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Le inutili pseudoanalisi sul libro di Gian Arturo Ferrari

di Andrea Libero Carbone

Libro di Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri) è un testo strutturato in forma di saggio, una sorta di riflessione storica sul libro in quanto tale. O meglio una cronistoria dell’evoluzione del libro dall’invenzione della scrittura ai giorni nostri, che l’autore scandisce in tre tappe: manoscritto, stampato, digitale. O ancora più precisamente un riassunto, di andamento compilativo, dall’autore stesso definito «scheletrico», che manca di un taglio. Non che dichiari e poi disattenda pretese di originalità, ma i materiali, di seconda mano, sono raramente convocati come strumento di lettura del presente. Ne risulta una lunga giustapposizione di eventi puntiformi dove si fatica a cogliere una tesi, che culmina con l’irruzione dell’e-book, numinoso, ineffabile.

L’apogeo della storia del libro sembra collocarsi ad avviso dell’autore nella seconda fase, l’epoca della stampa, ed è indicato nell’editoria industriale, che opera la radicale trasformazione «del libro in prodotto»: «[s]e i libri hanno potuto nella realtà dei fatti tenere in gran parte fede alla loro vocazione illuminista e progressista e migliorare la vita degli uomini – osserva Ferrari – lo si deve in larga misura alla spesso e tanto deprecata editoria industriale». Poche pagine dopo apprendiamo però che «[p]iù copie più guadagno è insomma la logica iscritta nella forma industriale dell’editoria» e ancora che «[n]ell’editoria industriale cambia il soggetto. Che non è più il libro, ma diviene la produzione […]. La preoccupazione principale dell’editore industriale è ora quella di trovare di che alimentare le proprie macchine, in una spinta alla crescita in linea di principio inarrestabile». Questa contraddizione della modernità dilaniata tra progresso delle sorti umane e alienazione, compresa l’angoscia della macchina e del capitale, che sembrano obliare il libro di cui pure propiziano l’acme, ci viene consegnata tale e quale anch’essa, senza azzardare ipotesi.

Meno avaro di spunti interpretativi Ferrari si rivela quando abborda un argomento che deve conoscere di prima mano per via della sua esperienza di editor: lo sviluppo dell’“editoria di conoscenza”, vale a dire del variegato universo che racchiude la saggistica scientifica più o meno specialistica e la manualistica scolastica, universitaria, tecnica, pratica ecc. Qui, in piena coerenza con l’assunto secondo cui l’editoria industriale è editoria di successo, l’autore arrischia una previsione: «[n]on solo assomiglia di più a un settore a pieno titolo industriale, ma tra i settori industriali si colloca tra i più avanzati. Se esiste un business del libro, è questo». Il business di cui parla Ferrari consisterebbe insomma nella trasformazione della conoscenza da «pulsione principale dell’uomo, come pensava Aristotele, nel più grande business mai visto», posto che «“[s]ocietà della conoscenza” non è un’espressione retorica e non significa neppure, con tutto il rispetto, la riscossa delle professoresse. Significa, brutalmente, che la conoscenza è una merce, un prodotto».

Ora, a parte l’effettiva brutalità delle sue affermazioni, stupisce che Ferrari non tenga alcun conto dei travagli che ormai da anni agitano l’editoria di conoscenza, dal dibattito sull’Open Access e sulle nuove enclosures poste alla diffusione del sapere dagli editori scientifici alla crisi dei prezzi delle riviste scientifiche, dalle polemiche sul sistema delle revisioni paritarie al fenomeno della dilagante diffusione della didattica on line. Basti ricordare il boicottaggio di Elsevier che coinvolge oggi quasi quindicimila studiosi in tutto il mondo (lo avviò Tim Gowers, matematico peraltro tradotto da Einaudi).
Quanto all’editoria di varia, invece, e più in generale nelle pagine dedicate ai mutamenti recenti del sistema libro, non troviamo traccia di analisi delle possibili cause della crisi, men che meno delle questioni che hanno agitato il dibattito dal 2008 in qua: le condizioni del lavoro editoriale, strutturalmente precario e sfruttato; la finanziarizzazione delle dinamiche produttive e distributive e le concentrazioni verticali che riuniscono sotto una stessa proprietà funzioni diverse della filiera; la questione della proprietà intellettuale e delle nuove forme di fruizione. Unica eccezione, le concentrazioni orizzontali, che ispirano a Ferrari un’altra delle sue rare esegesi: disegneranno una contrapposizione tra pochi grandissimi gruppi industriali dediti a all’editoria come forma di marketing e un pulviscolo di piccoli editori di catalogo di impostazione artigianale.

C’è, a dire il vero, una pagina in cui l’autore prova a giustificare teoricamente la mancanza di una presa di posizione su queste e altre questioni: «[i]l libro come nozione, come unità concettuale, aveva consistenza in quanto riferito a un oggetto fisico. Scomparso o in via di sparizione quello, è molto difficile identificare il criterio in base al quale certi testi, certe forme testuali, si possono definire libri e certi altri no. […] Dunque non esiste, se non in termini tanto generici da essere persino fuorvianti, un futuro del libro. Esistono invece numerosi e diversi futuri per numerosi e diversi tipi di libri, ammesso che si possa continuare a chiamarli così». I confini di questa materialità del libro risultano però indefiniti, o almeno l’autore non prova a definirli. Se il libro è quella cosa che compare con l’invenzione della stampa e poi con l’industrializzazione, del libro non c’è neppure un passato. Se invece la tolleranza della varietà di forme fisiche va tarata, per così dire, a grana più grossa, non si capisce per quale ragione non dovremmo poter comprendere in un unico discorso anche un’evoluzione che preveda forme immateriali. Il tentativo di precisazione si risolve insomma o in una tautologia o in una gran confusione.

Questa lettura rimane però, va detto, istruttiva. Atteggiandosi a osservatore di processi quando era chiamato a prendere posizione, Ferrari ha fatto il contrario di quel che, con parole sue, attiene specificamente all’editore: «[t]rovarsi non nelle comode retrovie della cultura, dove per comodità s’intendono i valori accertati e le gerarchie stabilite, ma al contrario sulla pericolosa linea del fronte». Si capisce allora come mai nei cinque anni del mandato presidenziale di Ferrari il Centro per il Libro e la Lettura non abbia svolto alcun ruolo significativo nell’analisi della crisi in atto e nell’elaborazione di linee guida di intervento.

Commenti
5 Commenti a “Le inutili pseudoanalisi sul libro di Gian Arturo Ferrari”
  1. Verna scrive:

    Ferrari è professionalmente ormai un morto che cammina. E’ (o meglio è stato, a livello di conseguenze) per l’editoria ciò che Berlusconi è per la politica. In un certo senso, ai servizi sociaku più di lui. Non capisco perché continuare ad accanirsi su di lui.

  2. Verna scrive:

    “servizi sociali”. Scusate il refuso.

  3. alfredo queirolo scrive:

    Che je frega! Tanto ormai ha fatto i soldi…

  4. Rasputin scrive:

    Siete un pò ossesionati da Ferrari, parlate anche di altro!

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  1. […] interessi che muovono coloro che si interessano di quell’argomento. Al punto che c’è chi è arrivato a qualificare il libro di Ferrari come una “lunga giustapposizione di eventi […]



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