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Platone nonostante Platone

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Questo pezzo è uscito sulla rivista Il Caffè Illustrato. (Fonte immagine)

di Giovanni Greco

Le lacrime degli eroi di Matteo Nucci (Einaudi 2013) è, all’apparenza, un libro molto diverso dai precedenti dello stesso autore. Ricordiamo almeno Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie 2009, finalista Premio Strega 2010) e Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie 2011). Dico all’apparenza, perché in realtà un filo o forse più fili li tengono insieme e non si deve dimenticare che del 2009 è anche l’edizione einaudiana del Simposio di Platone che in maniera più evidente, anche se con un taglio completamente diverso, parrebbe l’antefatto de Le lacrime degli eroi.

Già, si potrebbe dire che in principio erat Plato e non solo come sosteneva Heidegger perché tutta la filosofia occidentale si potrebbe immaginare come un’enorme nota a piè di pagina a Platone. Ma perché Platone rientra tra gli interessi scientifici più ricorrenti di Nucci storico della filosofia antica: intendendo con Platone un cambio di paradigma radicale nella storia del pensiero con il quale non è possibile non fare i conti. Ora esiste un Platone della vulgata: il Platone ‘reazionario’, il Platone della fondazione metafisica, il Platone dei filosofi-re, il Platone che bandisce la poesia e il corpo dall’orizzonte delle cose autentiche.

In realtà il libro di Nucci parte dal Platone più umano, allzumenschlich direbbe Nietzsche: quello del corpo a corpo con Omero, che cerca di venire a capo della malia omerica, prospettando una nuova paideia, una nuova educazione che metta definitivamente fuori gioco la mitopoiesi omerica in una forma non sofistico-razionalista, ma con la proposizione di nuovi miti (quelli della Repubblica innanzitutto). È un Platone nonostante Platone (per rievocare un bel libro della Cavarero) quello che compare quasi al principio de Le lacrime degli eroi: un Platone, imbevuto di enciclopedia omerica, irrisolto, contraddittorio, asistematico, moderno in una parola, costretto alla sfida con la sua stessa formazione, il suo passato, la sua passione. Ed è questo processo di umanizzazione del mito che percorre per intero il libro, in una direzione che non comporta mai l’abbassamento e l’umiliazione, ma in realtà la sublimazione e la trasfigurazione della figura eroica non più superman ma non ancora everymano antieroe come il Giàsone di Apollonio Rodio o l’Enea di Virgilio.

In questo senso il libro di Nucci parte dalla constatazione che si è tutti platonici, contraddittori, irrisolti in quanto moderni e che il nostro rapporto con la morte ovvero con il lutto è ancora, nonostante tutto platonico, cioè metafisico,nostalgico e non più omerico, cioè umbratile e senza speranza. La morte che è il filo rosso del libro, nella sua declinazione inesausta di pianto che fiorisce come un canto (da quello di Odisseo quasi al principio dell’Odissea a quello di Achille verso la fine dell’Iliade), segna al contempo l’ossessione della scrittura così come la rivalutazione di un habitus non solo femminile (da prefica per dirla con De Martino), ma eroico, sublime, poetico come è il pianto della nostalgia disperata nei confronti dell’effimero.

Di questo recupero di una dimensione positiva, catartica cioè teatrale, maschile delle lacrime si trovano tracce fino a Platone che pure vorrebbe dissimularle. La morte di Socrate nel Fedone è commovente quanto quella di Ettore in Omero (anche Ettore beve l’amaro calice, perché deve più che per convinzione interiore). Ma dalla trilogia platonica che mette in scena la morte di Socrate (Apologia, Critone, Fedone) si deve comunque ricavare la fede incrollabile nell’immortalità dell’anima. Siamo tutti contraddittoriamente platonici, perché a differenza di Omero, noi abbiamo fatto l’esperienza del teatro, della drammatizzazione della morte sulla scena: Platone, diceva Diogene Laerzio, era un teatrante fallito, mentre Omero è prima del teatro, non conosce la mediazione del doppio teatrale che fa la differenza.

