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Le mille tempeste di Tony Sandoval

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Questa intervista è uscita su R-Sera (fonte immagine).

Se dovesse andare in porto il crowdfunding lanciato su kickstarter da Sarah Wayne Callies (già attrice di The Walking Dead e Prison Break) e il regista Guillaume Ivernel, potrebbe diventare realtà l’idea di fare un film d’animazione dal libro di Campbell Geeslin, Elena’s Serenade, storia di una bambina che sogna di diventare una soffiatrice di vetro. In tal caso, tra le matite già arruolate c’è Tony Sandoval, disegnatore, fumettista, illustratore messicano d’origine, europeo d’adozione, cosmopolita per natura.

Ancora si sa poco del progetto, ma in tanti hanno festeggiato alla notizia. In effetti «è qualcosa che dovrebbe interessarvi», scrive Sandoval segnalando su Facebook il crowdfunding ai suoi fan, che sono davvero tanti. Migliaia di lettori nel mondo per un narratore dell’inquietudine che affascina con storie popolate di adolescenti e musica heavy metal, ma soprattutto di incubi, leggende, situazioni fantastiche, mondi paralleli nei quali i protagonisti si trovano all’improvviso e devono capire se e come uscirne.

I suoi fumetti sono pubblicati in Italia da Tunuè e raccontano una contemporaneità invasa da mondi fantastici, con case, città e boschi pieni di varchi per mondi incredibili che mescolano le tante tradizioni folcloriche e letterarie a cui attinge. E le sue storie ben esprimono non solo le inquietudini di un’età difficile come l’adolescenza, ma dell’uomo in generale. Perché ciò che lega tutti i suoi lavori, da Nocturno a Oltre il muro (testi di Pierre Paquet), da Watersnakes a Echi invisibili (disegni di La Padula), da Doomboy a Il cadavere e il sofà, è il tema della morte, come realtà e metafora. La cosa curiosa è che se lo incontri e gliene parli, ti risponde col sorriso di chi sembra stupito del tuo interesse per una questione così ovvia. «La morte è una cosa naturale, fa parte della vita», spiega, e se gli chiedi dove nascano i suoi mondi fantastici sul primo dice che semplicemente esistono, basta vederli, poi, mentre si raccoglie i capelli corvini in una lunga coda, col sorriso sornione, aggiunge: «e poi chi l’ha detto che siano altri mondi?, che non ci siamo già dentro?» E forse è proprio il rivelare che il fantastico esiste qui e ora, non altrove, la forza dei suoi libri.

Sandoval, partiamo da una definizione: cos’è per lei il fantastico?

Semplice: è qualcosa che non esiste ma può essere possibile. Per questo nei miei libri c’è sempre un mondo invisibile che coinvolge i personaggi e in cui comincia l’avventura.

Personaggi di solito adolescenti.

Sì, molti dei miei protagonisti lo sono. Quello che mi affascina di più è l’insieme della trasformazione fisica, mentale e spirituale che avviene in loro in quel particolare momento della vita, perfetto per le mie storie. Sinceramente però non so se si possa parlare, come si dice comunemente, di fase di “passaggio” dal mondo dell’infanzia a quello adulto: non so insomma se “passaggio” sia la parola corretta, perché i due mondi non mi sembrano poi così distinti.

Pensa lo stesso per l’attraversamento dei mondi che caratterizza le sue storie?

Bisogna vedere anche in questo caso se si debba parlare di “attraversamento”, di “passaggio”, e  soprattutto in che direzione. Mi spiego meglio: siamo proprio sicuri sia il personaggio a “passare” in un altro mondo, o è l’immaginazione, il fantastico, che si rivela? Pensiamo ad Oltre il muro ad esempio, con il ragazzino che si trova intrappolato in una dimensione oltre il muro di casa. All’inizio è attratto da un’anomalia in un luogo che ben conosce, che all’improvviso cambia, e ne è catturato. Siamo sicuri poi di poter dire che “passi” in un altro mondo? È davvero “oltre il muro”?

