le otto montagne

Stregati: “Le otto montagne” di Paolo Cognetti

le otto montagne

Gli incipit: questione talmente spinosa che Salman Rushdie, per non risparmiare cartucce, fa cominciare il suo I figli della mezzanotte con una goffa serie di false partenze. Lo stile, l’innesto coloniale, la modernità anteposte alla chiarezza: Saleem Sinai entra in scena senza gloria, investito dall’abbondanza torrentizia di dei dettagli.

Divertente, sì, una scuola ottima per le penne isteriche e gli autori di epopee postmoderne, ma lontanissimo dall’incipit perfetto, il lascito di Jane Austen: un giro di frase relativamente breve e due o tre parole generiche sul cuore della storia (quando ancora, da lettori, non sappiamo né quale sia, la storia, né dove sia il suo cuore).

L’esempio migliore, Orgoglio e pregiudizio: «È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie». Austen ci sta dicendo questo: avete tra le mani una storia d’amore in cui l’interesse amoroso è un uomo e non una donna, un uomo ricco e gravato da condizionamenti sociali, e scopo del romanzo è scardinare tali condizionamenti, quella «cosa nota e universalmente riconosciuta» che fa da antagonista ad ogni snodo delle scelte sentimentali.

Lo stile è importante anche qui, ma può aspettare: dopotutto, l’Inghilterra vittoriana non necessita di toni pirotecnici. Come le chiese, la tecnologia, le indagini svolte in Scandinavia e la montagna. Insomma, avrà aiutato il rigore dell’ambientazione, ma il più recente tra gli incipit perfetti è quello che Paolo Cognetti ha scritto per Le otto montagne, edito da Einaudi e nella dozzina del Premio Strega – frontrunner insieme a La più amata di Teresa Ciabatti (Mondadori), dicono. Inizia così: «Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia».

Alla stessa maniera del caso precedente, Cognetti (milanese, classe ’78, ottimi libri di racconti per minimum fax, un’antologia di testi sulla Grande Mela, New York Stories, curata per Einaudi nel 2016) ci sta spiegando che la scena si svolge in montagna, e che al centro di tutto c’è a) un padre e b) il modo di viverlo, questo padre (e quindi la montagna): già si intravede un conflitto tra silenti.

Del libro di Cognetti si è parlato tanto, sia prima che dopo la pubblicazione effettiva: prima, perché il romanzo è stato comprato in trenta paesi a ridosso della fiera di Francoforte, quando ancora non era uscito; dopo, per l’evidente qualità del testo: l’ha recensito chiunque, con comprensibile entusiasmo per l’italiano di cui si fregia: rigoroso, nitido, da grande classico. La storia è semplice: Pietro, ragazzino metropolitano, si appassiona alla montagna sulla scia dell’entusiasmo paterno. In montagna, luogo che fino a un certo punto rappresenta soltanto la sublimazione del dialogo e dell’intimità tra padre e figlio (col silenzio naturale che copre quello umano, e comunica per loro), conosce Bruno, un suo coetaneo cresciuto ai piedi del Monte Rosa: il Max Demian cognettiano, il contrario di Pietro. Ciò che segue non si può raccontare.

Non perché il romanzo sia minato da chissà che colpi di scena (e d’altronde Cognetti, mai visibilmente furbo, affatto ricattatorio, non permetterebbe di considerarli tali), ma per rispetto alla levità con cui i tanti, piccoli cambiamenti nelle vite di Pietro e Bruno vengono introdotti, incuneati e infine esaltati nella storia: sintetizzare Le otto montagne desterebbe perplessità e un senso di fallimento. Si proverebbe lo stesso a descrivere – parliamo di trama – A casa di Chef, di Carver, o Colline come elefanti bianchi, di Hemingway. O, perché no, Il vecchio e il mare, o tutto Nick Adams. Tolta un po’ di passione, restano le sculture dei giri di frase, la poetica esperienziale e la solitudine tutta maschile del grande racconto americano. In un lingua, l’italiano, che non dia la sgradevole sensazione di essere stata adattata dall’inglese.

