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Le lezioni di Jurij Lotman

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«Gente. Destini. Quotidianità», «I rapporti tra le persone e lo sviluppo delle culture», «Cultura e intellettualità», «L’uomo e l’arte» e «Puskin e il suo ambiente»: sono questi i titoli dei sei cicli di incontri tenuti da Jurij Lotman, tra i più grandi pensatori e studiosi del Novecento, tra il 1986 e il 1992, ideati per una serie televisiva dal titolo Conversazioni sulla cultura russa, che aveva il non facile compito di offrire al popolo russo un ritratto e la loro memoria, e che adesso Bompiani propone in libreria nella sempre tanto algida quanto felice collana degli Studi, con la traduzione di Valentina Parisi e la cura e l’introduzione di Silvia Burini, appassionata studiosa di Lotman che omaggia con un saggio introduttivo che restituisce i movimenti principali del suo pensiero.

La ricchezza di queste pagine deriva direttamente dalla loro originaria destinazione, quella televisiva, che quindi libera Lotman da patine accademiche, e gli permette di assestarsi su un registro informale che però non nasconde mai l’immensa conoscenza dell’autore ma anzi, proprio per la gestione della vastità del materiale e degli argomenti trattati, mostra ancor di più, se ce ne fosse bisogno, la grandezza del docente e dello studioso.

La ricognizione di Lotman si concentra sul periodo che va dal XVII al XX secolo muovendo dagli avvenimenti più piccoli e dalle tradizioni russe per costruire un grande affresco storico, politico, di costume e filosofico e offrendo un interessante e assai preciso spaccato della società e della sua evoluzione. Il testo di Lotman ha un continuo refrain che si muove tra le linee, quello che identifica la cultura con la memoria, e il tempo contemporaneo con quello passato, perché il ricordo «è sempre legato all’esperienza passata, sottintende per forza di cose una continuità etico-intellettuale e spirituale, insita nella vita dell’individuo, della società e dell’umanità. Quando parliamo della nostra cultura contemporanea – pur non rendendocene conto – magari parliamo anche della via lunghissima che questa cultura ha percorso».

In questo pensiero del semiologo, è possibile rintracciare un’idea che ha attraversato tutta la sua lezione sui segni e i significati, ovvero quella sulla memoria del popolo che gli abitanti, in maniera consapevole o meno, custodiscono e di cui sono fondamentali continuatori. Lo dice in apertura al primo ciclo Lotman, evidenziando subito i prerequisiti per godere della sua ricerca in maniera compiuta: innanzitutto tenere sempre presente le lunghe vie che si perdono in un mondo senza memoria, che ha attraversato una cultura specifica per arrivare alla contemporaneità, in secondo luogo come la comprensione della vita comune di tutti i giorni figuri come necessario strumento per addentrarsi in maniera soddisfacente nella storia dell’arte e dei personaggi.

Tutto questo, come suggerisce Burini nella sua Introduzione dall’emblematico titolo “Ecologia” della cultura: le Conversazioni di Jurij Lotman, aiuta a comprendere l’idea della storia che aveva il semiologo russo, ovvero come una «categoria narrativa, un modo in cui l’uomo interpreta gli eventi raccontandoli: se questi non trovano disposizione in un “racconto” e non vengono “tradotti”, in modo che si creino i collegamenti esplicativi del prima e del dopo, viene a mancare lo sguardo collettivo e individuale capace di cogliere il senso di ciò che accade». Lo stesso Lotman, che tentò sempre di legare lo studio dei segni alla storia, perché credeva in una scienza che dovesse legarsi con il mondo fenomenico e non potesse in alcun modo astrarsi dal reale, scrisse infatti che «la semiotica sta bussando alla porta della storia» e lui non tardò mai nell’aprire questa porta e dedicare al suo studio dei segni una declinazione in chiave storica, come testimonia la triade, «conoscenza, memoria e coscienza», fulcro dei suoi ultimi lavori e che dovrebbe formare l’educazione dell’uomo.

La nascita di queste lezioni va situata proprio in questo aspetto del pensiero di Lotman, ovvero nella necessità e nello sforzo che uno studioso e interprete dei segni avverte di dare una forma codificata ad una storia altrimenti volatile. Il mezzo che interviene in questo processo e lo rende possibile non è altro che la cultura, lo strumento per dare forma al mondo che circonda l’uomo: «Cultura è parola molto ampia, che comprende troppe cose: la morale e tutto l’insieme delle idee e delle creazioni dell’uomo. Si tratta di un tema immenso. Se riflettiamo su quello che ho appena detto, e cioè sulle questioni etiche, artistiche, familiari e storiche, allora vedremo che tutti questi concetti hanno qualcosa in comune: la cultura è memoria».

Non deve allora sorprendere che Lotman decida di chiamare queste lezioni «conversazioni», pur essendo, ovviamente, solo con chi lo intervista. Lotman presuppone sempre la presenza di un «altro», qualcuno a cui tramandare ciò di cui parla, mostrando una sua personale esigenza dialogica che rappresenta per lui il meccanismo fondante nel funzionamento della cultura. Sembra qui che Lotman sottoscriva le parole di Lacan circa la psicoanalisi, quando dice che non esiste parola se non c’è un uditore, pure immaginario, ma sempre realizzabile.

E però, a differenza di Lacan, il linguaggio di Lotman è piano e il suo autore si pone in una posizione mai superiore al lettore, ma sembra anzi, leggendo le diverse conversazioni, che lo accompagni con estrema pazienza nei luoghi del suo pensiero, aiutandosi anche con immagini di oggetti storici o arti figurative (che sono riportate nel testo di Bompiani, pratico ausilio per il lettore, che si perderà così tra le rappresentazioni  della Catena dell’Ordine di Sant’Andrea e quello di Sant’Anna, tra le pistola da duello ai tempi di Nicola I e i colorati caschi di rame dei granatieri).

Ogni lezione di ciascun ciclo è ricchissima di spunti interessanti che attraversano tutti i campi del sapere, dalla letteratura, alla pittura, alla storia, in un continuo sforzo ecumenico che costituisce l’ulteriore, grande, ricchezza di questo testo. Riuscire ad isolare qualcosa non è semplice, né forse giusto verso il lettore che gradirà scoprire i segreti di questo libro: si tenga però presente che, a fare da sfondo ad ogni lezione di Lotman, sta, talvolta in maniera silenziosa, altre con un ruolo preponderante, la letteratura russa, dal Settecento fino alla contemporaneità. Si scopriranno così i legami tra la letteratura e le svolte politiche novecentesche, oppure il ruolo che essa ha rivestito nella creazione dell’immaginario comune russo, ma si sentirà, soprattutto, la voce di Lotman, che con pazienza e passione la racconta.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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