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“Le isole dei pini” di Marion Poschmann: un estratto

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Esce in questi giorni per la casa editrice Bompiani il romanzo breve Le isole dei pini di Marion Poschmann, più nota come poetessa. Reduce da un grande successo in patria, il libro esce contemporaneamente in nove lingue, tra cui l’italiano, a cura di Dario Borso. Riportiamo l’incipit, buona lettura.

Se vuoi sapere qualcosa dei pini –
vai dai pini.
Matsuo Bashō

Aveva sognato che sua moglie lo tradiva. Gilbert Silvester si svegliò ed era fuori di sé. I capelli neri di Mathilda si spandevano sul cuscino accanto a lui, tentacoli di una maligna medusa intinta nella pece. Folte ciocche si muovevano adagio con i suoi respiri, strisciavano verso lui. Si alzò piano e andò in bagno, per un po’ fissò stranito lo specchio. Uscì di casa senza fare colazione. Quando la sera rientrò dall’ufficio, si sentiva ancora sotto choc, quasi tramortito. Il sogno nel corso del giorno non si era dileguato e neanche sbiadito abbastanza da potervi applicare lo stupido proverbio Il sogno è ubbia e crederci è follia. Al contrario l’impressione della notte era diventata sempre più forte, più convincente. Un inequivocabile monito dell’inconscio a lui, l’ingenuo, ignaro io.

Entrò in corridoio, lasciò teatralmente cadere la cartella e mise alle strette sua moglie. Lei negò tutto. Ciò valse solo a dimostrare quanto fosse fondato il suo sospetto. Mathilda gli sembrò cambiata. Oltremodo impetuosa. Agitata. Vergognosa. Lo accusò di essere sgattaiolato via al mattino presto senza salutarla. Brutti. Pensieri. Come. Hai potuto. Tu. Almeno. Rimproveri senza fine. Una misera manovra diversiva. Quasi che la colpa fosse improvvisamente di Gilbert. Lei andò troppo oltre. Lui non gliela fece passare.

Dopo, Gilbert non sapeva più se l’aveva sgridata (probabile), menata (forse) o se le aveva sputato addosso (be’), poteva essere che nella concitazione del parlare gli fosse schizzata di bocca un po’ di saliva, a ogni modo raccattò in fretta due o tre cose, prese le sue carte di credito e il suo passaporto e uscì di casa, e poiché lei non lo chiamò né seguì, continuò lungo il marciapiedi, prima un po’ più lento e poi più veloce, fino alla successiva stazione della metropolitana. Era scomparso nel sottosuolo, aveva attraversato la città come un sonnambulo, si sarebbe detto con il senno di poi, ed era riemerso soltanto all’aeroporto.

Passò la notte al terminal B, coricato alla meglio su due sedie concave di metallo. Controllava il suo smartphone in continuazione. Mathilda non gli aveva mandato nessunissimo messaggio. Il suo volo era al mattino successivo, il primo intercontinentale prenotabile all’ultimo momento.

Nell’airbus in rotta per Tokyo bevve tè verde, vide due film di samurai nel retro del sedile davanti e si convinse ulteriormente che non solo aveva agito bene, ma che il suo agire era stato inevitabile, che sarebbe rimasto inevitabile in futuro, a suo giudizio personale e a giudizio del mondo.

