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Le notti di Sorba

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Pubblichiamo la parte finale del racconto Le notti di Sorba, che fa parte del libro di racconti Carlos Paz e altre mitologie private di Marino Magliani, appena pubblicato da Amos Edizioni. Il libro è un insieme di racconti che si muove come un romanzo, pieno di situazioni a volte estreme e di personaggi e di luoghi che sono quelli olandesi, la costa inzuppata del Mare del Nord, le dune, il quartiere di Zeewijk, ogni tanto la Pampa, e soprattutto la West Side Liguria delle vallate profonde, e i collegi dove l’autore ha vissuto ed è cresciuto.

di Marino Magliani

Si passa una mano sul collo.

“Lei è morto…”. Fa un gesto, come per togliere dalla notte quegli edifici, il gesto per una cosa che non si può dire, poi si ripassa la mano sul collo. “È così. Ottobre 1970, un incidente…”.

“Cosa dice?”.

“Le dico che è così”.

“Lei è come quello stupido di medico a Sturla che mi faceva morto il 22 maggio 1979… gettato dal sesto piano a Baggio… Ha un telefono? Chiami Ginetto, il presidente della Provincia. Siamo amici da anni”.

“Cosa c’entra il presidente?”.

“Lo chiami”.

Mi ubbidisce, sta chiamando, dice che ora chiama Ginetto, dice di nuovo così ma non mi fido.

Gli do le spalle e m’incammino lentamente tra i pini, poi allungo il passo, vorrei fermarmi e arrendermi. Vorrei davvero seguirlo e farmi raccontare tutto. Sento che mi dice a voce alta:

“Dove va, chiamiamo i carabinieri…”.

Ecco chi chiamava. Mi sono messo a correre. Il sentiero è diventato uno sterrato. Corro nell’odore del muschio, una bestia nella notte ha preso il volo.

Poi i fari, alle spalle, mi nascondo giù per la scarpata.

La macchina passa.

Scendo al torrente e passo su un ponte, risalgo il costone sull’altro fianco. Sorba mi sta di nuovo di fronte, una macchina entra dal cancello. Immagino siano i carabinieri allarmati dal guardiano.

L’alba non tarderà. Forse così lontano da bambino non ero mai andato. Non ci inoltravamo mai su questo costone, era proibito oltrepassare il ponte. Di solito partivamo da Sorba dopo pranzo, percorrevamo la stradina che costeggia il campetto di calcio e si scendeva tra i pini fino al torrente.

Sento le acque, su tutto, il rumore antico e gonfio copre quello delle macchine.

Ho camminato tanto che sono risbucato dalle parti dello sterrato, ma se è lo stesso o un altro non saprei. Mi disseto a una fonte sepolta nel capelvenere.

Passa una macchina civile – questi sì, devono essere cacciatori –, faccio in tempo a entrare tra gli alberi, temo sempre che qualcuno si fermi.

Di nuovo giorno. La luce fora il bosco, è come se lentamente riprendessi coscienza. Mi risvegliassi. È un sole che non asciuga neanche la rugiada, spoglia solo le fronde dei pini, e non scalda. Mi sono procurato un bastone, entro in una macchia di arbusti alla ricerca di lamponi, però non so neanche se sia la stagione giusta.

Il sole mi abbaglia un attimo, è il sole ormai alto su tutto che mi bruciava la pelle quando si camminava in fila per due con la signorina verso Sorba?

Una muta di cani, lontanissima, di là dal torrente… Mi faccio spazio, e quando non ho più bisogno del bastone, quando sono uscito dai rovi… ecco, non lo so, ma in quell’istante si ferma tutto, i cani e il torrente, il sole… Il rumore di un treno mi entra dentro come se fossi una galleria alla frontiera.

Cado all’indietro, finendo quasi di nuovo nei rovi, la faccia piegata su un lato, e vedo la corsa di un uomo che mi viene incontro, getta per terra il fucile e s’inginocchia. La schiena, sull’erba bagnata, la sento gelida, mentre il collo brucia come se fosse sotto una doccia bollente.

L’uomo parla in una radiolina. Arrivano i carabinieri, sirene.

“È uscito da dove doveva uscire il cinghiale” urla tre volte di fila. Non riesce a dire altro. Piange e riprova a parlare.

Gli vorrei chiedere di finirla. Ma sto lì, sdraiato, ho sete. Il gusto del sangue in bocca mi sorprende come se fosse quello dei lamponi che non ho trovato.

Qualcuno continua a chiamare via radiolina. Poi ci sento meno. Faccio in fretta a sognare che i collegi non termineranno mai, dopo Sorba andrò a Mondovì, poi a Velletri, e finalmente imparerò a scappare. Dopo il servizio militare e le celle degli ospedali militari, dopo una morte che devo ancora morire, un volo che devo ancora volare, le navi che non saprò mai dove andavano, i prati dell’Argentina, le notti selvagge della Spagna, le dune olandesi scavate dal vento, e il vento e i vetri colorati che ritroverò ogni volta che rientrerò a San Giovanni del Groppo a pregare, e i legni unti delle panche, le pietre, ruvide e umide, delle colonne di tutte le chiese che mi staranno a sentire e mi nasconderanno.

Immobile, gli occhi spalancati sulla gabbia azzurra.

Abbasso le palpebre. Il cacciatore, in ginocchio accanto a me, si dispera e grida, alza la testa e chiede al guardiano di Sorba che è accorso, cosa ci fa un bambino in zona di caccia nei cespugli. Un bambino?

Riabbasso le palpebre. Provo a sognarmici, bambino sperduto, e nel sogno un bambino sostituisce un bambino più grande, è come se fosse lui a sognarlo, e prima, o dopo – non c’è cronologia –, in quel sogno, un giovanotto sostituisce il ragazzino e un uomo sostituisce il giovanotto. E se mi sforzo di sognarli in sequenziale mi appaiono tutti quanti muti e sorridenti, custoditi in matrioske distese. Ma non in riga. La matrioska dell’uomo sorridente contiene quella del giovanotto che contiene il ragazzo che contiene il bambino. Il sangue sulle labbra del bambino, sale dal petto e dal collo, scende dagli occhi, bagna ogni altra matrioska, e il bambino sorride come l’uomo che gli sorride.

I cani lontani. Qualcuno mi ha messo addosso un’altra coperta, la fa arrivare fin sul mento e poi su, a coprirmi gli occhi e la fronte. Vorrei togliermela di dosso, ma non mi muovo mica più. Assomiglia alle coperte che usiamo nelle camerate di Sorba. Ha l’odore delle notti di Sorba. Se riesco di nuovo a stringere gli occhi scoloro anche la paura, come riesce a fare questa coperta sui miei occhi, per un istante mi impadronisco del buio che sentivo stanotte in camerata, sbadigli e sogni che non erano i miei. Dev’essere stato un buio così a farmi alzare, e cercare in punta di piedi i vestiti. Le scarpe (gli scarponcini) me le sono infilate giù nell’atrio, per non svegliare le suore. Poi sono uscito, notte fonda, e mi sono messo a correre. Stavo per finire addosso a uno che saliva dal cancello. Mi ha rincorso, ma per poco. Sa dove trovarmi, torno a casa.

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