carlo_orsi

Le narrazioni di Milano

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

Negli scorsi mesi tre scrittori si sono cimentati con il racconto di un luogo, Milano, che descritto attraverso tre differenti angoli visuali si propone (o meglio si impone) come una città rivelatrice, come quell’inferno in terra dove l’umano (per lo meno quello italiano) si va progressivamente riconfigurando.

Infernale, alla lettera, è la Milano di Estate crudele di Alessandro Bertante (Rizzoli). Durante il luglio del 2003 – quando «l’aria sembra fatta di cotone» e il caldo è istigatore – nelle strade che intersecano via Padova si aggira Alessio Slaviero. «Solo, sconfitto, imprigionato e ingannato», Alessio è una voce monologante nel buio, un corpo esasperato che incede ostinato attraverso una periferia in cui «il presente è orizzontale, prosaico e irrimediabilmente sudicio». Questo Bardamu è, come il personaggio di Céline, cupo e misantropo, allucinato e apodittico, teneramente nichilista. L’unico barlume buono è la percezione, sempre alla stessa ora del giorno, di una donna che compare sul balcone di fronte per bagnare le piante. Per il resto – come se Alessandro Bertante avesse intercettato non tanto la violenza palese del presente quanto quella immateriale eppure sempre più strutturale alle cose, ai legami e alle esperienze – tutto è sempre più ignobile e avulso e insopportabile.

La Milano raccontata da Igino Domanin in La legge di questa atmosfera (il Saggiatore) è una città al limite della molecolarizzazione, concepita e praticata – desiderata – come meravigliosa parvenza, un fantasma scintillante. Per Sandro Arrigoni – l’archistar che sta rivoluzionando l’idea di spazio – la metropoli deve ambire alla rovina. Il senso di Agahrta – il suo progetto innovativo – è quello di generare, nel cuore di Milano, una zona ultrarcaica. Come se King Kong nascesse direttamente dall’Empire State Building, la forza ctonia dalla tecnologia più raffinata: il passato ancestrale dal contemporaneo. Il tutto tramite un trauma esplosivo utile a raggiungere quello che per i greci andava sotto il nome di kénosis, lo svuotamento: sottrarre il mondano per recuperare l’umano. Perché il bisogno sempre più urgente è quello di venire fuori dal groviglio della comunicazione: «Qui non si può più inviare, né ricevere, qui sei libero, qui sei irraggiungibile, qui sei finalmente Uomo…»

Nella prospettiva di Fine impero di Giuseppe Genna (minimum fax), l’apocalisse milanese si declina attraverso una catastrofe diffusa e attenuata. Integrata. Non un incidente, qualcosa di acuto, ma la cronicizzazione del male; non un crollo, dunque, ma un galleggiare semi-inerte nel crollato. In questo piccolo mondo notturno, un narratore cosciente di esistere nell’erosione dell’immaginario (nella fine delle forme e della lingua) si lascia guidare da un uomo – Zio Bubba – che come un cieco visionario è in grado di descrivere l’esistenza fossile che la città rende ancora disponibile. Ciò che del romanzo di Genna costringe a un pensiero ultimo è la lingua. La scrittura di Fine impero sembra un tempo linguistico che precede il pianto. Forse è una questione di climax. Un progressivo alzare la voce determinato dalla consapevolezza che il tempo per la parola è sempre meno, il rischio di non riuscire a dare forma al proprio discorso è incombente. Alzare la voce, innalzarla oltre il brusio della chiacchiera, è allora questione di vita o di morte. Se il discorso viene a mancare, la scrittura si dissolve in lacrime.

In ognuno di questi romanzi sembra di poter riconoscere in filigrana l’iconoclastia disincantata di La vita agra e la dolcezza ironica di Ascolto il tuo cuore, città. Ciò che segnala i decenni trascorsi dai libri di Bianciardi e di Savinio è una specie di perturbamento divenuto costitutivo. La Milano che da qui a due anni ospiterà l’expo è un’origine con cui non si può che lottare. La febbre oscura, l’impulso verso le rovine e verso il pianto, sono gli strumenti di questa lotta.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
4 Commenti a “Le narrazioni di Milano”
  1. lorenzo marchese scrive:

    concordo con Vasta sull’apertura del pezzo:

    Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

    Con una piccola rettifica che mi sentirei però di fare su Milano. Esistono infatti, secondo me, città che più di altre si prestano alla neutralità, all’irrappresentabilità secondo canoni realistici, e dunque sfuggono alla possibilità di una narrazione meglio di altre. Così Milano diventa il paradigma di un’assenza, il polo negativo di una visione della contemporaneità: il che, con altre parole, si avvicina a quello che dice Vasta su Genna (l’unico a me noto), Bertante e Domanin.
    Ho provato a spiegare quanto dico in un pezzo che scrissi qualche tempo fa e che uscì all’epoca per una rivista che si chiama “Dialoghi internazionali”. Metto il link a una ripubblicazione integrale su Le parole e le cose, per non ripetere qui peggio quello che ho espresso allora. Si chiama appunto “Milano non esiste”, formula decisamente intuitiva di un vecchio racconto di Landolfi: http://www.leparoleelecose.it/?p=11395
    saluti e scusate l’intrusione

  2. @Stestenic scrive:

    Come può essere neutro, uno spazio vissuto?
    Lo spazio è sedimentazione di pensieri, ossessioni, esperienze, fatti, interpretazioni, pelle morta, polvere e nuove intenzioni.

  3. Ogni origine è potenzialmente struggente se la si racconta con la lingua di Fulvio Abbate.

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