Si era ritirato. Non aveva ribadito il suo diritto. Aveva spianato la strada. A chiunque. A un macho insoddisfatto. Al suo capo, il preside della scuola. A un ragazzino di bell’aspetto appena maggiorenne di cui lei in teoria si occupava. A un supplente. A una delle sue invadenti colleghe. Nel caso di una donna non avrebbe potuto farci niente. Nel caso di un uomo magari il tempo sarebbe stato dalla sua. Avrebbe potuto attendere gli sviluppi, sospendere tutto finché lei non ci ripensava. Era anzi logico che il fascino del proibito prima o poi si sarebbe dissolto. Ma contro una donna era impotente. Purtroppo il sogno su questo punto non era stato del tutto chiaro. Però nel complesso abbastanza chiaro. Molto chiaro. Come se l’avesse presagito. In fondo l’aveva presagito. Già da parecchio tempo. Non era stata sorprendentemente ben disposta nelle ultime settimane? Addirittura allegra? E pure ostentatamente cordiale con lui? Di una cordialità diplomatica che diveniva di giorno in giorno più insopportabile, che sarebbe divenuta del tutto insopportabile se avesse saputo prima cosa c’era dietro. Così invece era riuscita a cullarlo a lungo nelle certezze. E lui si era lasciato addormentare: un chiaro fallimento da parte sua. Non era stato abbastanza in guardia, si era lasciato ingannare perché la sua sfiducia non era cresciuta all’infinito.

L’hostess giapponese, lunghi capelli neri raccolti in un nodo da geisha, gli versò ancora del tè con un sorriso incantevole. Ovviamente questo sorriso non valeva per lui in particolare, ciò nonostante gli attraversò tutto il corpo, come se gli avessero versato addosso un secchio di balsamo. Sorseggiò il tè e notò che lei manteneva quel sorriso passando per tutto il corridoio, che lo donava a chiunque dei passeggeri, immutabile, un fascino da maschera che centrava il suo obiettivo con sconvolgente efficienza.

Aveva sempre temuto di essere troppo noioso per Mathilda. Da un punto di vista esteriore il loro rapporto sembrava integro. Ma a lungo andare non poteva offrirle molto: nessuno svago sociale, nessuna tensione geniale, nessuna profondità di carattere.

Era uno studioso poco in vista, un libero docente. Non era riuscito ad avere una cattedra perché gli mancava il background familiare giusto, perché non aveva saputo allacciare contatti utili, non aveva capito di dover adulare, non si era fatto valere. Aveva compreso troppo tardi che nell’ambito universitario il merito era in secondo o terzo piano, prima contava l’esercizio del potere dentro un sistema gerarchico. Aveva commesso errori, una miriade di errori. Aveva criticato il suo relatore di tesi. Se n’era reso conto troppo tardi. Poi, intimorito, si era defilato nelle situazioni in cui invece avrebbe dovuto mettersi in mostra.

Mentre sotto di lui transitava una spessa coltre di nuvole, nel suo ricordo scivolarono via gli anni passati, un’opprimente massa grigia di umiliazioni e insuccessi. Da giovane aveva creduto di avere un’intelligenza superiore alla media, di spiccare sulla moltitudine di gretti, conformistici prestatori d’opera e di penetrare con filosofico acume le vicende del mondo. Adesso si trovava di nuovo in condizioni precarie, si barcamenava da un contratto a progetto all’altro e si vedeva professionalmente sganciato dai suoi vecchi amici, che avevano scritto cose assai peggiori e mai espresso idee proprie. Amici che, bisognava dirlo, erano molto meno competenti di lui, ma possedevano invece quella furbizia che per la carriera era l’unica cosa utile.

Mentre gli altri si sistemavano in case di proprietà, mettevano su famiglia e si adagiavano nella routine, lui era costretto a svolgere lavori idioti e mal pagati, commissionatigli da gente che disprezzava. Per anni aveva vissuto nell’angoscia di doversi piegare al punto da non riuscire più a connettere. Poi l’angoscia si era attenuata e aveva fatto posto a una generale indifferenza. Eseguiva quanto gli veniva richiesto, impiegava il suo acume nei compiti più stupidi e nel frattempo imparò, purtroppo in ritardo di anni e di decenni, a far buon viso a cattivo gioco, a non mostrarsi mai contrario, bensì favorevole.

