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Le fragilità del nostro narcisismo. Appunti a margine del film “Il ragazzo più felice del mondo” di Gipi

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di Francesco Campana

Nel suo secondo romanzo, L’Uomo Autografo, Zadie Smith racconta la storia di Alex-Li Tandem, inglese di padre cinese e di madre di religione ebraica, che di lavoro fa il collezionista, commerciante e autenticatore di autografi. L’Uomo Autografo, appunto. Disilluso dalla vita e preda di un vuoto profondo che lo porta a drogarsi in continuazione, a fare un grave incidente in automobile e a tradire la sua amata Esther, ha una sola vera autentica passione: Katherine (detta Kitty) Alexander, attrice degli anni Quaranta a cui, da tredici anni, spedisce una lettera alla settimana, nella speranza di ricevere una risposta contenente il suo rarissimo autografo.

La vicenda, che ha come compimento un rocambolesco viaggio negli Stati Uniti in cui Tandem entrerà finalmente in contatto con il suo mito, ruota attorno alla dicotomia esistenziale che descrive il profilo del suo protagonista. Da una parte, Tandem esprime, ai suoi massimi livelli, una forma nichilista di narcisismo egoista nei confronti del mondo e dei suoi amici più cari (Adam, un amico d’infanzia, a un certo punto gli dirà: «Non è affatto detto che tutto il mondo debba trasformarsi nel circo Tandem. Tu non sei il mondo. Nel film chiamato vita esistono anche gli altri»).

Dall’altra parte, Tandem custodisce – anche se ben nascosta – la fragilità di chi ha aspettative, sogni, proiezioni; una fragilità che si esprime nella sua monomaniacale ricerca dell’autografo di Kitty Alexander e che è condensata nel ricordo di quella volta che, da bambino, suo padre lo portò assieme ai suoi amichetti a vedere un incontro di wrestling alla Royal Albert Hall di Londra, quando ancora aveva «la capacità di immaginarsi come un episodio secondario della vita degli altri».

Se il romanzo di Smith descrive l’avventurosa ricerca, da parte di un fan, della sua icona del cuore, il film di Gipi, Il ragazzo più felice del mondo – prodotto da Fandango, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione “Sconfini” e in questi giorni nelle sale – ci racconta un percorso nella direzione opposta. In questo caso, è il destinatario delle attenzioni di un ammiratore, cioè lo stesso Gipi, anche protagonista del film, che si mette sulle tracce del suo ammiratore.

La storia prende le mosse da un episodio realmente accaduto. Nel 1997, quasi all’inizio della sua carriera, Gipi riceve una lettera da un oscuro fan di nome Francesco, quindicenne appassionato di fumetto e di animali. Con tenera calligrafia da scuola elementare, Francesco scrive per comunicare a Gipi che è il suo autore in assoluto preferito e per dirgli che, se gli avesse spedito un disegno, lo avrebbe reso il ragazzo più felice del mondo. Poco più di vent’anni dopo, Gipi trova per caso, sulla pagina Facebook di un altro fumettista, la scansione di una lettera pressoché identica:un giovane liceale di nome Francesco, con la stessa scrittura, manifestava la sua grande passione per il fumetto, confessando che questo collega era il suo fumettista in assoluto preferito e chiedendogli un suo disegno, in modo da farlo diventare il ragazzo più felice del mondo. Stupito dalla somiglianza quasi perfetta delle missive (qualche variazione, giusto per adattarsi ai diversi profili dei destinatari), Gipi decide di mandare un messaggio a tutti i fumettisti che conosce, domandando se avessero ricevuto un messaggio simile. Una volta scoperto che, da più di vent’anni, un tale Francesco aveva spedito in modo seriale la medesima richiesta a una cinquantina di fumettisti italiani, Gipi decide che questa storia va raccontata.

Il film – un racconto ricco di situazioni, gag e personaggi – descrive il tentativo di mettere in piedi un documentario su questa incredibile vicenda. Come Alex-Li Tandem de L’Uomo Autografo è circondato da un gruppo di amici di infanzia, che sopporta le follie del protagonista e che alla fine costituisce sempre il rifugio sicuro per la comprensione più sincera e incondizionata, allo stesso modo Gipi imbastisce il proprio progetto con l’aiuto fondamentale di una banda sgangherata – i magnifici Gero Arnone, Davide Barbafiera, Francesco Daniele, più l’operatore Andrea – che costituirà il motore necessario per la realizzazione dell’intera impresa e, nello stesso tempo, lo specchio delle debolezze del capo-progetto. Nelle intenzioni del regista-protagonista, il documentario dovrebbe avere, come esito finale, quello di mettere su un pullman tutti i fumettisti interpellati negli anni da Francesco e di farli arrivare nella località di mare dove quest’ultimo vive, così da fargli passare una giornata indimenticabile assieme ai suoi eroi, la giornata più bella della sua vita.