Tutta questa premessa non resta astratta dissertazione, ma investe per così dire la scrittura de Le lacrime degli eroi, che sono in questo stilisticamente molto diverse, seppure non aliene dalle precedenti prove nucciane. Quel che colpisce è che la scrittura, quello che qualcuno chiama ancora lo stile, s’immerge profondamente in Omero a partire da Platone, percorrendo la scansione omerica in maniera così pervasiva, da uscirne ‘omerizzata’, ma omerizzata nel senso del censurato rimpianto platonico. La sintassi, il ritmo, persino il lessico con i quali Nucci procede a ricostruire l’epos del pianto spesso si lasciano ascoltare come un’ulteriore traduzione di Omero o meglio come una sua ennesima continuazione/riscrittura.

L’andamento, certa attenzione alla parola e al sintagma, l’accostamento di certi sostantivi e di certi attributi, persino ripetuti, restituiscono l’impressione di una formularità (nel senso sancito da Parry) che allude a quella omerica ma che poi la sviluppa, la fa evolvere, la (ri)contestualizza in chiave platonica, cioè nostalgica. Voglio dire che il discorso sulle lacrime eroiche, così reiterato e sentito, come un’infinita variazione su tema, ritmica e musicale prima di tutto, presenta degli stilemi, un respiro paratattico, una punteggiatura battente e ricorrente che fa coincidere quasi sempre forma e contenuto e racconta Omero con/da Omero (Homeron ex Homerouxaphenizein) secondo la miglior tradizione esegetica antica.

Ma è proprio la tradizione esegetica antica che viene per altro verso ribaltata da Nucci: l’arco compositivo del libro con il suo folgorante inizio sul Pericle storico che piange registra l’inversione Odissea/Iliade, antitetica alla vulgata dello Pseudo-Longino che vuole l’Iliade, ardente di fremiti eroici, opera di un giovane Omero, mentre l’Odissea, meditata riconsiderazione delle peripezie di Odisseo che cerca di tornare a Itaca, come l’opera del vecchio Omero. A parte le implicazioni filologiche che nell’Anonimo Del Sublime fanno di Omero una figura unica e dei poemi opere unitarie e sequenziali cui non crede più nessuno o quasi (mi viene da pensare a tutti quegli ‘evoluzionisti’ che per secoli hanno sostenuto l’arcaicità delle Supplici di Eschilo e si sono ritrovati un bel papiro nel 1953 che li ha smentiti sonoramente collocando l’opera immediatamente prima della modernissima Orestea che è del 458 a. C…), ci sono una serie di altre implicazioni.

Prima fra tutte la simultaneità spazio-temporale che l’arcipelago epico omerico porta sempre con sé e quindi un’idea dell’atto poetico non lineare, non evoluzionistico, sinfonico e persino collettivo anche quando giocato nell’apparente solitudine della propria stanza: diceva Scipione l’Africano ‘non sono mai stato più in compagnia come quando sto da solo’. Il tema è quello di una diversa declinazione della cosiddetta intertestualità, ovvero della possibilità di distanziare l’atto poetico antico da quello (post)moderno in maniera definitiva, senza surrogati consolatori. La scena che Nucci pone in rilievo in quest’ottica è quella dell’Achille odissiaco(ombra dell’Ade) che si augura di vivere una vita da teta, cioè da schiavo, piuttosto che un solo giorno da eroe come si augurava l’Achille iliadico. Partire dalla storia di Odisseo che piange a Ogigia per arrivare a quella di Achille che piange con Priamo la morte di Ettore che prefigura la sua, non è solo un punto di vista critico inedito.

Si tratta di una possibilità di scrittura che rimescola le categorie di saggio, romanzo, resoconto di viaggio (affiora carsicamente tra il Pireo e Micene l’entusiasmo del Nucci viaggiatore-inviato) che si richiama esplicitamente al viaggio eleusino-iniziatico con il quale si conclude Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, in una deriva ermeneutica e all’interno di una lignéeintertestuale che colloca Le lacrime degli eroi tra le migliori prove di quella letteratura ibrida che dalla metà degli anni Novanta ha segnato una trasformazione irreversibile del fatto letterario inteso in senso puro e che ha aperto un orizzonte di ricerca che travalica generi e confini tradizionali e consente esplorazioni multiple, foriere di ulteriori sviluppi.

Commenti
Un commento a “Platone nonostante Platone”
  1. Piero scrive:

    Che l’intera filosofia occidentale sia una nota a margine ai dialoghi di Platone, non è Heidegger ad averlo detto, bensì Whitehead, autore insieme a Bertrand Russell dei Principia Mathematica

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