Primo punto di merito: la natura ha dei nomi e non sembra un wallpaper sgranato, né la riserva new age dei ritiri di un’attrice anni ‘80. Cognetti definisce ogni pianta, arbusto, fiore, sporgenza, ogni tempo (nel senso che le estati di Le otto montagne hanno tanti di quei colori e venti diversi che sembrano contenere ulteriori stagioni sconosciute), rispettando pienamente un comandamento propedeutico alla buona scrittura, quel Non generalizzare troppo spesso infranto che fa la differenza fra uno scrittore e l’altro. Quelli bravi trattano allo stesso modo gli alberi e le emozioni, dando il giusto nome alle cose. Paolo Cognetti è uno di loro, e conserva per altro le evocazioni, i pudori, le domande.

A proposito di generalizzazioni: è stato scritto che le donne, nelle Otto montagne, sono marginali ma importanti. La verità è che, una volta tanto, non sono importanti per niente, o almeno non lo sono in quanto donne, madri, compagne, ma come personaggi: funzionano anche spoglie di retorica sui sessi, e se non smuovono, se risultano (abbastanza) marginali, è a causa della lotta che Cognetti mette in scena: non basterebbero eserciti macedoni contro la solitudine di Bruno, l’inquietudine di Pietro e la caparbietà dolente di suo padre. Figurarsi una fidanzata. Poi, sembra chiaro che per Cognetti la via femminile è quella del dialogo, la via maschile quella del silenzio, e Le otto montagne è un romanzo di non-detti. Tra padre e figlio, principalmente, ma anche fra marito e moglie, fra uomini e città, fra due amici. Ma tacere, per l’autore, è tanto inevitabile quanto sbagliato. Pietro, prima di ribellarsi, viene educato dai modi di suo padre e da quellidi Bruno alla non-esternazione, in un regime (la montagna) di rassicurante, scontata fermezza.

Eppure questa fermezza sembra non equipaggiare alla sofferenza, ma inghiottirla, rimandarla. Perché resistere, come suggerisce Walter Siti, non serve a niente: è la tensione del cambiamento, l’abitudine a rivoluzionarsi, che ci stabilizza veramente. Così, tra i tre uomini, la vera montagna è quello in fuga, Pietro. Bambino inquieto, adolescente refrattario alla stabilità e uomo quasi insensibile ai legami.

I legami, appunto: Pietro ne subisce il fascino ma non la sacralità. Rispetta soltanto l’amicizia per Bruno, fatta di reciproche, quasi galanti dimostrazioni di puro amore. Sono a tutti gli effetti una coppia, nel senso che danno il meglio (e il peggio) di sé solo se messi insieme, l’uno in relazione all’altro. Non è facile, ad esempio, stabilire chi dei due sia quello costruttivo e chi quello distruttivo: per sostenersi, si rimpallano i difetti, impersonando a fasi alterne Pietro Bruno, e Bruno Pietro. Non è un caso che, con desinenze differenti, soffrano entrambi per le stesse cose, né che al centro della loro amicizia ci sia la costruzione di una casa (che pare l’ossessione primigenia di Cognetti, più centrale della montagna). La casa costruita non la smuovi, non la cancelli, è scelta saggia e passionale allo stesso tempo. È un progetto sentimentale.

In un’altra occasione sarebbe interessante riflettere sul fatto che l’amicizia, o gli affetti familiari,stanno sostituendo l’amore romantico, nella letteratura contemporanea. Negli ultimi anni i romanzi italiani sono tutti un fiorire di mamme e figlie (Giurickovic Dato), figlie e papà (Ciabatti), padri pittori (Rossari dopo Starnone), amiche ordinarie (Avallone) e geniali (Ferrante, di cui parleremo fra un attimo). Per ora restiamo sulla casa: non c’era alternativa al simbolismo rurale. Pietro, anzi Paolo Cognetti, è un uomo d’altri tempi. Fa il documentarista, ma sulla scena non c’è supporto tecnologico. L’unico bengala di modernità è un posto telefonico pubblico sull’Himalaya, e anche geograficamente corteggia la verginità: Nepal a parte, fugge da Milano a Torino, la città più vintage d’Italia. Pietro, che costruisce una casa sulla roccia.