Se a scatenare gli entusiasmi e le aspettative dei personaggi de L’Uomo Autografo sono gli autografi, «un minuscolo puntino nella rete sterminata del desiderio», nel racconto di Gipi sono i disegni dei vari fumettisti (magari con dedica) a costituire il feticcio a cui puntano le brame del fan. Le direttrici di fondo su cui si articola il film sono però le stesse del romanzo di Smith: narcisismo e fragilità.

Innanzitutto, c’è il narcisismo,che nasconde dietro di sé un abisso di fragilità, di quella strana tipologia umana costituita dagli artisti. In questo caso, si tratta dei fumettisti: così simili a bambini che non hanno mai smesso di disegnare e per i quali «basta una critica per metterti al tappeto e una parola buona per portarti in un paradiso per un po’». Gipi si interroga su questo narcisismo e intervista alcuni dei fumettisti che negli anni hanno ricevuto la stessa lettera, da Laura Scarpa a Giacomo Nanni, solo per citarne alcuni.

La pellicola si concentra sul narcisismo dell’artista, ma si capisce che si sta parlando di un narcisismo che coinvolge chiunque debba fare qualcosa che implichi il giudizio altrui. Un narcisismo che consiste nell’affermazione della propria personalità, delle proprie azioni, di quel qualcosa che si è prodotto (o si è stati chiamati a produrre), e che si dimostra fragile nel momento in cui entra in relazione con gli altri. Per un verso, c’è la fragilità più prossima ed evidente, quella dell’aspettativa e del timore nei confronti del possibile apprezzamento o dell’eventuale critica. Per un altro verso, c’è una fragilità più nascosta e forse più critica, fatta di non detti e spesso di meschinità: per affermare sé e il proprio lavoro,il rischio è quello di dimenticare che esistono altri sé attorno a noi, che sono a loro volta portatori di altri narcisismi – piccoli o grandi che siano – e soprattutto di altre fragilità.

Si fa strada così nel film una preoccupazione sincera di Gipi nei confronti di Francesco, cioè del fan che diventerebbe il protagonista, suo malgrado, di questo documentario. Non conoscendolo di persona e non avendolo interpellato, il regista-protagonista si chiede se sia il caso di violare la sua intimità, di puntarle contro un riflettore, di darla in pasto allo sguardo impietoso di un pubblico. Una perizia calligrafica eseguita sulle lettere farà emergere tutta la potenziale fragilità del soggetto e farà esplodere la situazione – con esiti che è bene non rivelare – riportando al centro tutti i tormenti di Gipi nei confronti del proprio progetto. Un progetto che rischia di fare del male a una persona e tutto solamente per l’istintivo desiderio, per l’esigenza autentica ma del tutto egoista, di raccontare una storia.

Attraverso la fragilità del fan, tuttavia, Gipi si scopre fragile e, complici le difficoltà burocratiche ed economiche che ostacolano la realizzazione del documentario, si trova a fare seriamente i conti con il proprio narcisismo. Senza soldi per portare avanti il progetto, finisce per svendere il proprio film a un’ammaliante casa di produzione, la Megaproduzioni, che gli chiede solo una piccola modifica: al fine di corrispondere alle esigenze patinate di una paradossale grande produzione da blockbuster, gli viene chiesto di eliminare dal progetto i fidati ma non troppo fotogenici collaboratori con i quali, fino a quel punto, aveva condiviso la strada. Gipi si troverà così ad accondiscendere alle richieste della temibile capa senza scrupoli della Megaproduzioni (una splendida Anna Bellato, che torna a lavorare con Gipi dopo L’ultimo terrestre); tradirà la propria storia, che verrà trasformata in una grottesca farsa con un Gipi tirato a lucido e due “attrici famose” a fargli da spalla (il divertente cameo di Jasmine Trinca e Kasia Smutniak); e, soprattutto, tradirà i suoi compagni di viaggio.

Gipi fa tutto questo per la sua sincera volontà di raccontare la storia, ma non si rende conto che, così facendo, il suo narcisismo (assieme alla fragilità che questo si porta dietro) straborda e si trasforma in un sopruso che ferisce profondamente i suoi compagni. Quando la spietata Megaproduzioni scaricherà anche lui, tuttavia, Gipi si troverà a supplicare gli amici traditi di ritornare da lui per portare a termine l’impresa e sarà costretto ad affrontare seriamente le propria fragilità e le conseguenze che il proprio narcisismo ha avuto sui suoi compari. In fondo, uno di loro non chiedeva altro che una maglietta personalizzata col nome per ogni componente del progetto (la maglietta del manifesto del film), avanzava cioè l’esigenza – a suo modo narcisista e teneramente fragile – di essere riconosciuto come parte di un tutto, come giocatore effettivo in una squadra, come membro reale di un gruppo.

