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Le parole del carcere fuori dal carcere: reclusione, isolamento, distanziamento sociale

di Giada Ceri

Custodire i corpi, cautelarsi contro il rischio del contagio; contenere la vita – quella del virus e la nostra. E la lingua si adegua. Arresti domiciliari, distanziamento “sociale”[1], misure di sicurezza… Le parole d’ordinanza nel mondo penitenziario sono diventate di uso comune anche fuori, il vocabolario del mondo “libero” si è appropriato della microlingua del carcere per descrivere la condizione di forzata clausura nella prima fase della pandemia, le strategie messe in atto per limitare i danni hanno abbattuto certe mura linguistiche che distinguono “loro” (i detenuti) da “noi” (?).

Se la metafora è un trasferimento, di metafora in metafora rischiamo di uscire dalla realtà; ma – la realtà essendo quel che è – perché no? Però allora andiamo fino in fondo: se noi siamo come reclusi, i reclusi sono come noi? La proprietà simmetrica dell’uguaglianza che vale per le grandezze matematiche può estendersi anche al genere umano?

 

 

A nemmeno quaranta chilometri da Livorno si trova l’ultima colonia penale agricola rimasta ancora attiva oggi in Italia, poco più di duecento ettari di terra compresi nel Parco nazionale dell’arcipelago toscano: un’isola-penitenziario nella zona protetta marina e terrestre più ampia d’Europa. In altre parole, isolamento elevato al cubo.

La casa di reclusione della Gorgona è una di quelle che vengono chiamate prigioni aperte. (Contraddizione in termini? Non la più vistosa, comunque, né la più grave che si possa osservare nelle patrie galere. Basti pensare, per limitarsi ai tempi recenti, all’obbligo di mantenere una distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro: di fatto impossibile da rispettare dentro celle di pochi metri quadrati nelle quali convivono anche tre o quattro persone[2]. Il nostro sistema penitenziario coltiva questa inclinazione: a mettersi fuori dalla legge.) Un’altra, per esempio, si trova a settantacinque chilometri da Oslo, sull’isola di Bastøy: è una “prigione ecologica umana” per accedere alla quale i detenuti devono mettersi in lista d’attesa e presentare una lettera di motivazione. Ognuno dispone di una camera da letto e di un bagno, soltanto la cucina e la mensa sono in comune, e il periodo massimo di permanenza è di cinque anni, durante i quali i prigionieri lavorano e studiano. Chi non ha completato il primo grado di istruzione è obbligato a farlo. Bastøy conta un tasso di recidiva tra i più bassi in Europa.

A settanta chilometri a sud di Bastia, in Corsica, in mezzo a oltre millesettecento ettari di pineta, frutteti, boschi, si trova invece il centro di detenzione di Casabianda, dove non ci sono sbarre né torri di controllo, i detenuti sono tutti impegnati in qualche genere di attività – pascolano ovini e suini, coltivano i campi, producono olio, tagliano legna nei boschi – e possono ricevere le loro compagne diverse volte nel corso dell’anno. (Si chiama diritto all’affettività e alla sessualità in albanese, austriaco, francese, norvegese… Ma non in italiano.)

Sull’isola di Palawan, a Iwahig, nelle Filippine, c’è una fattoria penale che funziona come un’azienda agricola, nella quale i detenuti possono lavorare e vivere in un alloggio con la propria famiglia. All’ingresso un cartello dà il benvenuto: “Welcome”.

E poi c’è la casa di reclusione di Livorno Gorgona, sull’isola più piccola dell’arcipelago toscano.

 

 

Alla Gorgona si approda soltanto con la motovedetta della polizia penitenziaria (partenza alle nove dal porto di Livorno) e soltanto se il tempo è buono. Fino a un chilometro dalla costa navigazione, sosta, ancoraggio e immersione sono vietati, con l’eccezione di un corridoio di attracco, dove sono regolamentati dalla direzione del carcere. La colonia, del resto, è interamente a disposizione dell’istituto; benché dal 2016 sia stata riaperta alle escursioni a scopo turistico e naturalistico, per le visite occorre l’autorizzazione dell’amministrazione penitenziaria.

In ogni cella vengono garantiti i tre metri quadrati fissati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come limite minimo per ogni detenuto sotto il quale vi è la forte presunzione di violazione dei diritti umani ed è presente un bagno con doccia separato da una porta: qualcosa di non comune rispetto alla media delle carceri italiane (ma l’acqua calda può venire a mancare durante l’inverno). Tutte le sezioni dell’istituto dispongono di un refettorio, dove i pasti possono essere consumati in compagnia, e di un’area verde, in cui hanno luogo i colloqui settimanali con le famiglie. Rarità anche queste, nelle galere italiane.

 

 

Il carcere di Gorgona è stato considerato negli anni passati un modello di riferimento – di riferimento, diciamo, nell’ambito di un sistema della giustizia che ancora assume la detenzione come strada maestra della rieducazione, la rieducazione come fine della pena, la pena – il dolore, cioè: la sofferenza – come giusto prezzo da pagare per il reato commesso. (La Costituzione italiana usa le stesse parole – le pene, afferma all’articolo 27, devono tendere alla rieducazione del condannato – però in nessun luogo parla di “carcere”.)