Puro Vangelo, Le otto montagne, e pura spiritualità. Il titolo fa riferimento a un pensiero nepalese secondo cui il mondo è una ruota a otto raggi, con al centro una montagna altissima, il monte Sumeru, e intorno, appunto, otto montagne. Pietro lo racconta a Bruno, da adulti, e spiega che non c’è morale ma solo una domanda, che poi è la domanda delle domande: Chi impara di più?, colui che fa il giro delle otto montagne o chi arriva in cima al monte Sumeru? Bruno la prende a modo suo, personalizza: io sarei quello che ha scalato il monte, chiede, e tu quello cha ha fatto il giro? «Pare proprio di sì», risponde Pietro. Una domanda analoga, ma meno esistenziale, sorge a inizio lettura de L’amica geniale, e Jacopo Cirillo, nel 2015, ci aveva imbastito su un bel pezzo per Linkiesta. Chi, tra Elena e Lila, è l’amica geniale? E chi, tra le due, è l’altra amica, quella un po’ meno geniale? Per Cirillo la risposta a questa domanda, mal posta, è un’altra domanda: Ma non è che allora entrambe sono una l’amica geniale dell’altra?

Credo valga anche per Pietro e Bruno, è una questione di reciprocità. Bruno è stato fermo, sì, anche se non è detto che abbia finito di scalare il monte; Pietro ha viaggiato, perlopiù per il timore di essere Bruno, ma qualcosa ci suggerisce che non si senta soddisfatto. Chi, secondo l’altro, ha imparato di più, ha avuto di più, ha dato un senso alla sua vita? Bruno conosce solo il monte, e un po’ d’amore, e le leggi che si è impartito autonomamente: teme la città e il mondo economico, reale: ne resta effettivamente ferito. Pietro, dal canto suo, è davvero convinto di non voler restare, padroneggia per abitudine ma con disinteresse tutto ciò che Bruno teme: eppure una parte di lui, il sé figlio, crede che la risposta sia nel monte Sumeru. In entrambi, libertà e isolamento sono imposti dal timore (e dalla forte attrazione) per il mondo dell’altro, l’altro che forse ha capito tutto, che (difficile ammetterlo?) ha vinto la sfida tra i metodi. L’unica certezza è l’esigenza di continuare a viaggiare, o a scalare, e pensare una vita comune tra le tappe individuali: costruire una casa, a metà fra i due percorsi.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
Commenti
4 Commenti a “Stregati: “Le otto montagne” di Paolo Cognetti”
  1. ottavio zambardi scrive:

    “Affatto ricattatorio ” o niente affatto ricattatorio ?
    Il significato cambia radicalmente, caro Cosentino

  2. Carmen scrive:

    Bella recensione e forse l’unica che mette in evidenza la contrapposizione tra le donne e gli uomini del romanzo, c.t. “Poi, sembra chiaro che per Cognetti la via femminile è quella del dialogo, la via maschile quella del silenzio” , ma questa descrizione non è accurata, la mamma di Bruno è silenziosa. Direi invece che le donne sono in grado di trovare le risorse per affrontare ciò che la vita gli ha imposto ed andare avanti, mentre gli uomini sono delusi, disillusi ed annientati dalla realtà.

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  1. […] Così, lo dice pure il titolo, Le otto montagne ha per ingrediente principale l’esperienza della montagna che si fa esperienza di vita: le solitudini e i silenzi, l’arcaica operosità delle comunità vallive, la coscienza aumentata di sé e dell’uomo selvatico che è in ciascuno di noi, le fatiche dell’ascesa e le sue ricompense, le lezioni impartite dalla natura, i rapporti umani che in quota si cementano in modo tutto peculiare. Questa dimensione Paolo Cognetti non solo la conosce per il fatto di viverla in prima persona, ma la sa anche raccontare con uno stile asciutto, moderno e preciso, senza retorica, che ha sorpreso tanti per la sua maturità da “classico” (così per esempio Goffredo Fofi su Internazionale, Maurizio Crosetti sulla Repubblica, Nicola H. Cosentino su Minima&Moralia). […]



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