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Le imperfette, il nuovo romanzo di Federica De Paolis

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(fotografia di Alberto Bogo)

Che la verità non esista, che il caso possa a volte essere determinante così come, invero, lo possa essere con eguale forza la volontà, che ciascuno custodisca in sé frammenti d’angelico e d’infernale, ma soprattutto che non siamo mai totalmente consapevoli di ciò che facciamo e soprattutto di quel che proviamo sono solo alcune delle considerazioni che viene voglia di fare leggendo Le imperfette, l’ultimo romanzo della scrittrice romana Federica De Paolis (DeA Planeta, 304 pagine, vincitore dell’omonimo premio) da pochi giorni in libreria.

In questo suo nuovo lavoro, infatti, De Paolis riporta il lettore in quello stesso mondo interiore cui lo aveva condotto nel precedente Notturno salentino (Mondadori, 2018), fatto di interiorità e di trama, sapientemente mescolate, ma qui amplifica le risonanze emotive, i non detti, la percezione che le motivazioni possano sfuggire e la realtà complicarsi inesorabilmente.

L’impressione, come accade quando si legge un romanzo di ogni buon narratore, è che troneggino i fatti: Anna e Guido non si amano più. Lei lo tradisce con Javier, un giovane papà conosciuto all’asilo del figlio maggiore, lui invece, chirurgo presso la prestigiosa clinica estetica del padre di lei, sembra avere un rapporto elettivo con Maria Sole, una bellissima creatura infelice che lì lavora e che sin dalle prime pagine inquieta Anna e anche chi legge. La scena si apre sulla neve: Anna è in montagna e cerca disperatamente e con urgenza un passaggio in auto perché è in gioco qualcosa di molto importante. Si tratta probabilmente di vita o di morte, lei lo sa.

È nel lungo flash back che segue (per tornare poi ancora lì, in alta quota, alla fine del libro e allontanarsene offrendo un respiro di sollievo nell’epilogo) che scopriamo gli antefatti: non è – solo – questione d’amore, come mai è in realtà: la clinica si trova al centro di uno scandalo che coinvolge Guido e il suocero Attilio, e rivela ad Anna molto più di quello che lei avrebbe mai voluto, forse, sapere.

Ecco che la sua propria colpa, quell’amore consumato con passione al pomeriggio in casa di Javier dalle cui finestre può guardare, quasi con imbarazzo, i loro figli giocare nel contiguo cortile della scuola, diviene niente al confronto con l’ordito messo in piedi dai chi più le è vicino, senza che lei lo immaginasse o, addirittura, che se ne interessasse neppure.

Anna, Maria Sole, Guido e Attilio si spostano, come alfieri degli scacchi lungo le diagonali, dalle caselle che hanno scelto per sé fino a posizioni nuove, precarie, e paradossalmente già occupate. In qualche misura De Paolis riscrive il tema del doppio e dello specchio: c’è lui, lei, l’altro, l’altra e l’altro ancora, che sovrappongono e confondono, come nella tragedia antica, il vincolo sociale a quello del sangue. Anna e Maria Sole sono antagoniste – è vero – ma sono anche questa il compimento e il completamento di quella, proprio perché continuamente riempiono (o cercano) ciascuna gli spazi dell’altra. Di moglie, di figlia, di amante e persino di madre.

Lo stesso accade per Guido e Attilio, che condividono due volte le stesse donne seppur da posizioni antitetiche, e sono il capofamiglia e il nuovo leader, il maestro e il discepolo: coloro che mai dovrebbero tradirsi e che inevitabilmente invece, come condotti da una forza esterna (il desiderio di potere? la potenza coercitiva esercitata dal femminile?), quasi sempre lo fanno, distruggendosi a vicenda e rischiando di coinvolgere nel crollo fatale anche chi nulla deve pagare.

Sono i bambini, rappresentanti impotenti del legame tra gli adulti, posseduti e scambiati, desiderati e al contempo paradossalmente allontanati. Lo sguardo della scrittrice su di loro si posa con una cura particolare, una carezza lieve (anche se nulla in De Paolis è mai carezzevole, specie nella lingua: tesa, asciutta e a volte piacevolmente ossimorica) espressa dalle apprensioni di Anna, che li veglia, e dalla cura dei quali è allo stesso tempo imprigionata.

Un dettaglio trascurabile, eppure simbolico, della storia è l’esistenza di un tesoro nascosto: una collezione di sterline d’oro che diventano bracciali o pendagli per molte, tranne per colei cui spetterebbero di diritto. Anna però, anche se non “possiede” ha il dono di “vedere”.

Gli occhi (come in parte il corpo tutto) tornano in questo romanzo come un’ossessione, ora chiusi nel piacere (notevoli le pagine in cui l’autrice descrive gli amplessi degli amanti) o semiaperti alla ricerca di uno sguardo d’intesa,o ancora spalancati nel terrore e finalmente nella salvezza. O addirittura scuciti, come quelli dell’orsetto infeltrito della figlia Natalia, che l’hanno fin fatta piangere dal terrore.

Anna è per tutto il romanzo anche lo sguardo di chi legge: alla continua ricerca di una verità, di fatti e di emozioni, che fa di lei un’imperfetta, come le persone tutte: “Le imperfette. Ora si sentiva lei come loro, una donna come le altre. Perché era così che suo padre e suo marito classificavano le donne. Ma questo pensiero le balenò alla mente come una liberazione, perché essere imperfetta significava essere fallibile ma anche avere accesso alla verità. Uscire dalla bolla”.

Valentina Berengo. Veneziana, è ingegnere e dottore di ricerca in Ingegneria geotecnica. Redattrice alla Padova University Press, scrive di narrativa per diverse testate tra cui minima&moralia, Il Foglio, Il Bo Live, è cofondatrice del progetto editoriale “Personal Book Shopper – dimmi chi sei e ti dirò cosa leggere” e ideatrice della rassegna letteraria “L’anima colta dell’ingegnere”. Nel 2016 pubblica il suo libro d’esordio “L’incanto dentro”.
Commenti
Un commento a “Le imperfette, il nuovo romanzo di Federica De Paolis”
  1. Luigi scrive:

    Grazie Valentina, mi ha fatto venire una voglia tremenda di leggere Le Imperfette!!

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