dell’altro cronista, che per l’occasione interrompeva il gioco sul proprio campo e si lasciava deliziare dalla riproposizione al rallenty dell’azione vincente.

Dividevo dunque le figurine per squadre, legavo ogni squadra con un elastico e la riponevo ciascuna in un posto diverso, in un cassetto, in una cesta, in un angolo di casa a cui potevo accedere solo io, e quei luoghi diventavano i rispettivi campi d’allenamento, le città di provenienza, le sedi sociali. Dovevo essere certo che ogni squadra fosse ben al sicuro da occhi indiscreti, che non ci fossero osservatori pagati dalle società avversarie per spiarne le tattiche, i metodi di allenamento, le possibili formazioni che sarebbero state schierate la domenica successiva. Stabilivo una sorta di quartier generale in cui risiedeva la dimora di Dio, la federcalcio immaginaria che governava il mio campionato, e che era localizzata in un foglio di quadernone a quadretti su cui riportavo e aggiornavo tutte le statistiche: classifica squadre, gol fatti, gol subiti, media inglese, classifica marcatori. In certi sonnacchiosi pomeriggi d’inverno, terminati i compiti di scuola, facevo dei collegamenti dai campi d’allenamento, durante i quali riportavo le ultime notizie, le condizioni degli infortunati, le indiscrezioni di calcio mercato.

Il gioco si sviluppava anche in una forma puramente mentale, a scuola, durante le lezioni, oppure a bordo della corriera che mi portava al paese dei miei nonni. Tenevo impegnata la mente simulando interminabili dibattiti televisivi sul campionato, creando zuffe tra gli opinionisti che commentavano i fatti salienti dell’ultima giornata. Col tempo andai sviluppando sempre più questo aspetto del gioco, al punto che arrivai a fare a meno del gioco stesso, ossia della rappresentazione materiale della partita, e quindi delle figurine Calciatori. Ciò accadeva soprattutto il sabato sera, quando mi ritrovavo nel letto della casa dei miei nonni, sfinito dalla noia delle trasmissioni in tv, e prima di prendere sonno mettevo in campo due squadre, in genere quelle che si sfidavano nel match clou della giornata, e giocavo, muovendo nella mia testa le figurine, come uno scacchista che gioca alla cieca. Quando poi tornavo a casa la domenica sera, registravo il risultato della partita mentale sul foglio mastro, e giocavo le partite mancanti.

Questa sorta di sogno immersivo in cui avvolgevo e catturavo gli anni della mia infanzia era talmente limpido e reale, che ancora faccio confusione con la realtà dei campionati di calcio di quegli anni. laudrup Se oggi qualcuno mi chiede quale squadra vinse il campionato 1984-85, ossia l’Hellas Verona allenato da Osvaldo Bagnoli, io di primo acchito rispondo la Fiorentina di “Picchio” De Sisti, la cui formazione titolare nel campionato delle figurine era Galli-Contratto-Passarella-Sócrates-Antognoni-Monelli. Nel mio campionato parallelo, la classifica marcatori quell’anno fu vinta da Aldo Serena del Torino. La Lazio non retrocesse in serie B, come sciaguratamente avvenne nella realtà, ma si salvò alla penultima giornata, grazie alle reti della coppia d’attacco Giordano-Laudrup.

Il mio sogno oltrepassò gli anni dell’infanzia, dilagò nel pieno dell’adolescenza. Continuai a comprare le figurine Calciatori anche quando andavo alle superiori, e a organizzare ogni anno il mio campionato. Quando ormai avevo compiuto sedici anni, ogni sera intorno alle ventitré mi alzavo dal letto con fare furtivo, mi accertavo che mia madre dormisse e filavo in cucina. Accostavo la porta, nel silenzio pieno della casa schieravo sul tavolo le mie adorate formazioni, e con un filo di voce mormoravo la radiocronaca, muovendo le figurine sul campo da gioco. Che beatitudine! Che paradiso! E se udivo il rumore di mia madre che si alzava per andare in bagno, con un rapido e sapiente colpo di mano riunivo le figurine sul tavolo e le facevo sparire in un baleno, nascondendole sotto la sedia.

Se fosse dipeso da me quel gioco sarebbe durato in eterno. Ma venne il giorno in cui il campionato delle figurine finì per sempre. E fu il risultato di una decisione dolorosissima, che ebbe su di me l’effetto di una violenza autoinflitta. Recuperai nei vari angoli di casa tutte le mie squadre, le formazioni che si erano susseguite nel corso degli anni, figurine vecchie e nuove, giocatori che nel frattempo erano invecchiati, che indossavano le casacche di diverse squadre, che avevano smesso di giocare, giocatori che nel mio mondo sognato erano diventati delle star ma che nella realtà del calcio erano meno che comprimari (sa Dio che fior di bomber fu Aldo Cantarutti, quanti club miliardari tentarono ogni lusinga per strapparlo all’Atalanta). Adunai dunque tutte le figurine in un’immaginaria valle di Giosafat, dove consumai il mio personale giudizio universale. Le impacchettai con carta da pacchi e legai il tutto con filo di spago. La mattina successiva, mentre scendevo verso la fermata dell’autobus per andare a scuola, mi fermai in prossimità dei cassonetti. Gettai il pacco nella spazzatura e proseguii a testa bassa, con lo zaino pesante sulle spalle e un macigno nel cuore.

Post scriptum

 L’anno scorso mia moglie mi ha regalato un’edizione speciale dell’album delle figurine Calciatori 2016-2017 che comprendeva tutte le settecentoquarantacinque figurine necessarie a completarlo. Mio figlio è alle prese con la raccolta del campionato in corso. Gli compro a volte cinque, a volte dieci pacchetti di figurine. Quando l’edicolante mi porge il mazzo dei pacchetti di figurine, dentro di me provo ancora una sensazione di irrefrenabile voluttà.

È nato a Roma quando c’erano gli anni di piombo. Ha pubblicato monografie su Caravaggio e su Van Gogh, il saggio sulla povertà 10 modi per imparare a essere poveri ma felici (Laurana, 2012) e i romanzi La misura del danno (Fernandel, 2013) e Anni luce (add editore, 2018).
Commenti
Un commento a “Le figurine dei calciatori”
  1. massimo z scrive:

    Incredibile. Ma vero. E’ come se avesse perfezionato, semplificandolo, lo stesso gioco che io facevo, inizialmente in completa solitudine, poi in compagnia di un amico fidato, con due squadre da 11 calciatori-figurine. Le porte erano costruite coi cubetti di lego e il pallone era una minuscola pallina bianca del minicalcetto. Voi eravate più evoluti e avevate già fraternizzato con le prime sponsorizzazioni. Coincidenze o sincronicità ritardata? Un saluto

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