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Le impalcature della malinconia, il romanzo del ritorno di Mario Benedetti

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di Alice Pisu

Il romanzo del ritorno di Mario Benedetti, Impalcature, appena uscito con la traduzione di Maria Nicola da Nottetempo, traccia i tentativi di una ricostruzione messi in atto da chi decide, dopo oltre dieci anni di esilio, di ricongiungersi alla terra natìa, l’Uruguay, confrontandosi però con i traumi generati dagli stravolgimenti sociali e politici della dittatura. Emerge un racconto solo in apparenza disarmonico, per la scelta di strutturarlo slegandosi dalla tradizionale forma romanzo in favore di una costruzione per frammenti, rimandi temporali e inserimenti di voci che si alternano a quella del protagonista Javier.

Attraverso un insieme di impalcature narrative caratterizzate dalla frammentarietà che definisce i ricordi, Benedetti delinea la costruzione immaginaria della storia di un uomo, attuando continue immersioni nella memoria e un contemporaneo distacco dalla realtà.

La frammentarietà del ricordo cela la sua natura ingannevole, anche nell’accostarsi a luoghi che sono associati a un tempo, portando, così, il protagonista a vestire la nostalgia della forma della casa dell’infanzia; delle premure nei gesti della madre Nieves; del vuoto generato dall’assenza del padre e occupato, nella personale impalcatura che lo sorregge, da Don Angelo; dei sogni, tra desiderio e tormento, che si rincorrono nel suo immaginario.

La scelta di non piegarsi a un formato narrativo statico viene presto chiarita al lettore: “Come avviene nelle impalcature reali, anche da queste, più o meno metaforiche, può capitare che qualche personaggio precipiti nel vuoto, un vuoto spirituale. Ora, se le impalcature, reali o metaforiche, non sono di suo interesse, consiglio al lettore di chiudere il libro e andare a cercarsi un romanzo vero, di quelli che cominciano e finiscono”.

È anzitutto questa scelta formale a innescare un’indagine sul corpo che innerva l’intera narrazione anche attraverso innesti poetici, perché è nel verso che Benedetti rintraccia l’arma primaria di denuncia e di lotta, anche politica, per staccarsi dall’artificio d’invenzione in favore del racconto interiore, convinto, come scriverà in un haiku, che la poesia racconti abissi che la prosa tace.

L’indagine sul corpo richiama, al contempo, la dimensione del singolo resa nella ricerca di sé del protagonista attraverso l’esercizio del ritorno, e quella di un paese che cerca di riaffermare la propria identità confrontandosi col significato di patria, di democrazia, di lotta per la rivendicazione dei diritti, seppur nel conflitto vissuto con la memoria.

“Solo una cosa non c’è, ed è l’oblio”, sostiene Borges. Riecheggia questa consapevolezza nei pensieri del protagonista Javier, che prende presto coscienza della difficoltà generale a parlare del passato, che però per lui si tradurrà nell’autoimposizione di una resistenza alla dispersione, anche a costo di “annaffiare ogni sera i propri rancori”.

Benedetti si addentra negli esiti della malinconia, della solitudine, della rassegnazione davanti all’impossibilità di un reale ritorno inteso come un riconoscimento di quanto lasciato in luoghi che rappresentano un passato irraggiungibile, attraverso i tentativi di Javier di riappropiarsi di una parte di sé lasciata alla partenza. Non un mero bilancio esistenziale ma l’avvio di un’indagine, inevitabilmente inesaurita, che parte dal modo di affrontare il distacco dalla moglie Raquel e dalla figlia Camila, per cercare risposte nel riavvicinamento con amici e compagni di lotte sociali, con la madre Nieves e con i fratelli.

L’intera produzione letteraria di Benedetti è dominata dalla riflessione sulle costruzioni personali che definiscono l’individuo, a partire da un’idea di coscienza e di giustizia davanti alle quali fare i conti nel tessere i fili della propria vita, anche attraverso i traumi, come quelli che in Impalcature sono legati alla prigionia e riemergono dalla voce di amici finiti in carcere durante la dittatura: “Nella caverna personale di ciascuno non esiste cautela, né circospezione, né reticenza, i rimproveri si sovrappongono alla malinconia, e a ogni svolta del raziocinio, al termine di ogni via tentata dal rimuginare, c’è sempre un muro che è la mancanza di libertà, quella frontiera purulenta e rovinosa che impedisce il proseguimento della vita”.

In quelle esistenze logorate dalle separazioni e dalle partenze, Mario Benedetti inserisce anche la propria, quella del poeta, narratore, giornalista, dirigente di primo piano del Movimento delle Indipendenze 26 marzo, che dopo il colpo di Stato nel 1973 si sarebbe diviso prima tra l’Argentina, il Perù, Cuba e la Spagna, per tornare in Uruguay solo dopo dieci anni, lontano anche dalla moglie Luz Alegre.

