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Le lettere scontrose di Giovanni Arpino

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“La vita o è stile o è errore”, si legge in Passo d’addio (Einaudi) di Giovanni Arpino, un bellissimo romanzo del 1986 che tratta il tema dell’eutanasia. Un libro, come spesso è accaduto con quelli scritti da Arpino, che ha anticipato i tempi. Questa frase mi è tornata in mente intanto che leggevo Lettere scontrose (minimum fax, 2020), raccolta della rubrica che l’autore tenne per Il Tempo, settimanalmente, tra l’ottobre del 1964 e il novembre del 1965. Nel caso di Arpino, la vita e la scrittura molto hanno avuto a che fare con lo stile, non conosco l’aspetto che riguarda (o che possa riguardare) l’errore, ma qui questo aspetto non ci interessa.

«Non cominci a leggere Dostoevskij se veramente non ne ha voglia. Non giudichi male le belle ragazze che le sbocceranno sotto il naso nelle prossime, inevitabili primavere». A Brigitte Bardot.

Giovanni Arpino è stato (è) un maestro di stile, non c’è un suo romanzo, racconto, articolo giornalistico che non sia stato scritto in maniera ineccepibile. La mano gentile ma ferma, la voce unica, le atmosfere, le descrizioni così efficaci. Lo sguardo. L’abilità nel tenere insieme i fili e i punti di vista dei personaggi. L’ironia e l’efficacia con cui si è occupato della narrazione sportiva. La capacità irrinunciabile di documentarsi, di conoscere bene ogni dettaglio, ogni storia, che fosse da reinventare per la narrativa o che servisse, come in queste lettere, come movente per scrivere a personaggi noti: attrici, attori, politici, calciatori, scrittori, registi e così via. E queste lettere sono scritte con uno stile meraviglioso che consente la cattiveria senza rinunciare al garbo, l’acume affonda mai per superbia, ma per chiarezza. La parola è sempre quella giusta, la rubrica di Arpino qui raccolta è letteratura allo stato puro.

La casa editrice minimum fax ha cominciato a ripubblicare da qualche tempo le opere di Arpino, che a troppi è ancora sconosciuto. Stiamo parlando uno dei più bravi scrittori italiani. Gente come lui, come Oreste Del Buono, capaci di scrivere bene, di scrivere di tutto. Arpino si metteva le mani in tasca e ti tirava fuori pagine indimenticabili.

«Cito i classici: Pelé: “Non penso mai a quello che farò una volta in possesso della palla. Gioco d’istinto, quasi ubbidendo a una voce interiore che muove i miei piedi nel verso giusto». A Pascutti.

Arpino pungola, rimprovera, consiglia, descrive personaggi notissimi in poche battute. Mette in luce un pregio, una carenza, dimostra come tutto sia in bilico. Le cose sono già evidenti, allora perché non raccontare a una o all’altra dove sta l’inciampo, il pericolo della caduta, la trappola dell’egoismo, l’eccesso di vanità. Spiega quando qualcuno è andato oltre, quando una dovrebbe andarci, dice a lei la misura, all’altro suggerisce decisione. A chi dimostra la troppa onestà, a chi il contrario. Conclude sempre con frasi come “Creda all’augurio di Giovanni Arpino” o “Accolga l’augurio di” o ancora “Creda tuttavia al saluto di”

Tra quelli trattati “peggio” c’è Vittorio Gassman, che non è Sordi da un lato e non è Tognazzi dall’altro «Lei pilucca le briciole d’un piatto stanco, a cui assai di rado ha portato qualcosa si personale». Gassman non la prese benissimo. Una delle più belle è la lettera ad Aldo Moro paragonato a Trofimovič, un personaggio de I Demoni. Un Moro che non fa perché incapace di sporcarsi, premier fantasma, lo appella. Più avanti la lettera a Charlie Chaplin, dove a un certo punto si legge:

All’amore che noi le portiamo da anni, signor Chaplin, questo libro non aggiunge nulla, semmai, per qualche verso, scalfisce, riduce l’impeto, l’ingenuità. A lettura finita, una persona di cuore candido ha i diritto di domandarsi: ma perché l’ha scritta?

Arpino rimprovera Chaplin per la sua biografia, senza difetti, senza nulla che sia andato storto, senza anima. Stupendo il parallelo tra Bardot e Loren in due diverse lettere. Arpino preferisce la prima, tuttavia non discute la bravura dell’altra. Bardot cui consiglia di non perdersi di restare colei che non se ne cura. Loren cui consiglia di dichiarare nelle tasse qualcosa che si avvicini di più ai reali guadagni. Meravigliose le lettere a Tommaso Landolfi, Maria Callas e a Totò. Di quest’ultima lettera, nel libro, troviamo anche la bellissima risposta dell’attore napoletano.

Un uomo solo al Quirinale, qui un’altra bella lettera  Saragat. Carezze, punzecchiature e qualche schiaffo, ma a Landolfi, Arpino, manda un abbraccio. In quella lettera ci sono Gadda e Cassola, Pratolini, Platone, De Sanctis, Lucáks, Ungaretti, Gogol e Musil. Un piccolo gioiello di scrittura inviato a chi, Arpino, considera il più grande.

E ancora Liz Taylor, Sinatra, Omar Sivori, quello vecchio, quello del Napoli, meno fuoriclasse, più determinato e migliore, per Arpino, i Beatles e Sartre, Jeanne Moreau. Federico Fellini e Claudia Cardinale, Dario Fo, Virna Lisi, De Gaulle e l’immenso Guido Piovene.

Arpino scrive lettere ma racconta il paese e mostra il suo modo di lavorare, scrupoloso e attento. Fa una cosa che oggi sarebbe impossibile, ci sarebbero sommosse, cori degli offesi e chissà quale altra insopportabile banalià. Usa la perizia di chi non può fare a meno di documentarsi e solo a quel punto sceglie di non ricorrere a ciò che sa, come il poeta che non può ignorare la metrica ma può (conoscendola) scegliere di non usarla.

«C’è più grazia nel suo viso talvolta massacrato, nei suoi capelli senza un colore preciso che in tante levigate statue senza volto, capaci solo di svanire al primo alito». Scrive nella lettera a Jeanne Moreau, sono passati sessant’anni e siamo d’accordo con lui, oggi più che mai. La lettera a Maria Bellonci sul Premio Strega potrebbe essere scritta oggi, ci eviterebbe di annoiarci sui giornali che parlano dei meccanismi del premio. E soprattutto vi si legge una perla sulla morte del romanzo, già negli anni sessanta. Viene da ridere, Arpiino sapeva trovare il lato comico delle cose, importante quanto l’aspetto drammatico.

Lettere scontrose è un libro stupendo di uno scrittore di cui vale la pena leggere tutto ciò che si può. Chi non l’avesse mai fatto può cominciare da qua.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
Un commento a “Le lettere scontrose di Giovanni Arpino”
  1. Roberto Izzo scrive:

    Arpino scrittore grandissimo della mia amata Torino. Sono d’accordo con lei, è stato uno dei più importanti scrittori italiani del secondo Novecento, un grande narratore di storie ma ancora troppo sottovalutato e poco conosciuto.

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