La potenza del film di Gipi – un film che ha innanzitutto la qualità di affrontare temi seri facendo ridere di continuo: dalla scena iniziale con un Domenico Procacci, nel ruolo di se stesso, che rimane basito di fronte a un Gipi che si profonde in un’iperbole di volgarità verbale a quella in cui lo stesso Gipi si trova a cantare, nei panni di una sorta di improbabile Wanda Osiris, il brano Sono una faccia di merda – sta nell’intelligenza con cui, in un modo personalissimo, si arriva a scandagliare le fragilità del nostro narcisismo.

Gipi non sembra affermare semplicisticamente che il narcisismo è una cosa cattiva e che non bisogna essere narcisi (l’esibizione di umiltà, del resto, coincide troppo spesso con una delle forme più perverse di narcisismo). La potenza del film sta piuttosto nel riconoscere il dato di fatto che tutti, probabilmente almeno una volta nella vita, abbiamo sentito l’esigenza di dire “io” e abbiamo voluto sentirci dire “sei stato bravo”. E che il problema non sta tanto nella legittima aspettativa di un riconoscimento, quanto nel comprendere di non essere i soli a rivendicare tale esigenza. Un concetto che si concretizza in una scena specifica: mentre scorrono sullo schermo dei filmini in Super8 in cui dei bambini giocano ai cowboy, Gipi si interroga – voce fuori campo – se anche i suoi amichetti si divertissero, quando li costringeva a indossare gli stivali anni Settanta della sorella e a fingere di spararsi l’un l’altro.

Probabilmente la questione del narcisismo si fa problematica – ma qui, a partire dal film, si va oltre il film – quando l’affermazione legittima del proprio io coinvolge situazioni più complesse. Quando questa dinamica si inserisce, per esempio, nella dimensione politica. Quando il profilo psicologico del narcisista, una persona la cui specificità si fonda sull’«incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra», diventa un soggetto centrale nella vita pubblica della nostra società (come ha sostenuto recentemente G. Orsina in La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolica, Venezia, Marsilio, 2018). E quando una situazione con al centro questo tipo di istanze produce «la celebrazione dell’opinione rispetto alla conoscenza, dei sentimenti rispetto ai fatti» e porta al potere narcisi all’ennesima potenza come Donald Trump (come sottolinea un altro recente saggio, quello di Michiko Kakutani, La morte della verità. La menzogna nell’era di Trump, Milano, Solferino, 2018) oppure come alcune personalità politiche più nostrane, si potrebbe aggiungere. La questione del narcisismo si fa problematica fino a diventare drammatica, quando, insomma, si costringe a giocare ai cowboy non solo i propri amichetti, ma un intero Paese e la pretesa di affermazione e di autorappresentazione di chi è chiamato ad agire per il bene comune, sovrasta l’effettiva azione verso tale fine.

Senza andare a rispolverare improbabili (ma nobili) impostazioni platoniche per le quali il miglior governante è quello che non vuole esserlo, si tratta di interrogarsi sullo spostamento dell’attenzione – più voluto che accidentale – dalle questioni importanti, come le manovre economiche o le conseguenze di una catastrofe naturale, alle inutili (oltre che volgari) stories su Instagram riguardanti il privato di chi, poniamo, fa di mestiere il Ministro della Repubblica.

Al di là di discorsi più generali (assenti nella storia di Gipi, ma forse almeno in parte coerenti con essa), Il ragazzo più felice del mondo ci spinge a riflettere sul nostro stare assieme. A guardare cioè, direttamente e senza infingimenti, a quella dimensione così semplice (forse addirittura banale), ma allo stesso tempo così complicata da praticare con costanza, nella quale i nostri “io” devono trovare un modo, se non ottimale, almeno sensato di interagire con i tanti “io” che ci circondano; quella dimensione in cui ci siamo noi, che vogliamo essere noi – perché ci sembra tutto sommato anche un po’ giusto volerlo – e ci sono anche gli altri, a cui sembra altrettanto giusto e legittimo esserci e porre la propria volontà di esserci. Altri narcisismi e altre fragilità nei confronti dei quali, per dirla con Kant, ci si deve rapportare «sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo».

Gipi punta il proprio obiettivo cinematografico sul difficile equilibrio tra il narcisismo legittimo (possibilmente innocuo) e la fragilità nostra e degli altri, tra il voler essere al centro del proprio film e la necessità di immaginarsi come l’episodio secondario della vita altrui, per riprendere Smith. Mette in questione le nostre aspirazioni, senza condannarle, ma cercando di trovare quel difficile bilanciamento tra il voler dire qualcosa nel mondo, perché si sente il bisogno di dirlo, si sente l’esigenza e forse la necessità di farlo, e il fatto che il volume del nostro dire quel qualcosa non deve sovrastare la voce degli altri. Lo stesso narcisismo – si spera innocuo – che porta a scrivere qualcosa, certo di non necessario, su un film decisamente “disegnato” bene.

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