Le immagini nei romanzi

Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore.

di Gianluigi Ricuperati

John Berger. Tiziano Scarpa. Leanne Shapton. Andrè Breton. W.G. Sebald. Javier Marias. Geoff Dyer. Alberto Savinio, Aleksandar Hemon, Joyce Carol Oates. Roland Barthes. Bruno Schulz. Marco Belpoliti. Susan Sontag. Roberto Calasso. Luc Sante. Lawrence Weschler, Andrea Cortellessa, Alain Robbe-Grillet. Gianni Celati. Julio Cortàzar, Matteo Codignola, Ben Marcus, Rick Moody, Italo Calvino, Georges Perec. Questo articolo potrebbe essere un frammento di libro dei nomi – ma quale comune denominatore li tiene insieme? Sono tutti autori letterari, certo. Di ogni nazionalità, estrazione ideologica, etnica, religiosa, filosofica. Molti non ci sono più. Parecchi sono dei classici. Certi sono nel mezzo. Ci sono romanzieri, prosatori, critici, saggisti, scrittori di racconti. Ma tutti, almeno una volta, hanno pubblicato un’opera in cui le immagini e le parole si compenetrano, si interrogano vicendevolmente, si supportano, si avvicinano o si allontanano pur essendo giustapposte. Immagini di ogni genere, dalle fotografie ai disegni, dai materiali disomogenei, d’occasione, fino a operazioni visive concertate per l’occasione. Naturalmente per alcuni l’esperimento è stato sporadico – un atto minoritario – ma per altri è diventato parte integrante di una poetica, bastone da ricerca, strumento radicale di rabdomanzia sulle tracce delle proprie forme.
È un tema che ritengo centrale nell’esperienza letteraria contemporanea – basta la qualità media sprigionata dall’elenco di cui sopra per accorgersene. Da quando mi è capitato di pubblicare alcuni saggi e reportage, ciò che gli americani chiamerebbero literary non-fiction, di rado sono riuscito a tenere fuori dall’involucro del testo la pressione di immagini che volevano, o dovevano, o potevano aggiungervi qualcosa, distorcerne la traiettoria, influenzarlo o esserne influenzate. In un romanzo di prossima uscita inserirò tre frammenti di un album di figurine che nella finzione cambia la vita del protagonista, ma che per incanto esiste anche nella realtà dello sventurato scrittore. Il lettore perdonerà il riferimento personale, ma è d’obbligo. Stiamo parlando di una questione culturale rilevante. Viviamo nell’apice di produzione iconografica di tutta la storia umana – solo le macchine digitali e i telefoni producono miliardi di nuove immagini ogni anno, e questo fa la differenza. È una mutazione ambientale, percettiva, cognitiva, quasi fisica: se tutte le fotografie messe al mondo fossero specchi e ricoprissero il globo, il Sole stesso verrebbe cancellato dalla potenza della rifrazione.
Negli ultimi mesi, solo in Italia, sono usciti almeno cinque testi importanti di autori che scrivono o vivono nel nostro paese, e ciascuno di essi contiene immagini – disegni, fotografie, litografie. Si tratta del Cimitero di Praga di Umberto Eco, di Persecuzione di Alessandro Piperno, Vita e morte di un giovane impostore raccontata dal suo migliore amico di Cristiano de Majo, Autopsia dell’ossessione di Walter Siti e Insegnami la quiete di Tim Parks. La presenza iconografica in questi libri è piuttosto variegata, ed è necessario essere consapevoli che il peso di un disegno a fumetti e di un’incisione del Settecento sono differenti da quelli di una fototessera o dei raggi X: producono conseguenze diverse, irradiano un’aura che semplicemente non è assimilabile. Il bestseller di Eco gioca magistralmente con la notoria erudizione dell’autore, e a tutti gli effetti anche le immagini, che costellano la narrazione con puntualità, sono oggetti da feullieton: provengono infatti dalla vasta collezione privata del semiologo più famoso del mondo, e in certi passaggi sembra addirittura che alcune scene siano state scritte a partire da queste avventurose chine di Sette-Ottocento – una sorta di grado zero dell’ekphrasis (l’arte di descrivere un quadro con le parole), ma al contrario, dall’immagine al testo. Il romanzo di Piperno, peraltro bellissimo, presenta invece inserti visivi che rimandano allo stile dei fumetti della Bonelli, tratto rapido di matita su sfondo bianco, non sono all’altezza della qualità di scrittura: didascaliche anch’esse, paiono provenire da un desiderio autoimposto di decorazione, che in verità non aggiunge nulla alla caratura romanzesca messa in