Il ritorno è il vero oggetto d’indagine narrativa in Benedetti in relazione alle ragioni dell’esilio. L’idea di abitare di nuovo la casa dell’infanzia, che nella sua poetica assomma a sé l’idea di patria e di coscienza al tempo stesso, racchiude il modo personale di rapportarsi all’esilio. E, come scrive ne Il diritto all’allegria (Nottetempo), in fondo qualsiasi esilio è l’inizio di un’altra storia, fatta di dolore e scoperta insieme, “ha qualcosa di simile all’abbandono, ai piccoli spaventi, alle aspettative irraggiungibili, al fiore di un giorno”. In tal senso la casa rappresenta il terreno d’investigazione non solo nel rimarcare la natura ingannevole dei ricordi e permettere continui distacchi dal reale, ma per raccontare, a partire dalla descizione della fragilità del nucleo famigliare, per estensione le fratture generazionali della seconda metà del Novecento, come anche in Grazie per il fuoco (LaNuovaFrontiera).

La prima elaborazione interiore del ritorno risiede nel modo di rapportarsi al tempo, resa anche nella scrittura che, attraverso un gioco di sovrapposizioni, restituisce gli esperimenti intrapresi dal protagonista nell’identificare nel passato l’unica stagione che cresce ogni giorno, un cimitero in cui giacciono speranze e chimere, come ricorda al lettore nelle sue ultime prose. Tra quei resti riposano aspettative disattese un tempo mosse da esplorazioni del sentimento amoroso. Ciò che non è oggettivabile può assumere le sembianze del desiderio quando si confina nell’immaginario ciò che si è incapaci di afferrare, come accade a Javier nel ripensare all’oggetto dei suoi sogni tormentati, o nell’osservare ciò che resta in chi sceglie di lasciare andare la persona amata aggrappandosi alla convinzione dell’impossibilità.

Ogni poema e prosa di Benedetti è sorretta dal dialogo costante tra memoria e utopia. Racconta la natura del ricordo e rintraccia percorsi emotivi che distorcono la realtà per darle una forma alternativa, congelando la nostalgia per rifuggire il presente, come in quella “rettifica della memoria” vissuta davanti alla tomba del padre. A partire dai frammenti del ricordo che, nel sedimentarsi, definiscono la natura del suo presente, l’individuo può riconoscere il senso della propria esistenza in funzione dell’appartenenza alla società resa anche nelle battaglie condotte in virtù di quella coscienza collettiva, e cercare di contrastare una miseria morale generale anzitutto provando a “saltare i fossati dell’indifferenza”. Sarà questa impronta a caratterizzare gli interrogativi di Benedetti sul significato di patria, quella che per Fernando Pessoa “è dove non sono”: l’alienazione vissuta nella percezione della non appartenenza a quei luoghi, di un nuovo esilio nel ritorno.

La patria è l’oggetto primario di indagine che muove l’intera produzione letteraria di Benedetti: ne Il diritto all’allegria assume le sembianze di un fantasma che appare di notte pronto ad aprire le sue ali, sparire nelle tenebre “e lasciarci stranieri per un lungo minuto”. Le vicende politiche dell’Uruguay e le voci dei suoi protagonisti diventano il mezzo usato da Benedetti per allargare la riflessione sull’incapacità generale di rapportarsi a un’idea di democrazia senza doversi confrontare con la distanza, il pregiudizio, la sfiducia che il cambiamento attraversa. Tema legato a quello della perdita nel tratteggiare non solo i sentimenti dell’esilio ma quelli del “disesilio”, come in Grazie per il fuoco, dove la descrizione di un conflitto dal suo interno è resa nell’impossibilità di una classe sociale di riscattarsi da quello che poi ne La tregua definirà il totale degrado dei costumi. Nell’indagine su una realtà che appare al contempo familiare e estranea, tra affondi analitici e riflessioni politico sociali, emergono i tentativi di fissare la nuova immagine di un paese in ridefinizione, attraverso i dialoghi con ex militanti sull’idea di stato, il senso dell’identità e il concetto di popolo, e quelli con i giovani che vivono la rassegnazione del presente, oscillando tra la disperazione e la noia, incapaci persino di “imparare la malinconia”.

L’osservazione degli esiti degli avvenimenti storici sulla società uruguayana porta il protagonista di Impalcature a riflettere sull’attitudine all’isolamento dei “figli del rigore”: “Più passa il tempo, più erigiamo barriere attorno ai nostri sentimenti, volontariamente, senza che le circostanze ce lo impongano. [..] Ci creiamo i nostri rigori privati e poi non possiamo fare a meno di rimanervi fedeli”.

È il racconto di un ritorno fatto di volti e di voci, Impalcature. L’osservazione di una trasformazione che ancor prima che storica è percepita come una variazione dell’atmosfera, “un certo compromesso etico, come se la città avesse un’altra aria, la società un’altra inerzia, la coscienza un’altra noncuranza e la solidarietà altri vincoli”. La scrittura allora può rappresentare uno strumento per provare a mettersi in ascolto, anche di quella voce dei silenzi capace di rivelare “più segreti delle grida”, perché come scrive nel 1999 nell’Angolo di Haiku: “Tanto assordanti/ poche cose ci sono/ quanto il silenzio”.

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