In effetti anche la morte, altro tema centrale nel suo lavoro, è qualcosa che si rivela.

Esatto. In Il cadavere e il sofà, dove il tema della morte si intreccia con quello dell’amore, il ritrovamento del cadavere di un ragazzino scomparso diventa persino metafora dell’infanzia che finisce, e di una storia d’amore che termina. Chi lo trova non ne rivela l’esistenza se non alla ragazza di cui si sta innamorando, e insieme passano del tempo a guardarlo. Nel libro ci sono sei personaggi le cui storie si snodano attorno a questa morte, che è un fatto drammatico ma anche un accadimento della vita. È ordinario e straordinario allo stesso tempo, e ciò mi è stato chiaro fin da bambino, quando trovammo un ragazzo impiccato nel mio quartiere, nel giardino di casa sua. Come vede, quindi, gli spunti per i miei racconti vengono dalla realtà, non dalla fantasia.

Una realtà che fa paura, però. Anche la morte ne fa, ad esempio a un adulto come il protagonista di Echi invisibili.

Non direi però che fa sempre paura, almeno non nelle mie storie. E casomai fa paura per la presenza di questioni irrisolte. Spero però che i miei fumetti non passino per storie di terrore. Sono dark, gotiche, e vogliono creare un ambiente, un’atmosfera particolare, magica, come faccio anche nell’ultimo libro uscito in Italia, Mille tempeste, con la giovane Lisa che grazie a un albero dalla forma bizzarra si ritrova in un luogo dove gli spiriti sembrano parlarle e al quale il suo destino resterà legato per sempre. È il soprannaturale, e per raccontarlo uso anche creature demoniache, attingendo alla tradizione messicana in cui sono cresciuto, che mi ha fatto conoscere il diavolo e gli spiriti che non fanno solo paura, ma scherzano pure! Sono figure che appartengono alla nostra cultura, al nostro modo di vedere le cose e di conoscerle.

Attinge però molto alla musica metal, in particolare “death”, un sound tutt’altro che giocoso!

Certo, per me sono importanti anche la musica e l’immaginario metal, e mi sembra evidente in Nocturno o Doomboy, dove addirittura i protagonisti sono musicisti, ma anche in Watersnakes. Mi piace quella musica, l’ho anche suonata a lungo in una band, ed entra facilmente in sintonia con quel che racconto nei miei fumetti. Non è però solo una questione di colonna sonora. Da sempre cerco di disegnare le cose che non si possono vedere. Abbiamo parlato finora del fantastico che si rivela, di spiriti e demoni, di immaginazione, di morte, ma soprattutto di sentimenti, e ora di musica. Come si rappresentano queste cose? È proprio a questo che cerco di rispondere col mio lavoro.

Resta una curiosità: perché rappresentare gli umani come pupazzi?

Vuole una risposta sincera? Perché mi piace. Diciamo però che c’è anche un motivo più narrativo. I miei personaggi, nella loro rappresentazione grafica, non hanno mai proporzioni anatomiche realistiche, sono sempre anomali, con teste grandi, ma non è mia intenzione farne dei pupazzi: per me è una stilizzazione, un modo delicato per raccontare storie dure, che possono inquietare. O peggio far paura, no?

Alberto Sebastiani lavora al Dipartimento di Filologia Classica e Italinistica dell’Università di Bologna e collabora con la Repubblica. Di formazione linguistica e critico letteraria, si è occupato di molti autori del Novecento italiano (da critico militante anche di quelli ora in attività), e da sempre si muove in particolare in territori testuali di frontiera, dal fumetto alla letteratura di genere e alle cosiddette “nuove” scritture (dagli sms in tv e i blog alla famigerata twitteratura), e ora si pone molte domande su una tradizione da costruire, che riguarda proprio le cosiddette “nuove” scritture. Tra i suoi libri, ha curato Opere (con Stefano Costanzi e Emanuela Orlandini) e Lettere di Silvio D’Arzo (Mup), ed è autore di Le parole in pugno. Lingua, società e culture giovanili in Italia dal dopoguerra a oggi (Manni).
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