henri cartier-bresson @annatoscano (1)-min

Le fotografie di Henri Cartier-Bresson a Palazzo Grassi. Il gran gioco del guardare in mostra

henri cartier-bresson @annatoscano (1)-min

di Anna Toscano

Come gli sguardi guardano a una opera fotografica, come la avvicinano o la allontanano, come la leggono, come la sorvolano, come la serbano, come diviene nel tempo la colonna sonora per immagini di una vita, perché i grandi capolavori fotografici scandiscono l’esistenza delle persone fino a crearne una colonna visiva, fino a divenire parte integrante della vita di chi le ama.

Henri Cartier-Bresson ha fotografato il mondo per moltissimi anni, circa ottanta, quasi senza sosta, i suoi scatti in bianco e nero marcano i momenti dell’esistenza di molti appassionati o solo simpatizzanti di fotografia; incontabili le mostre a lui dedicate nel mondo, sia quando era in vita sia dopo, moltissime le immagini iconiche che lo hanno reso indimenticabile. Gli scatti di Henri Cartier-Bresson sono divenuti in quasi un secolo il leitmotiv di molte vite, e molti artisti hanno ritrovato in lui motivo e stimolo di lavoro in diverse applicazioni, soppesandolo e studiandolo, o semplicemente amandolo.

henri cartier-bresson @annatoscano (7)-min

Lo stesso Cartier-Bresson a un certo punto della sua vita si è fermato a guardare alla sua opera, è accaduto quando era verso i settanta anni, si è fermato anzitutto per riavvicinarsi alla pittura, sua grande passione fin da giovanissimo. È stato in quel periodo che la richiesta di due amici mecenati e collezionisti lo ha instradato nel guardare allo sterminato suo archivio per scegliere delle opere: i coniugi de Menil gli chiedono una selezione di suoi scatti tra tutta la sua opera.

Non deve essere facile, e certo per noi impossibile, sapere cosa abbia spinto Cartier-Bresson a scegliere una foto al posto di altre, quali sentimenti lo abbiano attraversato, quali ricordi e sensazioni, o se abbia fatto una pura scelta stilistica; ma con molta probabilità son suggestioni personali e lui cercava solo quelli in cui massimamente aveva raggiunto la semplicità espressiva: “È attraverso un’economia di mezzi, e soprattutto dimenticando se stessi che si raggiunge la semplicità espressiva”.

Il maestro completa la sua selezione e consegna la Master Collection, nominata dagli amici Le Grand Jeu, composta da 385 negativi stampati nel 1973 da Georges Fèvre al laboratorio Pictorial di Parigi. La Master Collection giunge ai coniugi de Menil e viene esposta per la prima volta nel 1974 al museo della Rice University di Houston. Dopo di che il fotografo decide di non lasciarla come opera unica ma di realizzarne altri cinque set completi, ognuno composto dalle stesse 385 stampe ai sali d’argento e tutte in formato 30×40.

Nessuna classificazione è stata fatta dall’autore, nessun raggruppamento, nessuna didascalia esplicativa o nota, solo una numerazione progressiva. E il gioco che viene presentato nella mostra a Palazzo Grassi inizia da qui: inizia da un gran gioco di sguardi sullo sguardo di Cartier-Bresson, di sguardi di autori sul grande autore.Nella mostra Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu, a Palazzo Grassi fino a 20 marzo 2021, cinque sono i personaggi che hanno scomposto e ricomposto questo set di immagini cercando e scegliendo: Annie Leibovitz, Javier Cercas, Sylvie Aubenas, Win Wenders, Francǫis Pinault. A loro il compito di scegliere dalla Master Collection una cinquantina di immagini, senza essere al corrente della scelta degli altri.

henri cartier-bresson @annatoscano (4)-min

A disposizione tre set della grande collezione, quello della Pinault Collection, quello della Bibliothèque nationale de France, e quello della Fondazione Henri Cartier-Bresson (gli altri tre esemplari sono all’Università di Osaka, al Victoria & Albert Museum di Londra e alla Menil Collection di Houston).