Ora, uno degli elementi della rieducazione, secondo l’articolo 15 dell’ordinamento penitenziario, è il lavoro, circa il quale l’articolo 20 afferma che non ha carattere afflittivo e deve riflettere, nell’organizzazione e nei metodi, il lavoro nella società libera “al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale”. Quali siano o debbano essere queste normali condizioni l’ordinamento penitenziario non lo precisa (si riferisce alle norme che garantiscono anche i diritti dei lavoratori o alla normalità italica in cui spesso queste norme vengono eluse, fantasiosamente interpretate o semplicemente violate?) ma resta il fatto che, nella lingua italiana e non solo, lavoro è fatica, travaglio, dolore, servitù. Pena, appunto. Si chiude così il cerchio di una giustizia che è ancora, essenzialmente e tenacemente, retributiva.

 

 

L’Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone descrive l’istituto di Gorgona come luogo destinato a favorire lo sviluppo di abilità tecnico-professionali che i reclusi potranno mettere a frutto fuori, una volta scontata la condanna. In effetti, delle 94 persone oggi presenti nell’istituto il sessanta per cento lavora stabilmente, gli altri a rotazione: sono percentuali degne di nota rispetto alla media dei penitenziari italiani[3].

Ma nella descrizione dell’Osservatorio si dice anche: “Venendo a mancare le risorse economiche necessarie e atte a favorire il totale impiego lavorativo dei detenuti, viene a meno il fine stesso della pena, che a Gorgona dovrebbe avere la sua massima applicazione”. Se anche il fine viene meno, però, la pena rimane, e rimane il carcere – questo e tutti gli altri: centonovanta in tutto in questo Paese. (Per coloro che li giudicano insufficienti e ne vogliono di più può essere suggestiva la lettura di un report del 2002 del Comitato europeo per la prevenzione della tortura in cui si sottolinea che “gli Stati europei che hanno lanciato ampi programmi di costruzione di nuovi istituti hanno visto la loro popolazione detenuta aumentare di concerto con la crescita della capienza penitenziaria”). Il carcere italiano è piuttosto mal messo e puntualmente viene descritto come un malato al termine dei suoi giorni eppure non muore – “noi”, a dispetto dei dati di fatto che sono a disposizione di chiunque voglia conoscerli[4], riteniamo di avere ancora molto bisogno del carcere. Quello che finisce per esaurirsi, piuttosto, sono certe esperienze “devianti” rispetto alla strada principalmente e prevalentemente percorsa – la rieducazione come finalità e la custodia dei corpi come realtà. Ne parlo con il direttore della Gorgona in alcune lunghe conversazioni telefoniche nei giorni del picco del virus. Il tempo non manca: in carcere scorre ordinariamente lentissimo e la pandemia lo ha molto diluito anche fuori.

 

 

Carlo Mazzerbo si divide fra la casa circondariale “Le Sughere” di Livorno e la casa di reclusione della Gorgona, che aveva già diretto dal 1989 al 2004. Oggi le cose sono piuttosto cambiate – in peggio – ma le difficoltà non mancavano nemmeno allora. Per dire: arrivava un’ispezione ogni due anni e se il direttore veniva lasciato al suo posto era solo perché nessun altro era disposto a occuparlo. Certo, quello della Gorgona rimane un penitenziario diverso da tanti altri, però ormai si è sgretolato il senso di comunità che vent’anni fa era stato possibile costruire, i detenuti sono oggi persone in gran parte destrutturate, disgregate, marginali, il carcere è da tempo divenuto una discarica sociale (secondo la definizione che ne dette Alessandro Margara), l’amministrazione penitenziaria interpreta il proprio ruolo in chiave fortemente custodialistica[5].

Fra due anni Carlo Mazzerbo andrà in pensione, e non vede l’ora. Non sono mutate le sue idee di fondo circa la natura del carcere in generale (in sintesi: un anacronismo), ma resta, per la Gorgona, un vecchio progetto recentemente ripreso a partire dallo smantellamento del macello. Lo scorso gennaio il Comune, la Casa circondariale e l’associazione Lav hanno firmato un accordo per la convivenza solidale, sull’isola, fra umani e animali (588 tra conigli, vitelli, maiali, capre, pecore, galline e cavalli) con il quale si intende superare il modello di colonia penale agricola consolidando invece e incentivando le attività di turismo ecocompatibile, orticultura e produzione coerenti con la vocazione della Gorgona. Circa 450 animali da allevamento lasceranno l’isola per essere ospitati in luoghi e strutture vincolati all’obbligo di non macellazione e non riproduzione, mentre gli altri resteranno affidati alle cure dei detenuti sulla base di un programma curato dalla Cattedra di diritto penitenziario dell’Università Milano Bicocca, che monitorerà il “processo di crescita personale e di rieducazione verso una giusta ed equa convivenza, basato sul rispetto dei più deboli” – quei deboli che invece nel tempo sono particolarmente divenuti oggetto delle attenzioni del diritto e del sistema penale[6]. Il progetto è fare della Gorgona un laboratorio sperimentale che tenga insieme le istanze ambientali con quelle sociali, rendere l’isola-penitenziario un luogo per tutti, per chi viene in visita e per chi ci lavora, per i prigionieri e per gli animali, in un ecosistema nel quale l’elemento umano non rappresenta il centro e non può esercitare un controllo totale.