L’hostess giapponese venne con un cesto che emanava vapore. Gli porse con una pinza metallica un asciugamano caldo arrotolato. Lui si pulì meccanicamente le mani, strizzò l’asciugamano intorno alle sue articolazioni, lasciò penetrare il calore pungente nel suo polso – che sollievo questa usanza, pensò, che strano questo volo in cui si faceva di tutto per rassicurarlo. Si passò il panno sulla fronte, una mano straordinariamente materna, ma già iniziava a raffreddarsi, se lo mise sul viso, solo pochi secondi, finché fu solo un cencio freddo, umido.

Il progetto che seguiva allora lo aveva reso un esperto in tipologie di barba. Difficilmente superabile quanto a discutibilità, gli garantiva comunque un reddito fisso per qualche anno. E con il tempo gli era persino riuscito di trovare piacevole l’ineffabile argomento, il che del resto corrispondeva alla regola secondo cui l’interesse per i dettagli cresce quanto più ci s’immerge in un sistema. A scuola guida si era entusiasmato per le norme di circolazione stradale, alla scuola di ballo per le sequenze di passi, non è così eccezionale identificarsi con una cosa.

Gilbert Silvester, ricercatore all’interno di un progetto universitario sulle tipologie di barba, sponsorizzato dall’industria cinematografica della Renania settentrionale-Vestfalia, nonché, in percentuali minori, da un’organizzazione femminista di Düsseldorf e dalla comunità ebraica della città di Colonia.

Il progetto indagava l’importanza delle rappresentazioni della barba nel cinema. Entravano in gioco i cultural studies, la teoria del gender, l’iconografia religiosa e questioni filosofiche sui rapporti tra espressione e immagine.

Come sempre si trattava di un progetto di ricerca dove i risultati erano già stabiliti in partenza. Eseguì il lavoro di compilazione, raccolse dettagli, dimostrò con la ricchezza del materiale la sua stessa importanza, attestò l’applicabilità universale delle deduzioni cultural-teoriche e contribuì così alla manipolazione del pubblico su scala mondiale.

La mattina andava in biblioteca, spegneva il cellulare e sprofondava nei quadri di maestri italiani, in mosaici e miniature di codici medievali. Le immagini di barbe erano onnipresenti, e si chiese a lungo come mai interrogativi tanto fondamentali non fossero stati affrontati già da molto tempo. Stili di barba e immagine di Dio era il titolo della sua ricerca, che secondo l’umore del giorno percepiva come enormemente fertile, anzi elettrizzante, o come totalmente assurda e profondamente demoralizzante.

Quale ultimo baluardo della sua resistenza personale, riprese certe abitudini nostalgiche di quando era al liceo. Annotazioni scritte a mano solo con penna stilografica, su taccuini neri con cuciture a filo. Borsa in pelle scurita dai decenni, mai uno zaino di nylon. In ogni situazione, giacca e camicia. Da studente era riuscito così are colpo e affermare lo status di raffinato intellettuale. Adesso tali caratteristiche erano ormai espressione della sua sconfitta. Si aggrappava a valori decrepiti e a strumenti del passato, lo circondava un che di stantio. Aveva tentato di compensare con cravatte postmoderne e fazzoletti da taschino dai colori fluorescenti, ma non era servito a nulla. Nell’ambiente universitario passava per un esteta reazionario. Il fumo di sigaretta gli causava emicranie. Non s’interessava di calcio e non mangiava carne.

Commenti
3 Commenti a ““Le isole dei pini” di Marion Poschmann: un estratto”
  1. Fabrizio scrive:

    Assolutamente interessante, da inserire nell’elenco dei prossimi acquisti

  2. db scrive:

    scusate, all’ottavultima riga è saltato qualcosa (non però nel testo a stampa):

    “riuscito così A Fare colpo”

    (intanto è uscita la versione anglo-americana: https://serpentstail.com/the-pine-islands-hb.html

  3. Hans scrive:

    Lo leggerò in italiano o in tedesco?
    Domanda trabocchetto…

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