Le Grand Jeu presenta, nello snodarsi delle sale di palazzo Grassi al primo piano, le fotografie di Heri Cartier Bresson che i cinque hanno selezionato, nell’allestimento delle sale che ognuno di loro ha concepito per collocare la propria scelta. Nella prima sala la riproduzione in piccolo formato di tutte e 385 le immagini quasi riempie una parete: è un effetto straniante quello di volerle abbracciare, senza riuscirvi, tutte con lo sguardo e al contempo metterne a fuoco il contenuto di ognuna. Stare dentro alla selezione del maestro per sentirsi parte di un secolo. Nelle sale successive la selezione fatta da Francǫis Pinault, fotografie con cornici bianche in sale dai muri bianchi, una selezione ordinata nell’accostamento di scatti verticali e orizzontali: è la visione di uno dei più grandi collezionisti di arte contemporanea del mondo che sembra aver fatto una scelta basata sulla semplicità dei soggetti.

La scelta successiva, su pareti bianche e con cornici nere, è quella di Annie Leibovitz, una delle fotografe più note al mondo, che opera una selezione di forte impatto emozionale nel susseguirsi delle stampe fino all’ultima, quella che, narra la storia, le fece decidere di diventare anch’essa fotografa. È l’occhio della fotografa che passeggia tra ciò che l’occhio del maestro ha fermato per sempre nella pellicola, una sorta di saldatura del tempo intercorso da allora a oggi che pare legarsi nel movimento perpetuo che i soggetti scelti compongono di cornice i cornice.

La terza scelta presentata è quella dello scrittore spagnolo Javier Cercas, autore che da sempre ha avuto un forte interesse per le questioni politiche del popolo spagnolo con grande attenzione alla storia e alle radici: in due sale, sfondo bianco con cornici nere e delle citazioni riportate da alcuni scrittori, le sue scelte tra gli scatti di Cartier-Bresson parlano di popolo, di persone che manifestano e di persone che vivono la vita di strada, selezionati anche i ritratti di molti scrittori. Cercas sceglie il fotografo documentarista, il maestro che con il suo scatto testimonia quel tempo e quel luogo, colui che ferma affinché si ricordi.

Win Wenders ha progettato un allestimento che ha del cinematografico, con muri neri, sale buie, cornici bianche e luce dall’alto, due stanze in cui camminare da una cornice all’altra sembra il susseguirsi di fotogrammi; la scelta delle immagini è una sorta di filo che cuce insieme Wenders regista e fotografo a Cartier-Bresson fotografo e regista. Wenders ha scelto di mettere in mostra anche una finta macchina fotografica, una finta Leica, dono di Saul Steinberga Cartier-Bresson, un pezzo di cartone con un finto obiettivo, che sottolinea come il gioco stia tutto in come si guarda attraverso l’obiettivo e non tanto nella macchina in sé. Con questo oggetto Wenders traccia un collegamento a come lui ha riguardato gli scatti del maestro, pur conoscendoli già bene, per operare la sua scelta basandosi sull’importanza del guardare e del riguardare.

La mostra si chiude con la selezione operata da Sylvie Aubenas, sale beige con cornici marrone chiaro: è una scelta che ricompone un discorso, immagine dopo immagine va a crearsi una narratività che oltrepassa la cornice per arrivare alla successiva. Conservatrice e storica della fotografia Aubenas ha intessuto un discorso, ha lasciato parlare le immagini nel suo insieme fino a chiudere con una fotografia che coglie un bambino sulla strada con in braccio una cornice, sta per oltrepassare un cancello di lamiere, come a dirci che il discorso continua là dove vanno le immagini.

C’è qualcosa di circolare in questa mostra, oltre alla sua disposizione, una circolarità di sguardi su un’opera già nota: il riguardare di Cartier-Bresson a tutto il suo lavoro per estrapolarne una summa, lo sguardo dei cinque curatori sulla scelta operata dal Maestro, lo sguardo di noi spettatori su tutte le scelte, un invito a entrare nell’opera del grande fotografo non solo attraverso il suo obiettivo ma anche attraverso lo sguardo dei cinque curatori. Non è una mera questione di punti di vista, quanto l’importanza di differenti letture che ampliano il gioco degli sguardi come un origami. È un invito ad allenarsi al guardare, un esercizio del vedere, uno stimolo a soffermarsi e cogliere, un incoraggiamento a sostare anziché guardare andando. È un invito a giocare un grande gioco in cui le fotografie di Cartier-Bresson ci guardano osservandoci.

_______________

HENRI CARTIER-BRESSON. LE GRAND JEU
PALAZZO GRASSI
11/07/2020 – 20/03/2021

https://www.palazzograssi.it/it/

Aggiungi un commento