 

 

E dunque: “loro” liberi e “noi” detenuti? Già gli “arresti domiciliari” seguiti allo scoppio della pandemia si avviano a diventare un ricordo, mentre il carcere vero, a parte qualche titolo agitato sui giornali, rimane al di là della soglia dell’attenzione e la separazione fra loro e noi resiste alla prova dei fatti – al fallimento del carcere, cioè, e della soluzione penale applicata a questioni che richiederebbero invece la riflessione e l’azione della pòlis. Ma di questa separazione le conseguenze delle misure adottate per limitare il contagio hanno svelato l’illusorietà: nel bilanciamento fra il diritto personale alla libertà con quello collettivo alla salute qualcosa si è perso. “Noi” siamo cittadini titolari di diritti costituzionalmente garantiti, certo, per esempio il diritto all’informazione (però non siamo stati informati di ciò che si sapeva sarebbe accaduto), il diritto all’istruzione (che la didattica a distanza non è sufficiente a garantire, e non solo a causa del divario digitale persistente in questo Paese), il diritto-dovere di voto (ma referendum ed elezioni sono stati rimandati), il diritto al lavoro (nel 2020 si perderanno 500.000 posti di lavoro, secondo il Documento di economia e finanza illustrato il 28 aprile al Parlamento dal ministro dell’Economia)…

Nel frattempo, si torna a parlare di abolizione del carcere, argomento solo in apparenza da addetti ai lavori. Perché alcuni già lo sapevano e nessuno ormai può ignorarlo: la clausura dei corpi e l’isolamento sociale finiscono per intaccare la pienezza dell’esercizio dei diritti – di tutti. Cui prodest?

[1] Metto l’aggettivo tra virgolette e raccolgo l’invito di Marino Sinibaldi in un tweet del 16 maggio scorso a parlare piuttosto di distanziamento fisico.

[2] In quattordici istituti visitati dall’Associazione Antigone nel 2019 le celle più affollate ospitavano cinque detenuti, in tredici erano presenti celle da sei, in due istituti c’erano celle da sette, in cinque alcune celle ospitavano fino a otto persone; a Poggioreale, Pozzuoli e Bolzano sono state rilevate celle che ospitavano dodici persone contemporaneamente. Cfr. Il carcere al tempo del coronavirus. XVI rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione. (L’Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone, che dal 1998 svolge visite periodiche negli istituti penitenziari italiani con l’autorizzazione del ministero della Giustizia, fa riferimento agli standard elaborati dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del Consiglio d’Europa.)

[3] Alla fine del 2019 risultavano impegnate in un’attività lavorativa 18.070 persone detenute (la percentuale comprende anche chi lavorava solo per poche ore durante la settimana): il 29,74% della popolazione reclusa totale. Cfr. Il carcere al tempo del coronavirus, cit.

[4] In Italia il numero dei reati negli ultimi anni è diminuito ma la popolazione detenuta è aumentata. Si veda Il carcere secondo la Costituzione. XV rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione: «[…] non esiste una relazione lineare tra l’andamento dei reati e il numero di persone detenute. L’Italia è il primo Paese dell’Unione europea per incremento della popolazione detenuta tra il 2016 e il 2018, in controtendenza rispetto al resto del continente (che presenta un trend negativo)».

[5] Qualche cifra: l’83,6% del personale impiegato dall’amministrazione penitenziaria svolge funzioni custodiali (ma non tutte le figure professionali che operano in carcere – per esempio quelle di ambito sanitario – dipendono dall’amministrazione penitenziaria); la media, in Europa, è del 69%. Il tasso medio di detenuti per agente è 1,6 (2,6 in Europa). Gli educatori presenti nelle carceri italiane rappresentano il 2% del personale (in Europa il 3%). Cfr. Il carcere secondo la Costituzione, cit.

[6] «[…] emerge il rischio», scrive il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nel presentare la Relazione annuale al Parlamento (2019), «che mutando la percezione che la collettività ha del suo odierno vivere quotidiano, per esempio accentuando la sensazione di insicurezza nonostante non sia supportata da numeri, si finisca poi per mutare il mondo: nel nostro caso nel ridurre per tutti i margini di libertà. In particolare, nei confronti di coloro che sono percepiti, appunto, come i potenziali aggressori. Rischio evidente nel sistema penale e che ha avuto anche una precisa letteratura che ha colto lo scivolamento da un diritto penale centrato sul reato a un diritto penale centrato sull’autore, poi sul nemico, soprattutto in alcune impostazioni oltre-oceano, fino a riferirsi a intere categorie di soggetti in virtù del loro status: in particolare, i soggetti socialmente deboli connotati da povertà […]».

 

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