scena. Nell’interessante libro di de Majo le parti non strettamente testuali sono elementi integranti della storia raccontata: si tratta di materiali pop, di provenienza spuria, addirittura poverista e trash, come le cartoline da souvenir che punteggiano il secondo capitolo. Walter Siti gioca su un piano più complesso, mettendo appunto in moto una sottile macchina di ekphrasis, descrizioni di descrizioni visive concertate dal romanziere d’accordo con diversi fotografi, con il medesimo corpo maschile ritratto in pose e dettagli che quasi sembrano spingere per fare il proprio ingresso nel testo, ma senza rinunciare all’autonomia dell’icona. L’eccellente memoir di Parks, per finire, conduce sulla pagina le rappresentazioni degli oggetti, spesso banali, che segnano il corso doloroso di una malattia e del modo di affrontarla: boccette di medicine, paesaggi della guarigione, grafici di valori delle componenti chimiche umane. Il modello, qui, è senza dubbio il grande Sebald, moderno genitore dell’alleanza tra parola e immagine, molto amato da Parks e purtroppo imitato senza la medesima magia – ma come fargliene una colpa? Sebald ha fatto meglio di tutti gli animi letterari più sensibili del nostro tempo ciò che tutti gli animi sensibili del nostro tempo avrebbero voluto fare prima di lui. I suoi quattro capolavori, da Vertigine ad Austerlitz, concepiti all’alba della grande ondata digitale di cui dicevo poco fa, costituiscono tuttora un’ispirazione sorgiva. In un’intervista rilasciata a Eleanor Wachtel nel 1997, Sebald dice una cosa illuminante: “la funzione delle fotografie è anche quella di arrestare il tempo. La fiction è una forma d’arte che muove sempre verso il compimento, la fine, senza prevedere fermate. Le fotografie servono a questo, nei miei testi: portano fuori dal tempo, a una contemplazione più simile a quella delle arti visive, come davanti a un quadro in un museo.”
Ecco il punto dolente e cruciale – la connessione con le arti, un rapporto profondo e abituale, informato, una visitazione disposta all’apprendimento e all’insegnamento costante e reciproco, è la conditio di qualsiasi intervento iconografico serio nella narrativa letteraria che ci aspetta. Quasi tutti i romanzi che ho citato sono un passo in questa direzione – ma si può andare ancora in avanti, rifiutando ogni tentazione pleonastica. Se le immagini devono esserci, che siano una prosecuzione della scrittura con altri mezzi. E che gli amici regalino agli scrittori abbonamenti a riviste d’arte e fotografia colte ed eccitanti come Frieze, Parkett, Aperture o qualsiasi altra che garantisca una buona informazione sulle ricerche più avanzate dei nostri contemporanei. Altrimenti, come succede nella prima memorabile visione del Gli emigrati di Sebald, incontreremo sempre più spesso ciò che trova il narratore, alla ricerca del proprietario dell’immobile che vorrebbe affittare, nella campagna inglese, quando gli viene raccontata la storia di due eccentrici locali che avevano fatto erigere una riproduzione esatta del Castello di Versailles, ma solo nella sua facciata: “un fondale privo di qualsiasi scopo, ma visto da lontano di notevole effetto, le cui finestre erano scintillanti e cieche esattamente come quelle della casa di fronte alla quale ci trovavamo noi adesso”. Un avvertimento, per tutte le illustrazioni dei nostri romanzi futuri.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Commenti
2 Commenti a “Le immagini nei romanzi”
  1. behemoth scrive:

    Il riferimento personale non è d’obbligo ma è l’unico motivo dell’articolo.
    Ma è possibile essere così innamorati di se stessi e fare lo scrittore?
    Ma un tentativo di contatto con il lettore che non sia “ehi guardate quanto son fico guardate quante robe cito quante cose conosco” è possibile?
    Che vuoto! Sembra di leggere un personaggio di Ellis nello sfoggio salottiero della sua sapienza.
    “strumento radicale di rabdomanzia sulle tracce delle proprie forme.”
    “ma si può andare ancora in avanti, rifiutando ogni tentazione pleonastica.”
    Ma quanto è bello il mio ombelico non ti dico. No non lo dire.
    Comunque la foto è bella.

  2. francesca scrive:

    senza offesa, ma vedere tiziano scarpa, adrea cortellessa e altri nell’elenco con barthes fa rabbrividire… un filo pretestuoso e “citiamoci a vicenda”;)

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